Dossier Regione Lombardia

Prima del "sistema museale" nella legislazione regionale

Introduzione

Nel ricostruire la politica delle Regioni italiane in materia di sistemi museali, la Regione Lombardia non introduce troppo precocemente l’espressione ‘sistema museale’ nella propria legislazione regionale. In una prima fase elabora altri strumenti per favorire la politica di supporto ai musei. Solo a partire da una fase più avanzata si interessa direttamente a questo tema, affrontandolo in maniera rigorosa e molto organizzata. La Regione Lombardia riconosce un ruolo primario in questo settore agli enti subregionali ed, in particolar modo, alle Province e ha assunto il compito di coordinatore e controllore delle iniziative. Occorre allora ripercorrere il metodo e gli strumenti elaborati e poi applicati dalla Regione Lombardia in materia anche per valutarne l’esportabilità mediata in altri ambiti.

1. Prima del "sistema museale" nella legislazione regionale

Dopo appena sei mesi dall’approvazione del d.P.R. 14 gennaio 1972 n. 3 che trasferiva alle Regioni a statuto ordinario le funzioni amministrative statali in materia di musei e biblioteche locali , il Consiglio regionale della Lombardia approvava all’unanimità la L.R. n. 15 del 23 giugno 1972 che disciplinava temporaneamente l’esercizio di tali funzioni trasferite, in attesa di elaborare un’organica legge di settore .
Analogamente a quanto avveniva in buona parte delle normative regionali italiane, tale norma prendeva in considerazione questo ampio settore culturale, definendo attentamente l’organizzazione e il funzionamento delle biblioteche e dei musei. Più precisamente questa L.R. 15/72 attribuiva alla Regione la possibilità di concedere contributi per «l’istituzione, l’ordinamento e il funzionamento di sistemi di biblioteche pubbliche di enti locali» (art. 2, lett. b), ma non estendeva ai musei la possibilità di coordinarsi nelle loro attività dando luogo alla formazione di altrettanti e analoghi ‘sistemi’. La legge prevedeva inoltre che l’ente regionale assumesse iniziative e concedesse finanziamenti per l’istituzione, l’ordinamento e il funzionamento di musei locali, la manutenzione, l’accrescimento e l’inventariazione delle loro raccolte, le mostre e le iniziative culturali da essi promosse, nonché la qualificazione del personale (art. 2). Oltre a ciò, la legge attribuiva ampie funzioni amministrative al Consiglio regionale (e non alla Giunta) , fra le quali l’approvazione dei piani degli interventi finanziari e dei criteri analitici di riparto, nonché la delega di funzioni agli enti locali (art. 3), confermate anche dalla normativa successiva. Pur nella sua essenzialità, questa legge temporanea normava in maniera esaustiva le ampie funzioni amministrative delegate in materia di musei e biblioteche, fissando i principi – ad esempio quelli inerenti il ruolo del Consiglio regionale – che rimarranno costanti nella politica culturale dell’istituto regionale.

Dopo la legge relativa al settore delle biblioteche (L.R. n. 41 del 4 settembre 1973) , la V Commissione elaborava il testo organico sui musei che sarebbe stato rapidamente approvato dal Consiglio come L.R. n. 39 del 12 luglio 1974 Norme in materia di musei di enti locali o di interesse locale, tuttora in vigore .
La veloce procedura di approvazione della norma in sede di dibattito si fondava tuttavia su una meditata e prolungata elaborazione della stessa, nella quale si era fatto tesoro di alcune importanti iniziative degli anni precedenti. In previsione della stesura di questo testo normativo, infatti, la Regione aveva appositamente condotto un censimento dei musei della Lombardia nel quale era stato rilevato, a fronte di un alto numero di istituzioni, gravi carenze delle strutture e della qualità del servizio al pubblico .
Sulla base di questi dati, gli obiettivi politici dichiarati dal consigliere relatore Minelli miravano a rendere il museo un luogo fruito il più ampiamente possibile e inserito nel «più vasto circuito culturale della Regione», analogamente al servizio bibliotecario. Per questo motivo la legge sottolineava la vocazione dei musei al servizio pubblico per i cittadini (art. 2), prevedeva la dotazione minima del personale in pianta organica a seconda delle dimensioni dei musei (artt. 4, 5, 6), nonché forme di partecipazione democratica alla gestione scientifica delle istituzioni museali (artt. 9, 18) . Con grande lungimiranza, l’assessore Fontana sottolineava la questione del rapporto quantità e qualità, affermando che

«[…] sotto il profilo più specificamente programmatorio, si pone l’esigenza non già di accrescere indiscriminatamente il numero dei musei che nella nostra Regione si presenta elevato. In effetti il problema dei musei lombardi è di natura qualitativa piuttosto che quantitativa […].»

Con questa affermazione si intendeva dunque sottolineare che l’amministrazione locale non puntava tanto ad aumentare il numero delle istituzioni museali, come invece avveniva in altre Regioni, quanto piuttosto desiderava migliorare la qualità del «servizio» e delle strutture, essendo d’altra parte già dotata di un consistente numero di musei. Questa impostazione rivela un interesse per la qualità e per la dimensione del museo come servizio pubblico che si rispecchia anche nella precoce attenzione per le ‘forme di gestione’.
La L.R. 39/74, pur recependo la legge statale 1080/1960 che prevedeva la classificazione in musei grandi, medi e minori, distingue i musei lombardi non tanto «a seconda della importanza delle loro collezioni» , quanto piuttosto in base alle caratteristiche della gestione scientifica . In altri termini, con uno scarto significativo rispetto alla normativa nazionale, la gradazione dei musei in grandi, medi e minori non era giustificata in base al criterio – del tutto soggettivo e discutibile – dell’importanza delle «cose d’interesse artistico o storico» . Si introducevano invece altri criteri e si sfumava maggiormente quello tradizionale: in primo luogo le collezioni non erano il fattore dirimente in base alla loro «importanza» - aspetto di per sé difficile da valutare sulla base di criteri rigorosi – quanto piuttosto in base ad altri criteri, quali «natura», «qualità» ed «entità». In secondo luogo soprattutto la classificazione dei musei era stabilita in base a precisi requisiti di ordine qualitativo misurati sulla dotazione del personale scientifico (artt. 4-6). Dunque non si utilizzava più solo un criterio unico soggettivo e sintetico – l’«importanza» - bensì una serie di criteri, alcuni dei quali potevano essere anche maggiormente definibili e ‘misurabili’, a cui si aggiungeva il dato della conformazione e delle caratteristiche del personale. Il tentativo era dunque quello di sganciarsi da un criterio molto soggettivo e di natura più propriamente ‘culturale’ – la difficile valutabilità del livello di ‘importanza’ e di ‘interesse’ – per rivolgersi verso altri parametri, più misurabili, di natura più gestionale e amministrativa: la qualifica del personale, l’entità della collezione, le strutture a disposizione.
Proprio per garantire un livello minimo di qualità del personale, la L.R. 39/74 prescrive che se i musei minori «mancano di un conservatorato proprio, devono essere provvisti di un conservatorato in comune con altri musei» (art. 6) . Questa precisa indicazione della messa in comune del conservatorato costituisce un primo utile indizio della consapevolezza e necessità di utilizzare al meglio le risorse professionali disponibili, secondo una linea di pensiero che si sarebbe ampiamente sviluppata nei primi anni Novanta. Si prefigurava dunque, già nel 1974, la possibilità che i piccoli musei potessero mettere ‘a sistema’ le loro risorse per raggiungere un comune obiettivo di qualità nella gestione scientifica. A questo scopo, si prevedeva anche che gli enti locali interessati avrebbero potuto «consorziarsi fra di loro oppure stipulare convenzioni con enti locali proprietari di un museo medio o grande per utilizzarne il servizio di conservatorato» (art. 6). È interessante notare come questa particolare disposizione messa a punto dalla Lombardia sia stata ripresa a breve distanza in altre due leggi regionali in materia di musei, approvate relativamente dal Friuli Venezia Giulia e dal Veneto . Malgrado sia difficile appurare la reale diffusione dei consorzi museali negli anni Settanta (comunque molto limitata) , è sintomatico che tre Regioni con una concentrazione di musei locali piuttosto alta abbiano avvertito la necessità di condividere il personale qualificato.
L’invito della L. R. 39/74 rivolto agli enti locali affinché questi si associassero per ottimizzare la gestione dei loro musei è per giunta ribadito all’art. 10, dove si prevede che anche il personale specializzato, i servizi museali e addirittura i beni mobili possano essere messi in comune e scambiati fra i musei che abbiano sottoscritto un’apposita convenzione .
L’attenzione manifestata dalla Regione Lombardia per il museo, inteso come servizio pubblico qualificato, risulta essere nel panorama italiano un’acquisizione molto precoce che ha indotto gli amministratori, già negli anni Settanta, ad interessarsi alle ‘forme di gestione’ offrendo la possibilità d’integrazione delle risorse umane e strumentali, per favorire soprattutto i musei più deboli. Questa possibilità di associarsi e di mettere in comune le dotazioni disponibili veniva concretizzata tramite la D.G.R. 28 settembre 1976 n. 2/5316 che ha attuato la L.R. 39/74 (art. 3): la deliberazione ha regolamentato la classificazione dei musei, individuando in quelli minori la ‘categoria museale’ privilegiata per la realizzazione di consorzi.
Prima che la Giunta regionale approvasse la succitata D.G.R., la bozza di classificazione è stata presentata ad un convegno tenutosi dal 18 al 21 maggio 1976, in occasione del quale direttori, conservatori e personale tecnico amministrativo dei musei hanno potuto discutere il documento. Dietro suggerimento del Comitato regionale dei musei , la classificazione degli istituti in grandi, medi e minori prevedeva anche la loro suddivisione in due liste: da una parte i musei dotati di personale e di attrezzature che potevano essere ritenuti sufficienti in base alle disposizioni normative (artt. 4-6 della L.R. 39/74) e dall’altra quelli che ancora ne erano privi. Tale suddivisione, realizzata dagli uffici regionali sentito il Comitato regionale dei musei e con la collaborazione delle Soprintendenze lombarde, ribadiva quindi la necessità di non valutare il museo soltanto in base alle sue collezioni, bensì «in una nuova ottica territoriale, cioè come servizio sociale e come attrezzatura culturale del territorio» . Queste operazioni indicano che la Regione stava operando per acquisire una conoscenza completa e ampia delle realtà museali presenti sul territorio, ritenendo giustamente che questo fosse il primo importante tassello necessario per qualsiasi politica.
I risultati del lavoro di classificazione sono contenuti nell’allegato A alla delibera. Quello che l’allegato restituisce è una mappatura dei musei di enti locali suddivisi per provincia e classificati in base alle loro dimensioni e alle dotazioni di personale: 17 grandi, 19 medi e 32 minori. Di questi 68 istituti, solamente 7 sono stati giudicati come dotati di personale sufficiente (3 grandi, 3 medi, 1 minore). Oltre a comprendere la lista dei musei di enti locali come previsto dalla L.R. 39/74, la D.G.R. del 1976 riportava anche un secondo allegato (All. B) contenente la classificazione «a titolo informativo» dei musei di interesse locale: sei musei grandi, quindici medi e ventiquattro minori. In tal modo si realizzava un nuovo censimento, volendo non solo rilevare la presenza delle strutture museali, ma anche in certo qual modo indicarne la costituzione, la consistenza e le caratteristiche del funzionamento tramite la ricognizione del personale impiegato.
I riflessi della L.R. 39/74 e della sua delibera applicativa sono ancora tutti da indagare capillarmente nelle singole istituzioni museali, ma è certo che alcune di esse applicarono – o tentarono di farlo – questa possibilità di collaborazione fra il personale in organico. All’eventualità di condividere il conservatorato si faceva, ad esempio, menzione nel Regolamento del Museo Civico (classificato come museo minore) del comune di Merate , in provincia di Lecco, risalente al 1981 dove si affermava che «il servizio di conservatorato potrà essere consorziato o convenzionato con altri Enti proprietari e gestori di musei civici». Ancora nel 2000 – a conferma dell’attualità di questa esigenza di condivisione – il Regolamento del Museo Civico di Scienze Naturali Severo Sini di Villa D’Almè , prevedeva che «per il conseguimento delle finalità istituzionali del Museo, il Comune di Villa d’Almè può stipulare convenzioni, per l’utilizzo del servizio di conservatorato, con il Comune di Bergamo, proprietario del Museo naturalistico, centro sistema provinciale “E. Caffi”» (art. 11). È evidente dunque che, malgrado «guerre di campanili, salvaguardia delle autonomie, disattesa di impegni finanziari, contrasti politici, ecc.» che hanno fortemente limitato le aggregazioni dei musei negli anni Settanta e Ottanta, la politica culturale regionale aveva già individuato nella unificazione dei conservatorati un elemento chiave della successiva e più ampia messa a sistema dei musei.

