Dossier Regione Basilicata

Prima del "sistema museale" nella legislazione regionale

Introduzione

La regione Basilicata non ha emanato fino ad oggi alcuna norma specificamente dedicata ai sistemi museali. Secondo quanto stabilito dallo Statuto nel 1971, la Basilicata elencava fra le sue responsabilità costituzionali gestione, valorizzazione e tutela del patrimonio storico-artistico della Regione . Non si trovano però norme specifiche relative al patrimonio culturale per un lungo lasso di tempo, almeno fino al 1999, quando viene normato in modo specifico l’ambito dei musei. Per questi ultimi, dunque, è attualmente in vigore la normativa generale che riguarda in generale i beni e le attività culturali, che qui di seguito esaminiamo cercando di far emergere i tentativi e gli ostacoli nella promozione di una collaborazione tra le istituzioni e gli enti locali, prologo di ogni eventuale iniziativa di messa a sistema dei musei. Forse in considerazione dell’esiguo numero di musei (trentatre rilevati nel 2002) , la Regione come vedremo ha inserito la materia museale all’interno di normative molto più ampie, in particolar modo per ciò che riguarda i finanziamenti .

1. Prima della comparsa del “sistema museale” nella legislazione regionale.

Nei primi anni Settanta la normativa inerente il patrimonio culturale della Basilicata riguardava soprattutto il recupero, la valorizzazione e la gestione dei beni culturali, tra i quali rientravano senza alcuna specifica trattazione, anche i musei.
Con la legge regionale n. 39 del 31 dicembre 1973, Finanziamenti a totale carico della Regione di opere di interesse turistico , la Regione regolamentava il finanziamento di generiche opere di ristrutturazione, tra cui venivano inseriti anche i beni di interesse culturale. Furono infatti decretate alcune sovvenzioni «per acquisto di immobili di carattere storico, per la costruzione, ampliamento, ammodernamento, manutenzione e restauro delle opere che siano destinate a favorire lo sviluppo turistico» (art. 1). Questi finanziamenti, che potevano coprire addirittura il 100% della spesa, erano destinati a Comuni, Comunità montane, Province e consorzi di enti locali (art. 1), anche appositamente costituiti (art. 2), per finanziare interventi di vario tipo. Tali interventi erano però accomunati dalla tendenza a favorire la ricettività e la promozione turistica.
In questa legge 31/1973, insieme ad opere più propriamente infrastrutturali (funivie, seggiovie, impianti igienici, idrici, sportivi, viari, ricreativi, ecc.), furono indicati anche musei, gallerie, pinacoteche, monumenti e scavi archeologici, nonché parchi, riserve naturali e faunistiche, opere lacuali, fluviali, marittime e rifugi montani. Considerato principalmente come attrattore turistico, il patrimonio culturale, insieme a tutti gli altri settori, avrebbe dovuto essere gestito in modo unitario. Di conseguenza, l’ambito museale veniva inserito all’interno di questo folto e variegato elenco, senza alcuna precisazione relativa ad interventi ed attività specifiche.
La prima norma che, invece, mostra una attenzione più specifica alla materia delle attività culturali è la legge regionale 16/1977, Organizzazione dei servizi e delle attività culturali. Riesame , con cui la Regione, preoccupata di rimuovere gli ostacoli di natura socio-culturale che limitavano il diritto allo studio e l’accesso alle attività sociali e culturali, soprattutto nelle aree interne (art. 1), interveniva a promuovere e sostenere iniziative di valorizzazione dei beni culturali e ambientali. Anche in questo caso si regolamentavano aspetti vari, quali l’istituzione di biblioteche, il diritto allo studio, le attività culturali e l’associazionismo (art. 2) .
Per gestire in maniera organica questi aspetti assai differenziati, la legge regionale 16/1977 attribuiva alla Regione la gestione dei cinque Centri di servizio sociale e culturale. Questi Centri erano stati istituiti dalla Cassa per il Mezzogiorno a partire dal 1965 tramite il Piano di coordinamento degli interventi pubblici nel Mezzogiorno 1965-1969, che aveva avviato un complesso programma di sviluppo economico e civile delle Regioni meridionali. Fra il 1967 e il 1971 si era giunti infatti alla creazione di ben ottantotto Centri di servizi culturali nell’Italia centro-meridionale. La Cassa garantiva i finanziamenti, mentre la gestione veniva affidata ad enti nazionali. Ben presto però il mancato coinvolgimento degli attori locali nella gestione dei Centri, considerati sempre estranei al territorio, fu il principale motivo che condusse all’approvazione della Delibera CIPE del 12 dicembre del 1972. Questa delibera sostanzialmente passava la gestione dei Centri alle Regioni, che ora avrebbero potuto disporne in maniera più libera .
La Basilicata reagì inizialmente sottoscrivendo il 1° gennaio 1973 una Convenzione con gli enti locali per la guida dei cinque Centri . Solo tre anni dopo, però, i medesimi enti incominciarono a mostrare una certa difficoltà nel gestire le risorse economiche erogate e nel mantenere fede alla Convenzione, ritenuta poco vantaggiosa. Di conseguenza la Regione, non volendo privarsi di siffatti strumenti gestionali, intese assumerne direttamente la responsabilità tramite la L.R. 16/77. Con lo stesso atto otteneva anche il vantaggio di «chiudere definitivamente la fase dell’assegnazione (con convenzione) ad Enti terzi di servizi», in quanto tali servizi avrebbero potuto essere efficientemente svolti «solo se direttamente inserite nella struttura regionale» . A queste nuove strutture, denominate Centri Regionali dei Servizi Culturali (CRSC) (art. 3), veniva demandato il compito di contribuire all’assistenza scolastica, ma anche di instaurare «contatti sistematici con musei, biblioteche e con organizzazioni culturali» per sostenerne le iniziative (art. 4). Aventi articolazione territoriale coincidente con uno o più distretti scolastici (art. 6), i CRSC costituivano veri e propri strumenti di coordinamento voluti dalla Regione per dialogare, tra gli altri, con gli enti locali, le istituzioni – anche museali – le scuole, le università, le soprintendenze (art. 5). L’intenzione era quindi quella di avviare per mezzo di questi enti, uno stretto rapporto fra l’ambito museale, quello bibliotecario e quello scolastico, configurando tali Centri come organi polivalenti di comunicazione e connessione fra questi campi culturali . Erano d’altra parte gli anni in cui venivano disciplinati per legge i ‘sistemi bibliotecari’, e in cui alcune Regioni immaginavano un’articolazione dei servizi culturali del proprio territorio scegliendo come forma di organizzazione ora il ‘consorzio’, ora il ‘comprensorio’. Tuttavia, nonostante nelle legge 16/1977 si rilevi questo tentativo, embrionale, di istituire nel territorio questi Centri che funzionassero come nodi di una rete di erogazione di servizi culturali, non si rintracciano indicazioni più precise o strutturate relative ai musei o ai ‘sistemi museali’.
Si può dunque sostenere che per tutti gli anni Settanta la Regione Basilicata abbia lasciato in secondo piano il settore museale, inserendolo nella propria produzione normativa solo in maniera occasionale e per l’interazione con altri ambiti della vita pubblica. Nel primo caso, con la legge regionale 39/1973, si intendeva cercare di sostenere lo sviluppo della Regione attraverso il turismo, favorendo quindi la ristrutturazione dei beni immobili, tra cui incidentalmente rientravano anche i musei; nel secondo caso, con la legge regionale 16/1977, la Regione assumeva la gestione dei Centri di coordinamento delle attività culturali. Tali Centri dovevano pertanto coordinare le attività dei musei di enti locali, cercare di integrarle sul territorio soprattutto con le attività scolastiche e sviluppare un impatto soprattutto educativo. Non venivano, però, normate in maniera specifica e tramite leggi regionali l’istituzione, l’organizzazione e il funzionamento dei musei e tanto meno dei ‘sistemi museali’, di cui ancora non si faceva menzione.