Per i successivi venti anni, la Regione Lombardia non ha perseguito una vera e propria politica che incentivasse fattivamente le aggregazioni, ma ha costantemente operato per il miglioramento di quegli aspetti che, dalla metà degli anni Novanta, ne diverranno le necessarie premesse. In primo luogo sono stati curati la formazione e l’aggiornamento del personale museale . In secondo luogo, la Regione ha annualmente erogato contributi ai musei (attraverso le delibere di Consiglio) per restauri, didattica e attività scientifiche. Tuttavia il sostegno regionale prescindeva dalla classificazione del 1976 (che non fu più aggiornata) e non incentivò in quegli anni concretamente la formazione di consorzi museali.
In terzo luogo, durante tutti gli anni Ottanta la Regione Lombardia ha dedicato una forte attenzione all’edilizia museale pubblica e privata . A questo proposito, nel 1983 una nuova legge regionale arricchiva le precedenti disposizioni stabilendo fra i criteri di priorità «la funzionalità dell’intervento rispetto alla dimensione tipologica della biblioteca, del museo e di altra struttura culturale polivalente, rapportata al potenziale bacino di utenza in un sistema coordinato dei servizi», nonché «rispetto alla qualità del progetto presentato e agli standard di servizio richiesti» . Negli anni Ottanta, nell’ambito della legislazione italiana, il criterio della valutazione degli «standard di servizio» è presente solamente nella normativa lombarda, applicato oltre che alla cultura ad un secondo importante settore della pubblica amministrazione: la sanità . L’estensione alla cultura di questo criterio di valutazione adottato in prima istanza per la sanità, non solo pone la Lombardia in posizione nettamente anticipatrice rispetto alle altre Regioni italiane , ma conferma il ruolo del museo come pubblico servizio nell’ambito della politica regionale lombarda.
Va anche rilevato che l’uso del concetto di «bacino di utenza» in applicazione ai musei indica che l’approccio ad essi era di tipo ampio, non selettivo: in altri termini si guardava ai musei come fattori importanti e possibilmente vitali di un tessuto più ampio, allargato al territorio e funzionalizzato alla fruizione.
Ma l’interesse verso questo tema della ‘messa a sistema’ dei musei si è sviluppato in maniera più netta e costante dalla seconda metà degli anni Novanta. L’azione regionale nei confronti dei musei – e in particolare dei sistemi museali – è stata ripresa con vigore e capacità d’iniziativa e d’organizzazione, rinnovando la possibilità di utilizzare l’associazione di più musei per il miglioramento dei servizi. In primo luogo la Regione ha intrapreso una serie di ricerche e indagini conoscitive. Tra le prime si segnala La valutazione delle politiche culturali. I musei in Lombardia: una realtà complessa, commissionata nel 1994 all’IreR (Istituto regionale di ricerca della Lombardia) e curata da Francesca Zajczyk . L’indagine era rivolta alla valutazione della politica della regione in materia di musei e mirava a mettere in luce le criticità circa il ruolo stesso dell’ente regionale e le possibili azioni migliorative . In generale, dalla ricerca emergeva la necessità che la Regione svolgesse un ruolo di coordinamento più attivo, avvalendosi anche di strategie di monitoraggio e valutazione da applicare alla programmazione del settore museale. In particolare poi la Regione era chiamata a «valutare caso per caso l’opportunità di interventi che ri-organizzino l’offerta culturale dei musei in un’ottica sistemica, creando reti comprendenti musei e collezioni spesso disperse e con difficoltà di comunicazione», ottimizzando e mettendo in comune le scarse risorse e competenze professionali .
Questa ed altre numerose indagini condotte dall’IreR e dall’Osservatorio Culturale della Regione hanno indubbiamente sensibilizzato gli amministratori lombardi circa la necessità di razionalizzare, coordinare e integrare i servizi in ogni ambito della cultura, dallo spettacolo alle biblioteche, dalla musica agli archivi, passando per i musei. Nella giornata di studio dedicata alla catalogazione dei beni culturali (Milano, 13 dicembre 1994), l’assessore alla cultura pro tempore faceva riferimento ad una nuova legge in discussione sui musei e i beni culturali lombardi che, oltre ad unificare gli interventi nel campo della tutela e della valorizzazione dei beni musealizzati e non, avrebbe dovuto sollecitare l’istituzione di sistemi museali . Venne così approvata la L.R. 29 aprile 1995 n. 35, la quale non era dedicata esclusivamente ai sistemi museali, ma ai più generali «sistemi integrati di beni e servizi culturali» . La L.R. 35/95 può essere considerata una sorta di legge-quadro alla quale si raccordano le successive delibere sui sistemi museali. Questi ultimi infatti, in questo quadro, costituiscono un sottoinsieme del più vasto sistema integrato di beni e servizi culturali . Malgrado la L.R. 35/95 sia dedicata allo sviluppo di sistemi integrati di beni e servizi culturali, non vi è esplicitato quali siano i servizi culturali da erogare in forma sistemica e integrata e che dovrebbero costituire l’obiettivo del sostegno regionale . L’individuazione di questi servizi è demandata ad successivo provvedimento di ordine attuativo, quale la D.G.R. 14 giugno 2002 n. 7/9393 (vedi infra).
Alla fine degli anni Novanta, l’approvazione del decreto legislativo cosiddetto Bassanini 112/98 , chiamava le Regioni a ridisegnare il proprio ruolo e quello degli enti locali in materia di cultura attraverso il conferimento delle deleghe. La II Conferenza annuale dei Musei del Veneto (settembre 1998) dedicata a questo delicato argomento ebbe fra i suoi invitati anche il Direttore generale del settore cultura della Regione Lombardia, Pietro Petraroia, al quale venne affidato un intervento dal titolo Un progetto di riorganizzazione della rete museale minore in Italia . Pur precisando di non possedere alcun «progetto compiuto sulla gestione dei musei minori in Italia» e di ritenere altresì dannosi i «modelli eccessivamente vincolanti», Petraroia individuava alcuni elementi comuni che avrebbero potuto essere trattati unitariamente: le professionalità, tanto nei servizi essenziali che in quelli aggiuntivi, e gli standard , trattati dall’allora recente d. lgs 112/98. Coerentemente con il cammino già intrapreso, le iniziative della regione Lombardia si sarebbero ancor più concentrate su questi due aspetti, fondamentali soprattutto per garantire quei servizi essenziali (la ricerca, la documentazione, la comunicazione, il corretto allestimento, il restauro, ecc.) quasi passati in secondo piano dopo l’approvazione della legge Ronchey sui servizi aggiuntivi (Legge 14 gennaio 1993, n. 4, Misure urgenti per il funzionamento dei musei statali), ma che sarebbero divenuti due pilastri della successiva politica delle Regioni italiane in materia di patrimonio culturale.
Per quanto riguarda le professionalità, la Lombardia aveva infatti appena commissionato ad un gruppo di lavoro formato da museologi e storici dell’arte l’elaborazione di tre profili professionali essenziali nella gestione del museo (il direttore, il conservatore, l’addetto alla sicurezza) . Relativamente invece agli standard , Petraroia affermava – riferendosi alla D.G.R. 28 settembre 1976 n. 2/5316 di cui supra – che la normativa lombarda aveva apportato alcune innovazioni «stabilendo ad esempio dei requisiti minimi organizzativi in termini di organico per i musei grandi, per quelli medi e per quelli piccoli». Tuttavia ammetteva la necessità di «smantellare tale approccio classificatorio» che non aveva prodotto «risultati rilevanti e che è destinato ad essere messo in discussione dalla nuova normativa il decreto Bassanini sulle relazioni tra Stato, Regioni ed autonomie locali» . Petraroia sosteneva nel suo intervento che solo l’impegno a costruire rapporti di intermediazione da parte della Regione avrebbe potuto permettere «la tanto auspicata collaborazione in rete»: in altri termini, individuava nella programmazione negoziata l’unico strumento per lo sviluppo dei sistemi museali e, estendendo il discorso agli altri campi della cultura, del più ampio «sistema culturale integrato» .
Se l’attuazione regionale del decreto Bassanini, in discussione fin dal luglio 1998, terminò il suo iter solo nel 2000 (vedi infra), nel frattempo la Regione si era impegnata nella programmazione negoziata attraverso l’elaborazione di atti e accordi capaci di apportare significativi cambiamenti nei modelli gestionali del settore culturale. Il 3 marzo 1999, l’Intesa istituzionale di programma della Lombardia inaugurava una linea politica decisa a favorire l’organizzazione di ‘reti’ o ‘sistemi’, avviando una politica di recupero e «valorizzazione funzionale» dei beni per mettere a punto «processi autoalimentati di valorizzazione permanente». Intanto, a supportare questa ricerca di nuove forme gestionali, vi era stata l’istituzione effettiva del Comitato Tecnico Scientifico Beni e servizi culturali (previsto dalla L.R. 16/1996) con compiti di supporto e consiglio alla Giunta regionale nello studio, nella scelta e adozione di modelli gestionali innovativi. A rendere attuabili le finalità dell’Intesa, vi fu uno dei primi Accordi di Programma Quadro a livello nazionale tra il Ministero per i Beni e le Attività culturali e la Regione Lombardia, stipulato il 26 maggio 1999 . Oltre ai 16 interventi previsti dall’APQ , un successivo Atto integrativo (delibera di Giunta del 23 dicembre 2002, n. 11702) aggiungeva altri 15 interventi . Contemporaneamente, la Regione sottoscriveva altri 23 Accordi di Programma locali .
Gli interventi previsti riguardavanoo soprattutto restauri, riqualificazioni e sistemi informativi e l’attuazione di questa ampia programmazione culturale negoziata – che prevedeva la Regione in un ruolo coordinatore rispetto allo Stato e agli enti locali – è stata un precoce e prezioso banco di prova per la successiva politica regionale per i sistemi museali. Rimaneva ancora da affrontare e definire in maniera più concreta una politica che fattivamente favorisse e disciplinasse la formazione dei sistemi museali.

Comparsa del "sistema museale" nella legislazione regionale

2. Comparsa del "sistema museale" nella legislazione regionale

Dopo lunghi dibattiti in sede di Consiglio regionale protrattisi dal luglio 1998, venne finalmente approvata la L.R. n. 1 del 5 gennaio 2000 che attuava il decreto Bassanini di trasferimento di funzioni amministrative dallo Stato agli enti locali anche in materia culturale. La legge regionale, tuttora in vigore, disciplinava dunque l’attribuzione alla Regione e alle Province di competenze relative ai sistemi museali. In questo modo si assegnava alla Regione «il coordinamento e lo sviluppo di sistemi integrati di beni e di servizi culturali» (art. 130 lett. a), cfr. supra la L.R. 35/95) nonché «l’istituzione, il riconoscimento ed il coordinamento dei sistemi bibliotecari e museali di enti locali o di interesse locale» (art. 131 lett. f).
Alle Province erano invece delegate le funzioni amministrative riguardanti «le attività e lo sviluppo dei sistemi museali locali» (art. 134 lett. a) e il compito di formulare «progetti di sistemi integrati di beni e servizi culturali e programmi di interventi di manutenzione e di restauro anche in cofinanziamento con altri soggetti pubblici e privati» (art. 136). Quindi in Lombardia, come anche in altre Regioni italiane , le Province sono riconosciute come gli enti cui spetta la progettazione concreta dei sistemi: lo stesso Alberto Garlandini, Dirigente Musei e sistemi museali, Direzione generale Culture, identità e autonomie della Lombardia, affermava che la delega era stata autonomamente decisa dalla Regione, dato che il decreto 112/98 si limitava al (mai attuato) trasferimento a Regioni ed enti locali della gestione di beni culturali e musei statali .
Esaminando gli articoli della L.R. 1/2000 dedicati al settore dei beni culturali, emerge chiaramente – così come Petraroia aveva anticipato nel suo intervento del 1998 – la volontà da parte dell’amministrazione regionale di attuare sistemi integrati di beni e servizi culturali attraverso la sinergia, la cooperazione e la condivisione di progetti, di risorse e di azioni . È in questa visione globale della necessità di organizzare in maniera sistemica tutto l’ambito culturale che rientra anche l’attività di studio, analisi e progettazione di sistemi museali, costituendone una sorta di sottoinsieme. In tal modo la L.R. 1/2000, la più recente che abbia riguardato i musei lombardi, ha pertanto avviato un nuovo corso della politica culturale della Regione Lombardia che si è caratterizzato, come vedremo subito, per la speciale attenzione puntata sulla collaborazione sistemica interistituzionale, sugli standard qualitativi e sulle professionalità . Questi tre aspetti si configurano quindi come le vere e proprie costanti nella politica culturale regionale, in special modo dell’ultimo decennio.