Neppure nei primi anni Ottanta il tema dei musei veniva inserito in una norma specifica. In questi anni, invece, venivano impostate dal Ministero per il Mezzogiorno politiche di sovvenzionamento straordinario di progetti di natura culturale, particolarmente orientate verso le Regione del Meridione. Nel 1982 veniva approvato il Programma stralcio per la realizzazione di itinerari turistico-culturali, che andava a sommarsi agli interventi del prorogato Piano quinquennale 1976-1981 previsto per le regioni meridionali . Più precisamente, questo Programma stralcio delineava otto direttrici lungo le quali realizzare interventi per «la costruzione, il completamento, la ristrutturazione e l'allestimento di musei» insieme ad interventi di valorizzazione degli scavi e dei parchi archeologici . La Basilicata veniva inclusa in ben cinque di questi itinerari: nella direttrice della Magna Grecia, nella direttrice dell’Appia Antica, in quella arabo-bizantina-normanno-sveva (più precisamente nell'itinerario dei castelli federiciani), in quella degli habitat rupestri ed infine nella direttrice delle «Capitali del Barocco».
Ciò destò molte aspettative, soprattutto in relazione al rilancio economico di tutto il Sud della penisola attraverso lo sviluppo del settore turistico, e portò a considerare il patrimonio culturale e museale come ‘risorsa’ per lo sviluppo. Purtroppo però gli stanziamenti specifici destinati alla Basilicata, come tutto il Programma stralcio, rimasero teorica enunciazione di intenti. Già l’anno successivo un’interrogazione parlamentare ai Ministri del Mezzogiorno, del Turismo e dei Beni culturali aveva posto il problema del mancato impegno dei finanziamenti. In quell’occasione si constatava infatti che i progetti arrivati erano molti ma non ancora esaminati, con il conseguente timore per il forte ritardo nell’erogazione dei fondi .
A questa prima opportunità di carattere straordinario se ne aggiungeva una seconda: nel 1986 infatti aveva preso le mosse il progetto nazionale dei cosiddetti Giacimenti culturali . Il progetto intendeva avviare un vasto intervento di catalogazione dei beni culturali attraverso l’appalto ad aziende private . Tale dispendioso intervento era chiaramente ‘strumentale’, inteso soprattutto come soluzione alla disoccupazione giovanile, più che come mezzo per la conoscenza e valorizzazione del patrimonio culturale. Si tratta in entrambi i casi di programmi ampi, promossi dal centro ministeriale, che avrebbero portato, secondo le proclamazioni politiche, ingenti flussi finanziari e un miglioramento della situazione lavorativa soprattutto dei giovani. Tali progetti venivano concepiti, nel primo caso, nell’ottica della creazione di itinerari, quindi con un approccio simile alla ‘messa a sistema’ che entrerà molto in voga alla fine degli anni Novanta.
Finalmente, nel 1988 furono definite, per mezzo della legge regionale n. 22 del 1 giugno 1988, le Norme per la programmazione e lo sviluppo delle attività educative e culturali sul territorio regionale . Anche questa legge, che abrogava la precedente L.R. 16/77, non faceva menzione dei musei, bensì puntava ad avviare una stretta collaborazione interistituzionale finalizzata alla «promozione dello sviluppo civile» attraverso la «creazione di un sistema di opportunità e di servizi educativi e culturali» (art. 1, c. 1). A questo scopo la Regione prevedeva di attivare «le più efficaci forme di collaborazione con gli enti locali, gli organi e le strutture della scuola, l’Università, il Formez, centri di formazione, gli istituti di ricerca, gli organismi associativi, le istituzioni culturali, le soprintendenze per i beni culturali ed ambientali» (art. 1 c. 2).
Dunque, come nell’abrogata L.R. 16/77, questa legge del 1988 cita i musei non in quanto enti meritevoli di una specifica e circoscritta attenzione, ma solo perché incastonati in seno alle competenze degli istituendi Centri regionali di Servizi Educativi e Culturali (CSEC) (art. 9). Evoluzione dei Centri Regionali dei Servizi Culturali, questi Centri Regionali di Servizi Educativi e Culturali venivano pensati come strutture decentrate a livello comprensoriale dotate di competenze di informazione, documentazione e consulenza per l’organizzazione di attività educative e culturali. I CSEC potevano collaborare anche in regime di convenzione con altri enti locali, ma anche con enti universitari, istituti scolastici e altri tipi di enti culturali . Ritorna dunque anche in questa legge l’idea di uno stretto rapporto fra l’ambito museale e quello più ampio dell’istruzione e della cultura in generale. Questo rapporto doveva essere gestito da tali nuovi Centri .
Oltre a questa conformazione gestionale, per cui le attività dei musei trovavano un nodo di coordinamento nei Centri, la L.R. 22/88, all’art. 4, prevedeva che la Regione elaborasse il Piano triennale delle attività culturali ed educative, in base al quale doveva essere redatto il Piano annuale di programmazione culturale. In realtà, come vedremo più avanti, entrambi gli strumenti di gestione e programmazione sono risultati alquanto deboli ed inefficaci sul fronte culturale ed incapaci di compensare il vuoto normativo regionale sul fronte museale.
Intanto i finanziamenti ai musei rimanevano comunque costanti anche se non indirizzati all’intero panorama museale della regione, ma limitati a singole categorie museali: dopo quelli disposti dalla citata L.R. 39/73, per opere di interesse turistico, all’interno delle quali si includevano interventi nel settore museale, venivano previsti anche dalle due leggi regionali del 1986 e del 1987, che finanziavano rispettivamente l’allestimento di musei di cultura contadina e i musei del Parco regionale del Pollino . Invece con la L.R. 22/88 sopra citata, probabilmente a fronte di queste precedenti erogazioni, i musei non venivano esplicitamente inseriti fra le attività che la Regione intendeva finanziare.
Nel 1996 è stata infine emanata una quarta legge regionale, relativa alla Promozione e tutela delle minoranze etniche–linguistiche di origine greco-albanese in Basilicata, la quale prevede sovvenzioni anche per «la costituzione e la valorizzazione di musei locali» ; mentre nel 1998 è stato istituito l’ente di gestione del parco archeologico storico naturale delle chiese rupestri del materano : nuovamente venivano promossi interventi puntiformi e non organici per musei e realtà culturali di tipo molto specifico.