Dopo il "sistema museale" nella legislazione regionale

3. Dopo il "sistema museale" nella legislazione regionale

Il processo, che si è sviluppato a tappe serrate, è coinciso con l’inizio della VII legislatura guidata da Roberto Formigoni (al suo secondo mandato) e l’avvio del Programma Regionale di Sviluppo (PRS) approvato dal Consiglio Regionale il 10 ottobre 2000. Il PRS rappresenta l’inquadramento generale del Programma di governo i cui aggiornamenti vengono adottati annualmente con l’approvazione del Documento di Programmazione Economico Finanziario Regionale (DPEFR). All’interno del PRS della VII legislatura compare l’obiettivo specifico dedicato allo «sviluppo, riqualificazione e coordinamento delle reti e dei sistemi bibliotecari e museali, ed elaborazione di linee guida, di standard e di modelli innovativi di gestione» (4.1.4) .
Il PRS contiene un’accurata descrizione del programma relativo ai ‘sistemi’ e alle ‘reti museali’: queste due tipologie associative non sono tuttavia definite nel programma (lo saranno qualche anno dopo, vedi infra) ma semplicemente accomunate a quelle inerenti le biblioteche. Lo scopo di queste due tipologie di aggregazioni (sistemi e reti) di dimensione intercomunale è quello di offrire servizi integrati sul territorio. La Regione, attraverso il PRS della VII legislatura, puntava dunque al «miglioramento della fruizione e della qualità dei servizi erogati dai musei» attraverso il coordinamento di una strategia gestionale di sostegno per le Province, alle quali era stato delegato dalla L.R. 1/2000 lo sviluppo dei sistemi museali locali.
Per conferire concretezza e realizzabilità al piano delineato dal PRS, il giorno successivo alla sua approvazione (11 ottobre 2000), il Consiglio regionale votava il relativo Documento di programmazione economico-finanziaria regionale (DPEFR) 2001-2003 , che aveva fra i suoi obiettivi l’attivazione dei sistemi museali locali e l’attuazione della delega alle Province per lo sviluppo dei sistemi stessi (ai sensi della citata L.R. 1/2000) .
Per il raggiungimento degli obiettivi del PRS in materia di sistemi museali, il 2002 è stato un anno decisivo. Innanzi tutto la Direzione generale Culture ha cercato di sensibilizzare gli amministratori provinciali e gli operatori organizzando una serie di incontri e tavoli tecnici, che hanno avuto un buon riscontro . Nella riunione dell’Unione Province Lombarde (UPL) del 10 gennaio 2002, tenutasi per discutere il trasferimento in corso delle competenze in materia culturale alle Province da parte della Regione Lombardia , venivano stabiliti all’unanimità alcuni obiettivi prioritari: il monitoraggio costante dei musei, la progettazione e la realizzazione dei sistemi, la formazione del personale. Nel verbale dell’incontro, le Province dichiaravano di voler assumere le competenze trasferite a patto di veder rispettate una serie di «condizioni minime» che avrebbero garantito l’attuazione della L.R. 1/2000. Prima fra tutte, le Province chiedevano di essere investite di un ruolo attivo e qualificato, non limitato a mero centro di erogazione di finanziamenti regionali. Per permettere ciò, le Province davano rilievo all’esigenza di istituire un nuovo Servizio all’interno di ogni amministrazione provinciale, grazie al quale evitare «sovraccarichi e “promiscuità” con i servizi già esistenti». Nell’incontro si constatava che la Provincia di Milano era stata la prima a istituire e rendere attivo questo Servizio; le altre Province invece denunciavano l’impossibilità a farlo per «un’assoluta carenza di risorse umane qualificate, finanziarie e strumentali». Il 16 aprile del 2002 l’UPL ufficializzava l’impegno delle Province per il trasferimento di competenze, pur ribadendo la volontà di agire in condivisione di intenti, metodi e contenuti con la Regione. Per l’avvio di questo processo di trasferimento, la Regione si è avvalsa nel solo 2002 di quattro strumenti normativi di grande importanza che passeremo ad esaminare .
Il primo di essi è il Decreto del Direttore Generale Cultura n. 9682/02 del 29 maggio 2002 col quale la Regione ha istituito un gruppo di lavoro per il riconoscimento dei musei e delle raccolte museali in Lombardia . A questo gruppo era affidato il compito di elaborare linee guida anche in base agli indirizzi e agli Standard nazionali secondo il D.M. 10 maggio 2001 e al «Codice di deontologia professionale dell’ICOM», adottato dalla 15a Assemblea generale dell’ICOM (Buenos Aires, Argentina, 4 novembre 1986). Le finalità del gruppo di lavoro, composto da funzionari regionali e provinciali, da direttori di musei, da rappresentanti delle Soprintendenze e da esperti museali, erano così delineate:
- fornire un supporto tecnico-scientifico alla predisposizione dell’atto di adozione dei requisiti minimi per il riconoscimento dei musei e delle raccolte museali della Lombardia;
- collaborare alla definizione di una metodologia di autovalutazione degli istituti museali;
- supportare il processo di valutazione delle domande di riconoscimento da parte dei musei e delle raccolte museali lombarde;
- verificare le esperienze in tal senso sul territorio nazionale ed estero.
Poco dopo l’istituzione di questo gruppo di lavoro (ricostituito e parzialmente rinnovato nella sua composizione nel corso del 2003 e del 2004) , la Giunta approvava la D.G.R. 14 giugno 2002 n. 7/9393 (L.r. 1/2000 art. 4 comma 134, lett. a) – Sviluppo dei sistemi museali locali: approvazione dei criteri per l’assegnazione e l’erogazione dei contributi alle Province e approvazione degli obiettivi e delle linee guida per l’elaborazione da parte delle Province di studi di fattibilità comprensivi dell’individuazione di progetti pilota di gestione associata dei servizi). Nata dal grande impegno della Direzione generale dell’Assessorato alle Culture della Regione nel conciliare e sensibilizzare le Province, attraverso più di venti assemblee, tavoli tecnici di confronto e incontri a cui hanno partecipato mille operatori del settore, e dalla volontà propositiva dell’UPL, la D.G.R. si può considerare un prezioso strumento della politica culturale della Regione in materia di sistemi museali, definiti «modalità ottimale per lo svolgimento coordinato di funzioni e servizi culturali e come modalità di realizzazione di economie di scala» .
La delibera stabilisce gli obiettivi da perseguire per la realizzazione dei sistemi , i criteri e l’entità dei finanziamenti regionali alle Province e l’elaborazione di studi di fattibilità e di successivi progetti pilota. La delibera riconfermava anche il dettato della L.R. 1/2000 (art. 136) e quindi il ruolo affidato alle Province.
«Le Province formulano progetti di sistemi integrati di beni e servizi culturali» elaborati in base a:
- Individuazione dei livelli ottimali di gestione di funzioni e servizi;
- Individuazione degli ambiti territoriali di esercizio della gestione associata;
- Individuazione di modelli di incentivazione alla gestione associata.
In altre parole, le Province in collaborazione con i Comuni, i direttori e i conservatori dei musei di enti locali e di interesse locale, individuano tramite studi di fattibilità quelle realtà museali, eventualmente appartenenti ad un ambito territoriale peculiare, che possono essere interessate dall’avvio di una sperimentazione di messa in comune della gestione e dei servizi. Si prevedeva inoltre che sulla base di questi studi di fattibilità la Regione avrebbe avviato la sperimentazione di un modello di gestione associata sotto forma di progetti pilota, nei quali sarebbero stati condivisi aspetti economici, tecnico-organizzativi, promozionali o professionali, con vantaggi che si sarebbero auspicabilmente riverberati su ciascun ambito (culturale, turistico ed economico).
L’importanza della D.G.R. 7/9393 del 2002 consiste anche nell’adozione di una definizione di ciò che la Regione intende per «sistema museale locale». Nonostante infatti nelle norme e nei documenti, molte Regioni italiane utilizzino ampiamente l’espressione «sistemi museali», non sono però molte quelle che hanno definito e regolamentato con precisione tali istituzioni. La Lombardia è in questo caso una delle prime Regioni a farlo con un’ampiezza insolita e con rara precisione di metodo (vedi Appendice 1).
Innanzi tutto un «sistema museale locale» è una vera e propria istituzione, dotata di un centro di coordinamento, che può esistere come soggetto giuridico distinto dagli enti proprietari dei musei. Questi possono essere di differente titolarità, tipologia e dimensione e devono stabilmente integrare fra loro i servizi al pubblico. Tale integrazione deve avere obiettivi ben precisi, quali il miglioramento della qualità e quantità dei servizi stessi, l’ottimizzazione delle risorse, la crescita dell’offerta complessiva e la valorizzazione del territorio.
Quanto alla tipologia, il «sistema museale locale» può essere territoriale o tematico; quanto a dimensione può essere infraprovinciale, intercomunale o, nel caso di grandi comuni, «intermuseale» (ad esempio i sistemi museali civici) o interistituzionale (per i musei cittadini di diversa proprietà). Non è però prevista l’estensione regionale anche perché con questo atto si norma soprattutto l’attività delle Province come centri coordinatori di sistemi museali sub-regionali: la Regione riserva a sé infatti il ruolo di coordinatore generale delle politiche delle Province.
La D.G.R. 7/9393 del 2002 non è solo un documento di definizione teorica, ma costituisce un vero e proprio vademecum per la realizzazione di sistemi museali locali poiché fornisce precise indicazioni di organizzazione e funzionamento. In primo luogo, dopo aver dato la definizione di «sistema museale locale», la Giunta stila un nutrito elenco delle attività e dei servizi che possono essere concretamente gestiti in forma associata (inerenti tanto le attività scientifiche, conservative, didattiche, quanto i servizi aggiuntivi) e indica alle Province e ai responsabili dei musei le linee guida e le tempistiche per avviare concretamente il lavoro sui sistemi museali.
Assecondando la richiesta avanzata dalle Province di avere un ruolo attivo in materia di sistemi museali, la D.G.R. 7/9393 del 2002 non solo attua la L.R. 1/2000 che conferisce loro la formazione e lo sviluppo dei sistemi museali, ma rafforza il coinvolgimento delle Province stesse affidando loro anche il «coordinamento e supporto dello studio e della sperimentazione della gestione associata dei servizi e dei sistemi museali locali». Il compito che la Regione Lombardia ha attribuito alle Province è dunque fondamentale nell’attuazione del programma di messa a sistema dei musei, in particolare nella delicata fase preliminare della progettazione e della sperimentazione di tipologie sistemiche e di strategie gestionali. La Regione infatti aveva avviato una riflessione sulle prime sperimentazioni dei sistemi museali in Lombardia, in Italia e all’estero, ma si era constatato che esse erano ancora formule disomogenee e utili solo come riferimenti generali, non certo come modelli esportabili.
È per questo motivo che la D.G.R. 7/9393 precisa che «il lavoro nel contesto regionale viene avviato con specifica attenzione alle realtà e peculiarità locali, non sulla base di modelli prestabiliti, ma sulla base di analisi e studi di fattibilità riferiti alle singole realtà provinciali e locali e attraverso il coinvolgimento anche degli operatori museali, al fine di arrivare alla sperimentazione di progetti pilota integrati e condivisi dai vari progetti presenti sul territorio». La Regione dunque non ha imposto alcun modello alle Province, ma le ha supportate nell’elaborazione di analisi ad hoc e ‘dal basso’, in grado di riflettere e migliorare la realtà specifica del territorio. Le Province e gli operatori museali sono stati guidati nel loro percorso di elaborazione e di avvio dei progetti addirittura attraverso una tabella con i tempi di svolgimento delle attività .
Scartando pertanto la metodologia adottata in altre Regioni (ad esempio nel Veneto) che hanno avviato sperimentazioni limitate ad una tipologia museale o ad un territorio per ricavarne un modello generalmente applicabile, la Regione Lombardia ha scelto di contro di procedere all’unisono con tutte le Province nell’avvio di molteplici sperimentazioni sistemiche, impegnandosi a fornire tutti gli strumenti per l’attuazione di tali progetti. Alle Province infatti è stato affidato il compito di realizzare gli studi di fattibilità affidandosi, ancora una volta, alle linee guida estremamente dettagliate della D.G.R. 7/9393 del 2002. D’altra parte, l’elaborazione degli studi di fattibilità doveva essere supportata e monitorata da un gruppo di coordinamento provinciale di esperti, direttori e conservatori di musei di enti locali e di interesse locale e responsabili di servizi culturali . Ogni progetto di fattibilità doveva inoltre essere costituito da elaborati cartografici e da una relazione suddivisa in un parte analitica e in una propositiva . La Regione pertanto non ha inteso applicare modelli prestabiliti e imposti dall’alto, ma si è occupata di fornire risorse e strumenti affinché le singole realtà provinciali e locali potessero compiere analisi molto dettagliate e proporre progetti realistici, adatti alle proprie specificità locali. A questo scopo, la D.G.R. 7/9393 del 2002 metteva a disposizione 180.000 euro per contribuire alla realizzazione da parte delle Province di questi studi di fattibilità per lo sviluppo di sistemi museali locali .
Il bando che seguiva l’approvazione della D.G.R. 7/9393 del 2002 (D.D.S. 23 ottobre 2002 n. 19876) introduceva alcune novità «finalizzate a indirizzare il cofinanziamento regionale su progetti mirati, innovativi e maggiormente rispondenti alle finalità regionali di miglioramento della qualità dei servizi erogati al pubblico»: il 40% delle risorse disponibili veniva riservato a progetti realizzati in gestione associata da più musei. In tal modo la Regione riconosceva a questi progetti un effettivo valore aggiunto rispetto ai progetti gestiti individualmente e cominciava a condurre concretamente una politica di incentivazione della messa a sistema dei musei attraverso una quota parte riservata di finanziamenti.
Il lavoro compiuto dal gruppo di specialisti istituito con DDG 9682 del 2002 di cui supra ha concorso alla stesura della D.G.R. 20 dicembre 2002 n. 7/11643 dedicata ai criteri e linee guida per il riconoscimento e per gli operatori museali . La delibera, esempio ancora una volta di come gli aspetti della qualità del servizio e delle professionalità che lo erogano siano indissolubili, si compone di cinque allegati, tre dei quali (A, D, E) relativi ai musei e frutto della collaborazione del gruppo di lavoro regionale .
Di grande interesse è l’allegato A) nel quale un’ampia introduzione descrive e giustifica l’operato della Regione e il percorso di miglioramento della qualità dell’offerta museale. Inoltre si sottolinea il grande impegno regionale nella formazione di personale qualificato, aspetto che la Lombardia ha sempre seguito con grande attenzione .
A conferma di questo impegno è intervenuta anche la deliberazione della Giunta Regionale del 30 maggio 2003, n. 13155 , attraverso la quale sono state stanziate alle Province 160.800 euro per «l’acquisizione di professionalità adeguate allo sviluppo di attività e di progetti pilota di gestione associata di servizi museali». È tuttora evidente la volontà della Regione di puntare a un’alta qualificazione degli operatori del settore al fine di rendere sempre più agevole questa evoluzione «associata» .
Attraverso la citata D.G.R. 20 dicembre 2002 n. 7/11643, la Regione Lombardia, già sensibile e attenta alla necessità di miglioramento della qualità nel settore culturale, è stata la prima a recepire e – soprattutto – ad attuare le indicazioni del D.M. 10 maggio 2001 Atto di indirizzo sui criteri tecnico-scientifici e sugli standard di funzionamento e sviluppo dei musei (Art. 150, comma 6, D.L. n. 112/1998), con il coinvolgimento anche dei sistemi museali. Come è noto, il DM 10 maggio 2001 più che una norma è una raccomandazione; pertanto anche la D.G.R. 20 dicembre 2002 non costituisce un obbligo ma una importante possibilità quale tappa preliminare del processo di crescita della qualità dei servizi museali .
Per questo motivo, il riconoscimento dei musei tramite un questionario di autovalutazione si configura non come un accreditamento una tantum, ma come un processo graduale per il miglioramento continuo della qualità. Molto realisticamente, dunque, gli standard del DM 10 maggio 2001 non sono stati assunti acriticamente, ma adattati alla situazione dei musei presenti sul territorio regionale.
I questionari di autovalutazione allegati alle richieste di riconoscimento sono stati sottoposti al vaglio della Regione e del gruppo di lavoro regionale sui musei, al fine di approvare un elenco di musei e raccolte riconosciuti, cioè in possesso dei requisiti minimi (vedi infra la D.G.R. 5 novembre 2004, n. 7/19262), che si articolano seguendo gli otto ambiti individuati dal D.M. 10 maggio 2001 (vedi Appendice 2).
Il riconoscimento ha durata triennale a partire dall’approvazione dell’elenco dei musei. Gli istituti museali che in questa prima fase non fossero stati in possesso di tutti i requisiti minimi, avrebbero ottenuto un riconoscimento provvisorio qualora avessero elaborato un piano per il loro raggiungimento: alla scadenza dei tre anni il riconoscimento provvisorio è diventato definitivo solo se il museo è stato in grado di raggiungere gli obiettivi minimi che si era prefisso.
Il riconoscimento si applica alle due categorie di ‘museo’ e di ‘raccolta museale’ (art. 47 del DPR 616/1977) che la D.G.R. 20 dicembre 2002 definisce con le seguenti parole:
- «i musei svolgono precise funzioni tra loro integrate: la conservazione e l’esposizione di oggetti e collezioni, la ricerca e la comunicazione ad essi pertinente;»
- «le raccolte museali svolgono principalmente le funzioni di conservazione e di esposizione.
Entrambe le categorie comprendono realtà pubbliche e private, senza scopo di lucro, formalmente istituite, che svolgono continuativamente funzioni di servizio pubblico.»
Una raccolta museale dunque non può definirsi museo fintanto che non si sia dotata di personale qualificato in grado di curare la parte scientifica e didattica dell’istituzione. Attraverso le dichiarazioni enunciate nella D.G.R. 20 dicembre 2002 la Regione dimostra però di essere consapevole dl fatto che esistono molte realtà locali che non riusciranno mai ad avere le caratteristiche di un museo, ma che tuttavia hanno un ruolo culturalmente attivo sul territorio. A queste realtà la Regione proponeva nella delibera di «operare in una logica di sistema, di rete e di gestione associata dei servizi e in tale forma di collaborare e cooperare con gli altri istituti culturali, in primis quelli museali che, in tal modo, vengono ad assumere un’effettiva funzione di coordinamento territoriale». Attraverso l’inserimento in sistemi museali o nei più ampi sistemi culturali integrati, si assicurava a queste realtà il sostegno regionale per le funzioni primarie di restauro, sicurezza, valorizzazione .
Per il momento comunque i sistemi museali locali, ancora in fase di sperimentazione, non potevano accedere come singola istituzione al riconoscimento regionale; nella D.G.R. 20 dicembre 2002 la Regione si riprometteva di definire i criteri di riconoscimento nel momento in cui ci fossero stati risultati significativi della sperimentazione in atto. È comunque degno di nota il fatto che la Regione indichi la gestione associata di servizi, di personale qualificato, di risorse strumentali e di collezioni, quale metodo per migliorare e sviluppare la qualità e le potenzialità attrattive dei musei.
I benefici determinati dall’adesione alle indicazioni della delibera per i musei e le raccolte museali riconosciuti, anche provvisoriamente, consistono nel diventare i primari destinatari dell’azione regionale in materia. Inoltre, il conseguimento del riconoscimento determina anche la possibilità di partecipare a progetti condivisi e a campagne regionali di promozione che potrebbero portare ad un ulteriore miglioramento della qualità dei servizi e al conseguimento di vantaggi fiscali.
Per quanto riguarda quest’ultimo aspetto, è importante aprire una breve parentesi. Fino al 2001 la Regione ha stanziato finanziamenti per interventi in materia di musei di enti locali e di interesse locale attraverso un bando destinato a tutto il comparto cultura, comprendendo dunque biblioteche, archivi, progetti di digitalizzazione, attività culturali, patrimonio edilizio di valore ambientale, storico, architettonico, artistico ed archeologico, arredo di spazi urbani . Ma per rendere più efficace l’azione regionale, dal 2002 (con la D.G.R. 7/9393 del 2002 e con la successiva D.G.R. 7/13155 del 2003) i musei di enti locale o di interesse locale sono stati i destinatari di precisi capitoli nelle finanziarie annuali e di appositi bandi annuali di sostegno regionale. Addirittura a partire dal bando per il sostegno regionale a progetti di musei di enti locali o di interesse locale approvato il 12 novembre 2003 (D.D.S. n. 19050), la Regione ha ammesso a finanziamento tre distinte categorie di progetti:
1. prima categoria: progetti realizzati in gestione associata da due o più musei della stessa provincia o da sistemi museali locali;
2. seconda categoria: progetti realizzati da singoli musei;