Comparsa del "sistema museale" nella legislazione regionale

2. Comparsa del "sistema museale" nella legislazione regionale

È solo nel 1999 che la Regione approva per la prima volta una legge regionale organica sui beni culturali che tenta di disciplinare più chiaramente il settore dei musei, menzionando anche i ‘sistemi museali’: si tratta della L.R. n. 7 dell’8 marzo 1999 , che attua a livello regionale il trasferimento di «funzioni e compiti» in materia di beni culturali, musei compresi, disposto dal federalismo amministrativo a costituzione invariata delle norme Bassanini.
Proprio in virtù dell’art. 148 del d.lgs. 112/98 , la legge stabilisce che la Regione «esercita le funzioni concernenti la conservazione, la gestione, la promozione e la valorizzazione dei beni culturali» e «concorre con lo Stato e gli enti locali alla promozione ed allo sviluppo dei sistemi integrati di beni ed attività culturali» (art. 87, comma 1, lett.a)). Con particolare riferimento ai «sistemi integrati», da intendersi come sistemi pensati per gestire realtà culturali diverse, ad esempio quella museale e quella bibliotecaria, la Regione esercita le funzioni amministrative concernenti «l'istituzione, il riconoscimento ed il coordinamento dei sistemi bibliotecari e museali di enti locali o di interesse locale» ( lett. f)).
Sempre richiamandosi a quanto stabilito dalla d.lgs. 112/98, alle Province è invece affidato il compito di promuovere azioni di coordinamento fra Comuni e soggetti pubblici e privati finalizzati alla promozione e valorizzazione dei beni culturali . Si conferma inoltre il compito della Regione di emanare norme di organizzazione dell’ambito museale, trasferiti alla gestione regionale . Tale legge quindi interessa particolarmente questa ricerca perché definisce il ruolo della Regione nella gestione dei sistemi culturali integrati.
Come sottolineato dalla Corte dei Conti, a questa legge doveva far seguito una più specifica norma col compito di provvedere a regolare l’organizzazione e il funzionamento dei musei (artt. 87-90); ma la Regione ha volutamente ritardato tale emanazione perché rimaneva in attesa di un altro provvedimento statale – il d.Lgs. n. 42 del 22 gennaio 2004 - che potesse chiarire gli ambiti di intervento nonché le competenze regionali e statali a seguito della riforma costituzionale. Così facendo era inevitabile che molti degli interventi previsti dalla legge regionale del 1999 subissero dei «rallentamenti» .

Dopo il "sistema museale" nella legislazione regionale

3. Dopo la comparsa del “sistema museale” nella legislazione regionale.

Nell’attesa del varo di un regolamento attuativo della legge del 1999 e dell’elaborazione di una norma di recepimento della Riforma del Titolo V, la Regione continuava ad emanare norme su temi particolari.
Nel 2000, la Basilicata era la prima regione in Italia non solo ad attuare a livello regionale la norma statale di istituzione delle strade del vino , ma anche ad ampliarla a quelle dell’olio e degli altri prodotti tipici agro-alimentari. La legge 7/2000 prevedeva anche un finanziamento per l’istituzione e il recupero di immobili da rendere «musei della vite, del vino, dell’olio e degli altri prodotti tipici agro-alimentari» . Nonostante questo innovativo inserimento dei musei nella realizzazione di tali strade rispetto alla norma statale, in realtà questa norma non riguarda tanto i musei, quanto piuttosto il settore enologico, in funzione del quale i musei sono avvertiti come forma di comunicazione turistica a dimostrazione di una tradizione culturale . Inoltre risulta interessante notare come tale norma preveda un finanziamento volutamente frammentario, dato che è esplicitata l’impossibilità di istituire più di un museo per ogni strada del vino : questo divieto potrebbe essere interpretato come un vero e proprio impedimento all’eventuale realizzazione di una realtà sistemica, ma dall’altra potrebbe anche essere inteso come volontà della Regione di dedicare maggiore attenzione alle erogazioni finanziarie per evitare gestioni poco trasparenti.
È del 2004 l’ultimo riferimento normativo ai musei e si trova nella legge regionale 14/2004, dedicata al tempo libero : musei, biblioteche ed enti culturali, sono menzionati nella disposizione per l’allungamento del tempo di apertura, con la previsione di estensioni serali e settimanali.
Per concludere, la Regione Basilicata risulta ad oggi non aver ancora approvato una legge specifica sui musei; inoltre non risulta ancora istituito un albo dei musei locali e di interesse locale. Questo dato, considerato a ragione dalla Corte dei Conti come un sintomo della scarsa conoscenza del patrimonio museale da parte della Regione, rende inevitabilmente difficile una seria azione normativa della Regione nello specifico ambito dei musei .