3. terza categoria: progetti realizzati da reti regionali di musei;
Pertanto il D.D.S. n. 19050 del 2003 introduceva alle tre già note categorie di museo (museo, raccolta museale, sistema museale locale), una quarta: la ‘rete museale’. La definizione fornita nel documento è la seguente:
«Per reti regionali di musei si intendono realtà del territorio regionale, tra loro autonome istituzionalmente e prive di una direzione e di un controllo unitari, che hanno stabilito relazioni non competitive attraverso l’elaborazione di progetti specifici di collaborazione.»
A differenza dei sistemi museali, le reti non si configurano come vere e proprie istituzioni, non sono dotate di un centro di coordinamento e non condividono stabilmente i propri servizi. La loro collaborazione prevede solamente la partecipazione a progetti circoscritti.
I bandi annualmente approvati dalla Regione hanno riproposto questa tripartizione delle categorie di progetti fino al 2007 , quando il Decreto Dirigente Unità Organizzativa 8 febbraio 2007 n. 1068 ha approvato il bando per la presentazione e la valutazione di progetti relativi solamente a sistemi museali locali e reti di musei: il documento afferma esplicitamente che «i progetti di singoli musei, ancorché aderenti a sistemi museali locali, non rientrano nel presente bando» .
Nell’ultimo bando 2007, le tipologie di intervento per le quali i sistemi museali possono far richiesta sono l’allestimento di strutture al pubblico, la didattica, la promozione e valorizzazione delle collezioni, la formazione del personale, i progetti speciali integrati di ricerca e il progetto EST . Le reti museali possono presentare richiesta per i medesimi interventi eccezion fatta per l’allestimento e per il progetto EST.
Quindi i finanziamenti della Regione per il settore sono stati negli anni diversificati, anche se oggetto di polemiche relative alla consistenza e al principio ispiratore: la consigliera Maria Chiara Bisogni, membro della commissione cultura, denunciava una radicale riduzione di finanziamenti dal 1999 (42.690.000.000 lire) al 2003 (67.800.000), mentre Daniela Benelli, ex assessore alla cultura della Provincia di Milano sottolineava il «localismo centralista» dell’assessore Albertoni .
Nel frattempo la Regione ha avviato nel 2003 la realizzazione di un nuovo database relativo ai musei della Lombardia con il duplice scopo da un lato di consentire ai musei di compilare on line il questionario di autovalutazione per il riconoscimento regionale, dall’altro di disporre di dati aggiornati anche in relazione del ruolo delle Province alle quali erano stati conferiti i sistemi museali locali . Infatti l’unico ‘censimento’ dei musei locali realizzato ufficialmente dalla Regione consisteva negli elenchi allegati alla citata D.G.R. 28 settembre 1976 n. 2/5316, nei quali i musei di enti locali e quelli di interesse locale erano classificati in museo grande, medio o minore ai sensi dell’art. 3 della L.R. 39/74.
Il primo riconoscimento dei musei e delle raccolte museali di cui alla D.G.R. 11643/2002, è stato approvato con la D.G.R. 5 novembre 2004 n. 7/19262. Diversamente dalla classificazione del 1976, l’elenco dei musei e delle raccolte museali suddiviso per Province unisce tanto i musei di enti locali e di interesse locale quanto gli istituti riconosciuti e non riconosciuti. Dei 221 musei che hanno presentato domanda di riconoscimento di durata triennale (circa 65% del totale), 117 sono stati riconosciuti come segue: 48 riconosciuti come musei, 24 come raccolte museali e 24 riconosciuti provvisoriamente come musei . Questi ultimi hanno potuto ottenere il riconoscimento definitivo, al termine dei tre anni di validità di quello provvisorio, solo avendo certificato il raggiungimento di tutti i requisiti minimi. In questo primo riconoscimento regionale del 2004, solamente un sistema museale ha raggiunto i requisiti minimi (per cui vedi Appendice 2): il Sistema museale della Valle Trompia .
L’elenco dei più di duecento musei contenuto nella D.G.R. 7/19269 del 2004 non si limita ad una secca classificazione, ma è corredato dalla valutazione di ciascun istituto, nella quale da un lato si giustifica il mancato riconoscimento, dall’altro si indicano gli obiettivi da raggiungere nel triennio a venire per ottenerlo. Dall’approvazione di questo primo riconoscimento, ovvero per il triennio 2005-2007, la regione Lombardia ha sostenuto non solo i musei e le raccolte riconosciuti, ma anche gli istituti che hanno elaborato progetti per raggiungere i requisiti minimi per il riconoscimento.
L’impegno della Regione nell’impostazione metodologica del riconoscimento, nel processo di valutazione degli oltre 220 musei e nel concepimento delle azioni progettuali future è stato svolto con grande efficacia e competenza. Si è scelto addirittura di inserire nella D.G.R. 7/19269 del 2004 (All. B) una lunga disamina sulle «questioni evidenziate dal processo di riconoscimento e indirizzi regionali», dando conto del lavoro svolto dalla Regione, dalle commissioni regionali, dagli amministratori e dai professionisti del settore museale, nonché delle prospettive programmatiche del riconoscimento. Tra queste emerge anche il ruolo importante dei sistemi museali locali, sui quali la Regione dimostra di puntare per la crescita della qualità dei servizi al pubblico. Malgrado, come abbiamo visto, solo un sistema museale abbia ottenuto il riconoscimento, data la fase ancora prematura delle sperimentazioni sistemiche in atto, la Regione individua nelle reti e nei sistemi museali «la strada prioritaria attraverso cui gli istituti non riconosciuti potranno raggiungere i requisiti minimi e valorizzare al meglio le proprie specificità e attività» . Oltre al rafforzamento del dialogo instaurato con successo con le Province, la Regione individuava nelle Comunità montane enti particolarmente adatti – oltre alle Province stesse – per la gestione associata dei servizi museali e culturali in genere .
Il risultato di questa politica sistemica al 2004 è registrato nel DPEFR 2005-2007, dove il Consiglio ha constatato l’avanzamento del «processo per lo sviluppo dei sistemi museali con venti progetti di gestione associata» .
Il successivo Programma Regionale di Sviluppo della VIII legislatura, approvato il 26 ottobre 2005 dal Consiglio Regionale, e i relativi DPEFR annuali riprendono fra gli obiettivi primari del settore cultura la promozione di forme di gestione associata e del processo di accreditamento dei musei . In particolare il DPEFR del 2006-2008 ha previsto il «completamento del processo di classificazione, qualificazione e accreditamento di Musei e Raccolte per la loro qualificazione e sviluppo». Mantendo quest’ultimo dettato della misura dedicata ai sistemi museali, l’ultimo DPEFR 2007-2009 aggiunge fra gli obiettivi quello di impostare «un adeguato progetto di qualificazione e potenziamento di realtà museali non accreditabili per mancanza di requisiti, che necessitano di razionalizzazione, consolidamento e sostegno, anche attraverso lo sviluppo della gestione associata».
È nell’ottica degli obiettivi di tali DPEFR che la Regione ha avviato il secondo riconoscimento dei musei e delle raccolte museali con la D.G.R. 31 maggio 2006 n. 8/2651 . Entro il 1 settembre 2006 hanno potuto richiedere il secondo riconoscimento gli istituti museali che non hanno mai fatto domanda di riconoscimento, che sono stati riconosciuti provvisoriamente con la D.G.R. 19262/2004, che non sono stati riconosciuti né come museo, né come raccolta museale con la citata deliberazione, oppure che sono stati riconosciuti come raccolta museale e, avendo raggiunto i requisiti minimi, intendono essere riconosciuti come museo .
Entro il medesimo termine, tutti i musei e le raccolte museali riconosciuti nel 2004 che non presentano domanda per il secondo riconoscimento devono compilare il questionario di autovalutazione on line per il monitoraggio, pena la perdita dei criteri di priorità per il coofinanziamento riservati ai musei riconosciuti. Anche in questo caso, la D.G.R. contiene un allegato (all. A) in cui sono esposte le motivazioni e gli obiettivi regionali del riconoscimento. Nello specifico, l’analisi della gestione associata dei musei sotto forma di sistemi e reti si rivela particolarmente interessante e ricca di dati precisi, confrontabili con altre fonti statistiche .
A proposito della gestione associata, la D.G.R. ricorda che tra gli istituti riconosciuti nel 2004 erano presenti cinque realtà che «al di là della denominazione, gestiscono in forma associata più istituti museali»: il Sistema museale della Cit¬tà di Cremona, i Musei civici di arte e storia di Brescia, il Sistema museale della Valle Trompia (BS), il Museo della Valchiavenna di Chiavenna (SO), il Museo del Parco Alto Garda Bresciano di Tignale (BS) . Questi ultimi tre sono gestiti da Comunità montane, ritenute enti particolarmente adatti alla gestione associata di istituti sia di loro proprietà, sia di proprietà di Comuni appartenenti alla Comunità. Inoltre si segnalava anche il recente Sistema museale di ateneo dell’Università degli studi di Pavia, costituito nel 2005 e quindi non ancora rico¬nosciuto, che gestisce in forma associata diversi istituti museali di proprietà.
Complessivamente la D.G.R. del maggio 2006 constatava la messa in atto di 13 sistemi museali locali (passati alla fine dello stesso anno a 20) che coinvolgono più di 150 istituzioni museali e che si erano formati attraverso l’azione di sostegno regionale e la progettazione provinciale . Tuttavia, la Regione ha ritenuto opportuno non definire per il momento i criteri per un loro eventuale riconoscimento, rimandando questa valutazione nel momento in cui la sperimentazione in atto avrà prodotto risultati più continuativi e significativi. Infine, riprendendo il citato D.D.S. n. 19050 del 2003, la delibera dava conto delle reti regionali, realtà autonome e prive di un centro direzionale che condividono solo progetti specifici .
L’impegno della Regione per il miglioramento del museo inteso come servizio pubblico, ben visibile anche dall’ottima strategia comunicativa via web e nelle molteplici occasioni di incontro degli operatori , è stato premiato con numerose richieste di riconoscimento .
Attualmente le domande sono al vaglio della Regione e della commissione regionale dei musei e solo al termine del lavoro istruttorio potremo conoscere il numero dei sistemi museali che ha presentato la richiesta e che è riuscito a ottenere il riconoscimento . La relazione di valutazione sarà inoltre la fondamentale cartina al tornasole per monitorare (qualitativamente e quantitativamente) lo sviluppo dei sistemi museali e delle reti museali e la loro applicabilità come strumento privilegiato per il miglioramento museo-pubblico servizio.