3.1 Programmazioni regionali

Non trovando norme specificamente dedicate ai musei, ma ricordando che esiste una menzione dei sistemi culturali integrati nella legge regionale 7/1999, occorre verificare se nel frattempo gli atti della programmazione negoziata abbiano inserito nella programmazione regionale concetti assimilabili o analoghi a quello di sistema o rete museale.
Secondo quanto stabilito dalla già citata legge 22/88, la Regione avrebbe dovuto elaborare piani triennali e annuali per la programmazione delle attività culturali. Nel Piano 1989-1990 una parte estremamente consistente dei finanziamenti era stata riservata alla «promozione di attività di prosa, musicali e cinematografiche», seguita da erogazioni per associazioni, enti locali e consorzi, che a vario titolo avrebbero dovuto contribuire a promuovere attività e manifestazioni culturali. Questo tipo di ripartizione dei finanziamenti veniva riconfermata in modo tutto sommato simile anche nel Piano 1991-1993. Il Piano Triennale 1994-1996 invece mostrava maggior attenzione alla rivalutazione e valorizzazione delle radici locali, tramite il supporto di eventi letterari, musicali e teatrali, tutti affidati a soggetti privati . Questo tipo di interventi veniva riproposto in modo molto simile, nella scelta delle tematiche e dei soggetti privati beneficiari dei finanziamenti, anche nel Piano Triennale 1997-1999. Da queste indicazioni risulta abbastanza evidente la marginalità di musei e biblioteche, nonché la vaghezza di riferimenti a possibili coinvolgimenti di enti locali e delle stesse Soprintendenze, quasi sostituiti dai Centri regionali di Servizi Educativi e Culturali (CSEC) e dalle associazioni culturali.
Tale gestione per Piani veniva supportata a livello regionale dalla L.R. 12/96 , che chiariva l’autonomia dei compiti amministrativi e programmatori della dirigenza regionale. A livello nazionale inoltre la legge 662/1996 (art. 2, commi 203ss.) aveva precisato gli strumenti amministrativi per la programmazione regionale : accordi di programma quadro, possibilità di sottoscrivere convenzioni e di promuovere nuove forme di gestione. Grazie a queste disposizioni l’attività delle Regioni sarebbe stata maggiormente ispirata ai principi della programmazione negoziata, intesa come strumento di comunicazione e collaborazione fra soggetti e pubblici e privati al fine di perseguire uno sviluppo comune .
Nel Piano triennale 2000-2002 non si trovano riferimenti ai musei , tuttavia è opportuno segnalare che la regione per la prima volta mostrava di essere orientata –pur in maniera molto generica– a ‘fare sistema’: «al fine di ottimizzare la risorse e favorire i progetti di rete, particolari incentivi e sostegni economici saranno concessi agli enti locali e ai gruppi associativi opportunamente consorziati. I necessari processi aggregativi e le relative modalità di attuazione saranno successivamente stabilite con i soggetti consorziati tra loro, con il supporto della Regione Basilicata» .
Queste stesse parole sono contenute nel successivo Piano triennale 2003-2005 che presenta in più un dettagliato approfondimento su uno specifico intervento inserito all’interno delle azioni del POR Basilicata .
Questo intervento, inserito nelle Azioni di accompagnamento e supporto (Azione C), prevede l’utilizzo dei Fondi Strutturali comunitari, oltre che per l’incentivazione della comunicazione e della conoscenza del patrimonio regionale, anche per la «realizzazione di sistemi a rete di siti museali ed archeologici, creazione di centri di accoglienza, promuovendo il ricorso a tecnologie multimediali, anche in partenariato con l’imprenditorialità turistica».
Riservandoci di tornare tra poco sul POR Basilicata, è interessante notare che tale Piano prevedeva l’inserimento di «sistemi a rete di siti museali ed archeologici» in un contesto regionale all’epoca privo di una normativa specifica per i musei e di un censimento degli stessi, vista la mancanza di un albo regionale dei musei locali e di interesse locale. Questa situazione riduceva quindi sensibilmente la possibilità di realizzare effettivamente e concretamente le previsioni del Piano. La realizzazione degli interventi mirava ad un vago obiettivo del Piano, il quale doveva «prevedere in favore dei beni culturali iniziative finalizzate alla conservazione, ma soprattutto alla loro valorizzazione turistica e commerciale, recuperando anni di disattenzione e finalmente potendo consentire lo sfruttamento di quei “giacimenti culturali” che costituiscono l’inestimabile e irrepetibile patrimonio del nostro paese» . Questo riferimento, chiaramente desueto, ai ‘giacimenti culturali’, espresso in una programmazione del 2003, illustra il tipo di prospettiva della Regione, forse troppo puntata nella dimensione economica e antiquata dal punto di vista lessicale.
Questa sorta di esclusione o non esplicita menzione dei musei dai Piani triennali è confermata anche dall’ultimo Piano 2006-2008 : nessuna azione regionale è dedicata nello specifico ai musei. Il documento si limita solamente e in modo molto generale a delineare una strategia di tutela e valorizzazione finalizzata al miglioramento di un’offerta culturale estremamente ampia, ma anche vaga, pensata principalmente in funzione della fruizione dei residenti e dei turisti e caratterizzata da interventi necessari («centri e laboratori di restauro, catalogazione[…]») accompagnati però da metodi e strumenti non precisati e non definiti («reti, circuiti, nuove tecnologie di diffusione della cultura […]») . Così la Regione, anche con questo ultimissimo Piano, non affronta in modo specifico la gestione del patrimonio museale.

Se però nella legislazione regionale e nei piani di settore pochissimo spazio è dedicato ai musei e ai sistemi museali, viceversa nel POR 2000-2006 e negli Accordi di Programma in materia di beni culturali vengono sviluppati più ampiamente progetti relativi all’ambito museale. Si potrebbe quindi pensare che solo attraverso un’ «amministrazione per accordi» e un coordinamento esterno e dall’alto (Unione Europea e Ministero), la Regione sia stata indotta a costruire un interesse specifico verso il patrimonio museale. Negli atti della programmazione negoziata, infatti, compaiono in modo più frequente e più precisato riferimenti ai sistemi museali.
Nel 1992 si rintraccia il primo intervento di questo genere: grazie ad una iniziativa europea denominata Programma Integrato Mediterraneo (PIM) per la Basilicata , il Museo di Policoro - unico museo a rientrare fra i dieci specifici interventi previsti dal sottoprogramma “turismo”- aveva ricevuto prima 250 milioni di lire e poi circa 300 milioni di lire nel 1996 per l’ampliamento della sede e per gli scavi archeologici .
Negli anni successivi prende il via la Programmazione Operativa Plurifondo (POP) 1994-1999 che promuove interventi volti alla salvaguardia e alla valorizzazione delle risorse culturali ma non fornisce indicazioni sui sistemi museali. È invece con il Programma Operativo Regionale (POR) 2000-2006 , che la Regione prevede proprio la creazione di «sistemi a rete di siti museali ed archeologici» fra le finalità della Misura II.1, Tutela e valorizzazione delle risorse storico-culturali, corrispondente all’asse prioritario delle Risorse culturali .
Questa indicazione dipende dall’individuazione di un forte potenziale di sviluppo nella valorizzazione dei beni culturali. Tale ipotesi costituisce il risultato di un’analisi ex ante del contesto regionale (analisi SWOT), nella quale è stato evidenziato anche per la Basilicata, come per la maggior parte delle altre Regioni Obiettivo 1, la presenza di un «elevato potenziale di valorizzazione di siti e circuiti, ancora poco conosciuti dal turismo nazionale e internazionale» . Rientrando nelle Azioni di accompagnamento e supporto e in quanto legati al settore turistico, i progetti di ‘messa a sistema’ potevano riguardare le istituzioni pubbliche e private, le associazioni e le fondazioni culturali, le organizzazioni no profit, le società di servizi specializzate nelle attività culturali. Questa situazione presentava però, sempre secondo questa analisi, una serie di punti di debolezza, quali per esempio un’insufficiente valorizzazione del patrimonio culturale non solo in quanto tale, ma anche in senso turistico, aggravata da una scarsa capacità organizzativo-manageriale delle istituzioni e da una mancata integrazione fra lo stesso patrimonio culturale e quello naturalistico-ambientale.
Per contestualizzare questo interesse della Regione per interventi indirizzati ai musei e ai sistemi museali, va però precisato che l’impostazione delle Misure, delle valutazioni e degli obiettivi delineati nel POR Basilicata, non era esclusiva di questa regione, ma era direttamente mutuata dall’atto europeo: tale impianto concettuale si può ritrovare, simile se non identico, anche nei POR di altre regioni. Se questa impostazione può essere stata la causa di interventi generici, voluti dall’alto e poco aderenti alla situazione regionale, dall’altro però ha contribuito probabilmente a far almeno aggiornare la Basilicata rispetto alle altre Regioni sulle modalità di gestione e valorizzazione del patrimonio.
Il documento attuativo del POR Basilicata, il Complemento di Programmazione , individua nel Progetto Integrato Territoriale (PIT) uno strumento utile per la realizzazione di quelle Misure del POR più direttamente connesse alle dinamiche dello sviluppo locale. Sono state pertanto individuate otto aree, per ciascuna delle quali è stato stipulato un accordo con la Regione per l’approvazione dei relativi PIT. Tra gli otto PIT, solo quello della Comunità Montana Alto Basento propone un Progetto Integrato Alto Basento, che può essere assimilato ad un ‘sistema museale’ .
Annoverato come «buon esempio di esperienza innovativa» , il PIT Alto Basento ha puntato alla valorizzazione e alla messa ‘in relazione’ delle risorse ambientali, rurali, storico-culturali del territorio, attraverso recuperi infrastrutturali, allestimento di musei e ripristino di itinerari e percorsi turistico-culturale. Esempi di questi interventi sono le rappresentazioni storico-teatrali nel parco della Grancia e la creazione di una rete di valorizzazione denominata ‘gran percorso della civiltà rurale’ che coinvolge alcuni punti di eccellenza naturalistici ed archeologici presenti sul territorio . Il fine ultimo che queste attività si prefiggono è l’elaborazione di nuove strategie di promozione e di creazione di un’immagine riconoscibile e di un distretto turistico-culturale rurale per aumentare lo scarso flusso turistico nella zona. Ma questo progetto così pensato sembra non avere un chiaro ambito di intervento e voler coinvolgere più emergenze culturali in un unico progetto di valorizzazione effimera e generalizzata. Inoltre, definito «un’intelligente operazione di spettacolarizzazione» , sembra essere completamente avulso da una concezione di recupero e valorizzazione, realisticamente calibrata sul tipo di risorse presenti sul territorio, ma assorbita piuttosto in una scenica riproposizione turistica.
Oltre al PIT, la Comunità Montana Alto Basento è dall’ottobre 2006 anche promotrice di un progetto di studio e di comunicazione denominato C.U.L.T. (Culture Upholding Local Tourism) . Questo prevede semplicemente un potenziamento della ricettività e degli eventi culturali delle aree di interesse turistico, finalizzato però ad una importante azione di sistematizzazione delle risorse ambientali, rurali, storico-culturali di queste zone e alla creazione di un «distretto turistico culturale». Se le intenzioni sistemiche del progetto appaiono quindi del tutto coincidenti con quelle già espresse nel primo PIT, l’elemento di distacco è proprio il taglio economico-aziendalista, più che culturale, che sembra caratterizzare fortemente gli interventi e lo stesso studio di fattibilità. Questo tipo di impostazione teorica è infatti confermato sia dal fatto che il modello sistemico teorizzato dal progetto non venga pensato esclusivamente per l’ambito cultural-museale, ma concepito come “interscambiabile” e quindi valido per qualsiasi tipo di contesto e ambito, a discapito ovviamente della peculiarità del settore museale , sia dal forte impatto spettacolare che caratterizza gli interventi, utile solo a un richiamo pubblicitario di quello che si presenta come un prodotto commerciale .
Per quanto invece riguarda le altre aree PIT (Bradanica, Lagonegrese Pollino, Marmo Platano Meandro, Metapontino, Montagna Materna, Val d’Agri), nella loro programmazione non sono presenti progetti di vera e propria messa a sistema, ma importanti interventi di restauro e recupero di edifici e musei. Riguardo a questi il Nucleo di Valutazione e Verifica degli Investimenti Pubblici ha sottolineato l’importanza di realizzare una coesione e «armonizzazione» con quelli di altri programmi e anche fra gli stessi interventi PIT .