Conclusioni

La politica della Regione Lombardia per i sistemi museali locali non si sviluppa – caso raro in Italia – a partire da valutazioni amministrativo-gestionali miranti principalmente alla riduzione e ottimizzazione dei costi e alla realizzazione di economia di scala. Malgrado si consideri questo aspetto indubbiamente importante nell’ottica della necessaria razionalizzazione della spesa pubblica, la politica culturale della Regione – perlomeno considerata a distanza e alla sola luce dello studio della normativa e dei documenti ufficiali – adotta con convinzione l’idea che il museo, alla stregua della scuola e della sanità, costituisca un servizio pubblico al cittadino, inteso anche nella sua duplice veste di contribuente ed elettore. In quest’ottica che privilegia la qualità piuttosto che la quantità, soprattutto dalla fine degli anni Novanta la Regione ha stabilito fra le sue principali priorità la qualificazione e l’aggiornamento costante delle professionalità, indispensabile presupposto di qualsiasi progetto di miglioramento del museo-servizio . Il processo di adozione degli standard qualitativi applicati dalla Regione ai musei locali non può infatti scindersi da un alto livello di preparazione del personale, deputato in prima persona all’erogazione della vasta serie di servizi globalmente forniti dai musei. Fra questi la Regione ha mostrato particolare attenzione ai servizi primari, ovvero alla conservazione, alla ricerca scientifica e alla didattica-comunicazione.
Il fine ultimo dell’organizzazione sistemica dei musei locali lombardi, soprattutto di quelli che non raggiungono i livelli minimi di qualità è proprio quello di migliorare con gradualità e costanza i servizi primari dei musei aderenti.
La Regione ha affrontato con rara capacità organizzativa le tappe graduali - ma serrate- del processo di incentivazione alla progettazione e sperimentazione dei sistemi museali locali. Determinante è stato il coinvolgimento e la responsabilizzazione delle Province lombarde, chiamate ad essere gli attori protagonisti della regia regionale. Questa scelta ¬– concretizzata attraverso l’attuazione delle deleghe da parte della Regione stessa – risponde all’esigenza da un lato di non imporre alcun modello prestabilito a livello regionale, per consentire viceversa una progettazione ‘dal basso’ capace di adattarsi alle specificità di ciascun territorio; dall’altro di procedere sincronicamente e ‘democraticamente’ nella sperimentazione sistemica, offrendo a tutto il territorio regionale le medesime opportunità strumentali e finanziarie per operare la sperimentazione.
A conferma della sensibilità e del realismo che caratterizzano la politica regionale per i sistemi museali, e in generale per i musei, la Regione Lombardia non ha per il momento dettato criteri per il riconoscimento degli standard qualitativi dei sistemi museali, ancora in fase di sperimentazione, e ha indicato l’aggregazione sistemica (e a rete) quale strumento privilegiato per il futuro miglioramento qualitativo dei musei non accreditabili o delle raccolte museali.