Non solo progetti PIT si trovano nel POR 2000-2006, ma anche due Progetti Integrati di Sviluppo Urbano (PISU), relativi ai capoluoghi di Potenza e Matera, che toccano anche il tema delle ‘risorse culturali’ . Entrambe queste città hanno potuto beneficiare di cospicue somme per interventi di recupero, riqualificazione infrastrutturale ed urbanistica di varie zone cittadine; nonostante tali interventi non abbiano riguardato immobili di interesse culturale-artistico o musei , essi hanno contribuito fortemente a concentrare l’attenzione su queste emergenze, contribuendo al lungo ed importante lavoro di ricostruzione urbanistica e infrastrutturale delle due città.
Ancora al POR 2000-2006 si aggancia infine il Progetto Integrato Settoriale (PIS) per l’internazionalizzazione denominato ‘BASINT’ . Lo scopo prioritario è quello di aggiornare e aprire la Basilicata all’internazionalizzazione di precisi settori - economico, istituzionale e sociale - attraverso tre linee di intervento, di promozione internazionale, di internazionalizzazione del sistema economico e di creazione di un sistema regionale della formazione per l’internazionalizzazione.
Nella prima linea d’intervento si colloca il progetto I.1 Promozione Internazionale delle Risorse Storico-Culturali . Il progetto punta alla valorizzazione del patrimonio culturale regionale per mezzo di attività di marketing, promozione e comunicazione, accompagnate da azioni di cooperazione internazionale e prevede anche la «realizzazione di sistemi a rete di siti museali ed archeologici coinvolgendo strutture estere, con particolare riferimento all’area euromediterranea». Vede fra i beneficiari, oltre ad operatori privati ed enti locali, anche le direzioni regionali del Ministero per i Beni Culturali e Ambientali; l’impossibilità di reperire notizie e materiali sugli esiti pratici di questi interventi rende difficile valutarne la loro funzionalità e adeguatezza al territorio.
Un altro programma supportato in gran parte dai fondi FESR e rientrante nell’iniziativa comunitaria INTERREG III-B è Archimed, che coinvolge la Basilicata, insieme ad altre regioni italiane , a Grecia, Malta e Cipro nella realizzazione di progetti che possano rientrare in uno dei tre assi delineati . Un progetto approvato da Archimed per l’Asse III Gestione integrata e corretta del patrimonio culturale, naturale e paesaggistico e promozione del turismo sostenibile, gestione dei rischi è ByHerinet . Elaborato dal Dipartimento delle Attività Produttive della Regione Basilicata, ha come finalità principale la realizzazione di una rete di gestione integrata internazionale del patrimonio culturale del bacino del Mediterraneo orientale. Il progetto è stato inaugurato nel giugno 2006 e durerà diciannove mesi: attraverso un preciso cronoprogramma, sono stati previsti interventi di restauro, valorizzazione, sviluppo di itinerari, studi, progetti pilota, database, tutti rivolti alla valorizzazione del patrimonio culturale bizantino. Questi interventi potranno usufruire di un finanziamento di un milione di euro proveniente in parte dai fondi FESR ed in parte dagli stessi Paesi aderenti al progetto (Italia, rappresentata dalla regione Basilicata, come capofila, Cipro, Grecia e Turchia) . Nonostante appaia veramente esiguo il tempo di realizzazione degli interventi, sembra che la strutturazione e l’elaborazione integrata e partecipata del progetto da parte da più paesi, uniti nella valorizzazione di un patrimonio culturale comune, possa costituire un elemento di coesione e interesse per la concreta ed efficiente realizzazione del progetto .
Se la logica di questo POR Basilicata, e in particolare della misura 1 dell’Asse II è stata prevalentemente indirizzata «al recupero ed alla rifunzionalizzazione del patrimonio diffuso ed alla contestuale riqualificazione dello spazio urbano» , diversa è invece la logica dell’Accordo di Programma Quadro in materia di beni e attività culturali.

Sottoscritto nel febbraio 2001 e integrato nel giugno 2004, presentava nell’allegato D, Linee programmatiche e relazione tecnica, un’interessante valutazione della situazione regionale: l’isolamento della Basilicata fino a quel momento aveva assicurato una migliore conservazione dei beni culturali ma aveva anche contribuito a renderne estremamente complesso l’accesso; inoltre questa ‘solitudine’ non era solo infrastrutturale, ma anche culturale, dato che la quasi totalità del patrimonio regionale era completamente sconosciuto ai più. Infine, la Regione soffriva di quel turismo giornaliero-pendolare che poco poteva contribuire alla crescita locale. A fronte di questa situazione, nell’Accordo si esprimeva la necessità di avviare un intenso lavoro di programmazione, al fine di definire «una vera e propria ‘rete territoriale’» che integrasse «le risorse storico-culturali con l’ambiente ed il paesaggio». Tale rete sarebbe stata articolata in «itinerari e pacchetti turistici differenziati nel contesto dell’offerta nazionale, al fine di attrarre i flussi turistici delle regioni limitrofe e di trasformare il turismo ‘escursionista’ in turismo qualitativamente più stabile e quantitativamente più rilevante» .
Per concretizzare questi obiettivi, l’ Accordo di Programma veniva strutturato in otto aree tematico-territoriali, a loro volta afferenti a tre linee strategiche, secondo i seguente schema concettuale (Fig. 1) :
a) Incremento della competitività territoriale e ridefinizione dell’offerta nel campo dei beni storico-culturali:
1. potenziamento del polo materano museale, monumentale e dell’habitat rupestre;
2. rafforzamento del sistema delle cinque aree archeologiche ed interventi di valorizzazione e sicurezza;
3. rafforzamento e completamento del sistema dei castelli;
4. studi di fattibilità ed interventi di recupero paesaggistico;
5. innovazioni tecnologiche e funzionali per l’incremento dell’attrattività.
b) Creazione di un sistema per la fruizione a fini turistici del patrimonio storico ed artistico delle Diocesi di Basilicata:
6. creazione di un sistema dei musei e degli archivi diocesani.
c) Rafforzamento dell’identità storica collettiva della regione:
7. creazione di un sistema degli archivi e dei centri di documentazione museali;
8. creazione di un sistema delle biblioteche e dei servizi multimediali in rete.

L’Accordo è finanziato con 64,72 milioni di euro (fondi statali, regionali, MiBAC, FAS) e costituito da 62 interventi che interessano tutto il territorio regionale; in generale questo schema concettuale dimostra il ruolo di primo piano attribuito al concetto del ‘fare sistema’, riferito a musei, aree archeologiche, castelli, musei diocesani, nonché archivi e biblioteche.
Un ruolo di primo piano è destinato a Matera, con un pacchetto di interventi volti a valorizzare i Sassi, l’habitat rupestre e il polo museale e monumentale della città.
L’accordo descrive quindi il potenziamento di tre sistemi (polo materano, aree archeologiche, castelli) e la creazione ex novo di altrettanti sistemi (musei diocesani, archivi, biblioteche); ma dalla generica descrizione degli interventi fatta nell’Allegato Linee programmatiche e Relazione tecnica, sembra in realtà che il termine “sistema” venga utilizzato in modo non specifico o meglio non con valenza di gestione organizzata e consapevole, ma piuttosto individui una totalità o una serie di realtà non coordinate fra di loro e che vengono accomunate solo da elementi culturali comuni. Nello specifico, infatti, si prevedono opere di restauro, di messa in sicurezza ed allestimento di musei, archivi, biblioteche.
Queste attività sicuramente risultano di grande importanza ma non mostrano una successiva evoluzione sistemica ed integrata: rimangono quindi interventi singoli che nella generalità contribuiscono sì ad elevare il valore del patrimonio culturale della Regione, ma non in modo coordinato e ‘sistemico’ . Inoltre dalle indagini sullo stato di attuazione dell’accordo, eseguite tre anni dopo la stipula, è emerso il dato non consolante che solo l’1.32% dei lavori previsti aveva avuto attuazione finanziaria.

uesto accordo ha avuto tre successive integrazioni. La prima integrazione, del giugno 2004, finanziata con 27,62 milioni di euro (fondi FAS-MiBAC), aveva come obiettivo principale la valorizzazione del il patrimonio culturale al fine di conservare l’identità culturale della regione e di agevolare il suo inserimento in un circuito economico-produttivo capace di dar luogo a ricadute sull’economia locale . Quindi la valenza culturale di questi interventi sembra essere strettamente connessa a quella economica.
La seconda integrazione, del luglio 2005, finanziava con 13 milioni di euro (CIPE 142/1999, 20/2004, fondi statali) ventisei interventi che avevano il medesimo scopo già esposto nella prima integrazione e si esemplificava in tre sotto-obiettivi :
1) recupero e tutela dei beni storico-culturali della regione;
2) potenziamento della offerta turistica;
3) attrazione di flussi turistici delle regioni vicine, attraverso la diversificazione dell’offerta turistico-culturale.

Anche in questa integrazione la valenza economica del recupero di alcune emergenze viene mediata dalla fruizione turistica che può derivare da questi specifici interventi.
Risulta diversa e più interessante invece l’impostazione del terzo atto integrativo dell’APQ, sottoscritto il 25 luglio 2006: l’integrazione stanzia 23 milioni di euro e prevede ventisette interventi, la maggior parte dei quali volti alla riqualificazione e al recupero di beni monumentali-museali . Ma pure da questa integrazione l’idea sistemica, esplicitata chiaramente nell’Accordo, scompare mentre si punta soprattutto a realizzare singoli interventi.

È importante rilevare che all’interno di questa integrazione viene prevista l’attuazione di un progetto che potremmo considerare come un primo passo verso un assetto sistemico vero e proprio, oppure come riassuntivo e rappresentativo “rimedio” all’intera programmazione dell’ Accordo di programma quadro. Denominato Progetto Artecard Basilicata e preceduto da uno studio di fattibilità a sua volta finanziato da un precedente Accordo di Programma , prevede uno stanziamento per il biennio 2007-2008 di due milioni e 600 mila euro per la creazione di una card per l’ingresso facilitato nei siti di interesse storico artistico più rilevanti, quali musei, aree archeologiche statali e castelli, e la realizzazione di una serie di servizi informativi e di assistenza per i fruitori . È utile sapere però che un intervento simile era stato già stato delineato per Matera negli anni 1998-2000, quando la Soprintendenza ai beni artistici e storici e quella archeologica stava cercando di avviare un progetto di bigliettazione unica per agevolare l’ingresso nei musei di Matera affiancata da un supporto telematico che avrebbe dovuto fornire informazioni sugli stessi musei e anche la possibilità di una vendita on line di pacchetti turistico-culturale . Ritornando al Progetto Artecard Basilicata ovviamente risulta prematuro qualsiasi tipo di valutazione, ma certamente sarà interessante valutare gli esiti pratici e concreti, soprattutto alla luce dello studio di fattibilità; non è consolante però la considerazione che un progetto del tutto simile fosse stato pensato già dieci anni prima dalla Soprintendenze e che la riproposizione di tale intervento oggi veda come referenti principali non le stesse Soprintendenze locali ma la Regione.
Un altro progetto previsto dalla terza integrazione dell’Accordo è quello della creazione di un Sistema informativo per la conoscenza e la documentazione del patrimonio culturale della Basilicata, finanziato con un milione di euro per il 2006-2008 e che prevede un adeguamento dei siti web dei musei agli standard nazionali. Dalle esigue notizie reperite, non è chiaro se tale progetto rappresenti l’occasione tanto auspicata per la catalogazione dei beni conservati nei musei o semplicemente consista in un intervento di adeguamento estetico e normativo dei siti web di rappresentanza.
È fondamentale sottolineare a questo punto che all’ideazione degli interventi contenuti nei PIT, nell’APQ come anche alla crescita della sensibilità regionale nei confronti dei sistemi museali, hanno contribuito in modo determinante gli studi di fattibilità. Porre attenzione in particolar modo su questo tipo di studi può concorrere a sottolineare la grande divergenza fra i finanziamenti erogati per la loro realizzazione, i processi teorizzati e calcolati e la loro messa in pratica.
Nel 2000 è stato commissionato dalla materana Fondazione Zétema (Centro per la Valorizzazione e Gestione delle Risorse Storico-Ambientali) e al Cles srl, lo studio di fattibilità relativo al Progetto del sistema culturale di Matera. Lo studio ha illustrato i vantaggi di un intervento organico e della creazione di una rete di servizi culturali e in particolare ha analizzato tre sotto-sistemi culturali: 1. il sistema di documentazione, restauro, conservazione e formazione; 2. il sistema di musei e itinerari nei Sassi e nelle chiese rupestri; 3. il sistema museale ed espositivo.
Anche questo studio, come i tanti altri patrocinati dallo stesso ente materano , risponde alla volontà della Fondazione di porsi come centro di ricerca ma anche come laboratorio propulsore di attività ed esperienze innovative sul territorio regionale, delle quali parleremo più avanti. In realtà poi questo studio è rimasto inattuato perché assorbito dal successivo progetto di Sviluppo Sud sul Distretto culturale dell'habitat rupestre della Basilicata che è stato finanziato dall’ACRI e che prevede programmi di comunicazione, di gestione ma soprattutto di recupero e conservazione di alcuni istituti culturali opportunamente selezionati (Museo della Scultura Contemporanea di Matera, Cripta del Peccato Originale, Chiese Rupestri Santa Lucia e Santa Margherita di Melfi, ecc.).
Nel 2001 è stato realizzato anche lo studio di fattibilità relativo alla Valorizzazione ai fini turistici delle emergenze storiche, archeologiche, monumentali ed artistiche della Basilicata. Promosso dalla Regione Basilicata e dalla Soprintendenza regionale per i beni e le attività culturali, lo studio è stato finanziato con risorse statali (Delibera CIPE 106/99) e regionali . Alcuni degli interventi previsti nello studio di fattibilità sono stati inseriti nell’APQ del febbraio 2001 (la rete dei musei diocesani e il parco archeologico di Venosa) e nei PIT di Volture-Alto Bradano, Marmo-Platano-Melando, Alto Basento, Collina Materana .
Invece nel luglio 2003 il Ministero per i Beni e le Attività Culturali e la Soprintendenza Regionale per i Beni e le Attività Culturali della Basilicata emanavano un bando per l’aggiudicazione di un lavoro di indagine della «gestione dei sistemi museali, delle aree archeologiche, dei siti monumentali e dei centri di documentazione pubblici nella regione Basilicata» che si ricollegava alla Misura 1.2, Azione B PON-ATAS Obiettivo 1 2000-2006. Per questo studio, da eseguire in sei mesi, venivano messi a disposizione un massimo di 120 mila euro.
Nel 2006 è stato il Raggruppamento Temporaneo di Impresa guidato da Federculture ad aggiudicarsi l’incarico di realizzare in quattro mesi e con un finanziamento di 85.920,00 euro, uno studio di fattibilità commissionato dalla Regione per l’Artecard Basilicata .
Tutti questi studi e tutte queste cifre ci fanno intuire l’impegno finanziario non sottovalutabile profuso dalla Regione e dal MiBAC; ma di tutti questi è risultato estremamente difficile rintracciare ulteriori notizie sulla stessa applicazione dello studio e su quale tipo di esito concreto abbia portato.

Per ritornare ai progetti museali, anche la Basilicata, come le altre sei regioni del Mezzogiorno, Calabria, Campania, Molise, Abruzzo, Puglia e Sicilia, ha aderito nel 2004 al progetto Sensi contemporanei, finalizzato alla diffusione della conoscenza dell’arte contemporanea . Con un finanziamento di 517.392 euro sono state organizzate due mostre d’arte contemporanea provenienti dalla Biennale di Venezia (“Sistemi Individuali” e “Movimento/Movimenti”) e si è predisposto, grazie al finanziamento proveniente in realtà dalla prima integrazione dell’Accordo di Programma Quadro del 2001 , di cui abbiamo parlato prima, il recupero strutturale di siti di valenza storico-culturale da utilizzare come sedi non permanenti di queste mostre (l’ex Convento di S. Lucia a Matera e l’ex Centrale del latte di Potenza).
Da quanto abbiamo potuto constatare anche nelle altre regioni coinvolte, questo progetto non ha in realtà apportato un ampio sviluppo della sensibilità verso l’arte contemporanea; si è invece piuttosto presentato come una sorta di sovrapposizione dei “prodotti” della Biennale sul territorio ‘succursale’, che non ha generato alcun auspicabile ‘sistema dell’arte contemporanea’.
Un particolare cenno va fatto alla recente riscoperta e rivalutazione della città di Matera, che in più occasioni ha visto protagonista proprio la materana Fondazione Zétema. Oggetto fin dagli anni Cinquanta di importanti operazioni di recupero e ricostruzione, ispirate successivamente ai principi di sostenibilità , e poi dagli anni Novanta di importanti riconoscimenti internazionali , il rione dei Sassi si è posto come punto di partenza per far crescere l’attenzione nei confronti di tutta la città attraverso vari progetti: dalla breve promozione di un circuito urbano ed extraurbano delle chiese rupestri materane eseguito nel 2001 dalla Soprintendenza per i beni artistici e storici, della durata di soli due giorni, al progetto di creazione di un Distretto culturale dell'habitat rupestre della Basilicata finanziato da Sviluppo Sud. Matera partecipa con l’inserimento nel Distretto di due chiese rupestri -di cui una è l’importante testimonianza di restauro sperimentale della “Cripta del Peccato originale”- e il Museo della Scultura Contemporanea (MUSMA) di recente apertura.
Gli interventi di restauro della cripta e di allestimento del nuovo museo MUSMA, come anche il restauro della casa del pittore spagnolo Jose Ortega sempre a Matera, insieme ad alcuni studi, indagini e corsi, hanno visto il coinvolgimento attivo della Fondazione Zétema .
Il grande fervore progettuale della Fondazione può essere considerato in modo duplice: come risposta all’impossibilità o incapacità di proseguire quell’attenzione- seppur circoscritta- statale e regionale delineatasi decenni fa , ma anche come testimonianza di un vivo interesse nei confronti di un patrimonio culturale ancora non pienamente valorizzato. Purtroppo però questo forte interesse continua ad essere circoscritto a singoli eventi ed interventi e quindi incompleto rispetto alla ricchezza del panorama culturale circostante. Tale aspetto risulta ancora più grave visto che era stato già chiaramente sottolineato nel 2005 dal Ministero delle Economie delle Finanze in occasione della valutazione degli interventi previsti per l’ambito culturale con i POR 2000-2006 . In quell’occasione era stato chiaramente evidenziato il carattere puntiforme e non integrato degli interventi per i Sassi, che quindi non contribuivano al recupero o al coinvolgimento dell’intero contesto . Si specificava inoltre l’esigenza di calibrare il tipo di interventi in modo specifico e attento alle potenzialità del territorio e non a strategie economiche di spettacolarizzazione, come quelle messe in atto per il PIT Alto Basento .

In conclusione, i cospicui finanziamenti provenienti dalla programmazione regionale, dai quali grandi assenti sono spesso le Soprintendenze, uniti all’esiguo numero di musei in Basilicata, anche se in crescita numerica - rispetto all’indagine ISTAT del 1991, che ne aveva attestati 21, l’incremento è stato del 57%, cioè 12 musei in più - e l’attrattiva esercitata da altre emergenze culturali e naturalistiche (castelli, monumenti e chiese rupestri, parchi e zone paesaggistiche) hanno probabilmente spinto la politica regionale a elaborare interventi nei quali le istituzioni museali non costituiscono l’elemento trainante della valorizzazione culturale del territorio, ma piuttosto un fattore di arricchimento di più ampie politiche di incentivazione del turismo e dell’economia locale. Invece, a fronte di un vivo interesse nei confronti del patrimonio della Regione, testimoniato dai positivi dati di affluenza di visitatori dei musei, monumenti e aree archeologiche , è riconosciuto dalla Regione come fortemente necessario l’avvio di una politica di interventi che non sia più specifica e limitata ma includa in modo organico ed integrato la totalità del patrimonio culturale locale. per questo motivo la Regione Basilicata, piuttosto che incentivare sistemi o reti museali in senso stretto, in ragione della conformazione del proprio patrimonio in cui ruolo particolarmente significativo è giocato dalle bellezze naturali, ha inteso impostare una politica che abbraccia varie tipologie di occorrenze culturali.

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Dossier a cura di DENISE LA MONICA, TIZIANA MAGGIO

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