3.1 Una panoramica delle realtà rilevate

L’analisi delle singole progettazioni e sperimentazioni che, in virtù delle direttive regionali, ciascuna Provincia ha promosso e sviluppato non può essere compiuta approfonditamente in questa sede, ma meriterebbe di essere realizzata soprattutto attraverso indagini e rilevazioni in loco, al fine di appurare i concreti risultati delle politiche culturali degli enti locali lombardi. Tuttavia, seppur per sommi capi, forniamo una panoramica sui progetti sistemici fino ad oggi costituiti in ciascuna provincia, così come essi sono attestati dalla Direzione Generale Culture .
Per ciò che riguarda i sistemi museali cosiddetti ‘tematici’, solo quattro Province lombarde hanno riscontrato le condizioni per una loro applicabilità: Milano, Bergamo, Brescia e Varese.
La Provincia di Milano ha promosso nel 2003 la costituzione del Sistema museale Milano città del progetto, di cui fanno parte cinque musei d’impresa coordinati dall’Assessorato provinciale alla cultura .
Oltre alla Rete dei musei ecclesiastici della Diocesi, la Provincia di Bergamo ha incentivato il recente Sistema Triassico che riunisce, attraverso un documento d’intesa sottoscritto nel 2005, il Comune di Bergamo (Sezione di Geologia e Paleontologia del Museo Civico di Scienze Naturali E. Caffi), e due Comunità montane (la Comunità Montana Valle Seriana con il Parco Paleontologico di Cene e la Comunità Montana Valle Imagna con il Monumento Naturale della Valle Brunone nel Comune di Berbenno).
Ben due sistemi museali di natura etnografica sono coordinati dalla Provincia di Brescia: il Sistema museale di Valle Trompia ufficialmente istituito nel 2000 e gestito dall’omonima Comunità montana (con ben 19 comuni aderenti) e il costituendo Sistema museale di Valle Camonica, anch’esso legato alla locale Comunità montana.
Infine la Provincia di Varese ha avviato la realizzazione dello studio di fattibilità del SiMArch – Sistema Museale Archeologico, costituitosi ufficialmente nel 2005 con la partecipazione di quattro istituti , ed ha progettato lo SMAC – Sistema Museale per l’Arte Contemporanea, in via di attivazione.
Già da questa prima panoramica, emerge il ruolo determinante delle Comunità montane nella gestione dei sistemi museali, in considerazione del fatto che le Comunità posseggono sul loro territorio molti piccoli musei e raccolte museali che solo attraverso un coordinamento sistemico possono migliorare i loro servizi attingendo ai fondi regionali annualmente banditi.
Sono invece in maggioranza i sistemi museali di natura territoriale, di cui fanno parte istituti di svariate tipologie che insistono sul medesimo territorio. Il Sistema museale della Bassa Pianura Bergamasca costituisce un caso interessante in quanto estensione dell’esistente Sistema Bibliotecario: quest’ultimo, nato nel 2002 come riorganizzazione delle precedenti collaborazioni interbibliotecarie, convenzionava 31 comuni della Bassa Bergamasca i quali nel dicembre 2005 hanno deciso di condividere risorse professionali e materiali anche in ambito museale .
La Provincia di Brescia, oltre ai due sistemi museali tematici appena visti, ha promosso la costituzione del Sistema Museale di Valle Sabbia, anche in questo caso gestito dalla locale Comunità montana in base ad una convenzione firmata nel novembre 2006 . Questi tre sistemi museali, insieme alla Rete Museale del Parco Alto Garda Bresciano, al Sistema Museale della Pianura Bresciana e ad una serie di altri musei esistenti nel territorio, sono coordinati direttamente dalla Provincia di Brescia nell’unico Sistema provinciale bresciano dei musei di cultura materiale, avviato nel 2005 .
Le Province di Cremona, Lodi e Mantova hanno progettato e sperimentato sistemi museali estesi a tutto il territorio posto sotto la propria amministrazione. Il Sistema Museale della Provincia di Cremona riunisce 27 realtà fra musei e raccolte museali, appartenenti a enti tanto pubblici quanto privati . Di questo tuttavia non fa parte il Sistema Museale della città di Cremona, che comprende cinque musei e collezioni tutte di proprietà comunale .
Analogamente, il Sistema Museale della Provincia di Lodi coinvolge trenta istituzioni fra musei pubblici e privati, aree naturalistiche e un osservatorio astronomico. Le realtà lodigiane aderenti hanno sottoscritto un Protocollo d’intesa, ma ancora il Sistema Museale non può dirsi ufficialmente istituito fino a quando la Provincia non costituirà un centro servizi provinciale in grado di garantirne il coordinamento .
Uno dei più ampi e strutturati sistemi a livello provinciale, è certamente quello dei musei e dei beni culturali mantovani, istituito ufficialmente il 9 marzo 2004 con la Delibera di Consiglio n. 9 della Provincia di Mantova, in qualità di ente promotore e coordinatore. La Delibera ha approvato il testo di una Convenzione, sottoscritta da 29 enti (musei, raccolte museali e beni monumentali) pubblici e privati .
Le ultime tre Province lombarde, Como, Pavia e Sondrio, coordinano rispettivamente sistemi museali territoriali che tuttavia si estendono solo parzialmente sul territorio provinciale. Della prima fa parte il Sistema Museale Territoriale «Alpi Lepontine» (S.Mu.T.A.L.), istituito dal Consiglio Direttivo della Comunità Montana Alpi Lepontine del 12 gennaio 2006 . La Provincia di Pavia coordina ben cinque sistemi museali territoriali: il Sottosistema Musei del più ampio Sistema Museo Bibliotecario Integrato dell’Oltrepò pavese (nato nel dicembre 2001, vi aderiscono dieci musei) , il Sistema museale Lomellina Musei (istituito tra la fine del 2003 e l’inizio del 2004, di cui fanno parte sette musei e monumenti) , il Sistema museale di Ateneo dell’Università di Pavia , a sua volta parte del Sistema museale di Pavia, del suo Ateneo e della sua Certosa (costituito nel gennaio 2004 con una convenzione siglata da Comune di Pavia, Università degli Studi di Pavia, Diocesi di Pavia e Soprintendenza Regionale per i Beni e le Attività Culturali della Lombardia, con il sostegno della Provincia di Pavia e della Regione Lombardia) e il costituendo Sistema Museale locale di Vigevano. La provincia di Pavia ha stipulato nel 2005 uno schema di accordo di sviluppo territoriale in cui rientra anche la realizzazione di un Sistema museale provinciale per il coordinamento e il potenziamento di questi sistemi già esistenti .
Infine, la provincia di Sondrio coordina il sistema museale gestito dalla Comunità montana della Valchiavenna, composto da piccoli musei e raccolte museali pubblici e privati che hanno firmato una convenzione nel 2006.

Bibliografia

- C. BODO, Lombardia, in Rapporto sulla politica culturale delle Regioni. Le leggi la spesa gli interventi le prospettive, Milano, Franco Angeli Editore1982, pp.152-172.

- La spesa delle Regioni per i beni culturali, in La spesa dello Stato, delle Regioni e degli altri soggetti pubblici e privati per i beni culturali, in I beni culturali in Italia, indagine conoscitiva della Commissione Cultura, scienza e istruzione (dicembre 1988-dicembre 1991) e documentazione allegata, Roma, Camera dei Deputati, 1992, Vol. II, pp. 93-184, in particolare per la Lombardia pp. 123-126.

- Gestione e valorizzazione dei beni culturali nella legislazione regionale, a cura di A. Maresca Campagna, Roma, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato 1998, pp. 473-504.

- P. CONSOLINI, La spesa delle regioni, in La spesa pubblica, in Rapporto sull'economia della cultura in Italia 1990-2000, a cura di C. Bodo, C. Spada, Bologna, il Mulino 2004.

- Relazione concernente il controllo eseguito sui musei degli enti locali, Le risultanze del controllo sui musei degli enti locali nelle sezioni regionali, Regione Lombardia, Corte dei Conti, Sezione delle Autonomie, Delibera n. 8/AUT/2005, 30 novembre 2005, pp. 214-242.

- I musei di Lombardia, a cura di Federico Ceruti, Istituto Lombardo di Scienze e Lettere, Milano, Istituto Lombardo di Scienze e Lettere, 1957.

- Guida ai Musei della Lombardia, a cura di L. Binni, Milano Electa 1980.

- Musei di Lombardia, a cura di A. Garlandini, T. Serra, Como, New Press 1989.

- A. GARLANDINI, Il nuovo ruolo delle Regioni e i musei: l'esperienza della Lombardia, «Lares», 70, 1, 2004, pp. 227-239.

- Modelli innovativi di gestione del patrimonio museale in Lombardia. II Fase. Rapporto finale, a cura di Alessandro Sinatra, Fernando Alberti, Chiara Bernardi, Riccardo De Vita, Patrizia Doni, Davide Moro (CERMEC - Università Cattaneo Castellanza), Milano, IreR, 2004.

- La valutazione delle politiche culturali. I musei in Lombardia: una realtà complessa, a cura di Francesca Zajczyk, Milano, Franco Angeli (1994).

- Le politiche culturali degli enti locali, a cura di E. Degiarde e D. Gregorio, IreR, Milano, Regione Lombardia, 1996 (Quaderno dell'Osservatorio 17).

- Case study di sistemi culturali integrati italiani ed europei, 2° Rapporto di Ricerca del progetto: «Nuove professionalità: Imprenditoria e occupazione per i servizi culturali: progettisti per lo sviluppo di sistemi culturali integrati», a cura di Silvia Bagdadli, CRORA-Università L. Bocconi. Milano, 2001.

- Studio sui modelli innovativi di gestione del patrimonio museale in Lombardia. Rapporto finale I Fase, a cura di Alessandro Sinatra, Chiara Bernardi, Cecilia Gilodi, Davide Moro, Laura Tomberg (CERMEC-Università Cattaneo Castellanza), IreR, Milano, giugno 2002.

- Offerta e fruizione di cultura in Lombardia. Leve e fattori di sviluppo strategici. Volume 1. «Analisi del sistema culturale lombardo», IreR, Milano, Regione Lombardia, 2005.

- P. PETROROIA, Un progetto di riorganizzazione della rete museale minore in Italia, in Promuovere il museo, Atti della II Conferenza Regionale dei Musei del Veneto (Vicenza, 15-16 settembre 1998), a cura di L. Baldin, Canova, Treviso 1999, pp. 15-24.

- Le professionalità operanti nel settore dei servizi culturali. I musei lombardi, a cura di Satef S.r.l., Milano, Ottobre 2001.

- A. GARLANDINI, Sistemi museali locali e gestione associata dei servizi: l’esperienza della Regione Lombardia (disponibile on-line).

- P. PETROROIA, Modelli di governance per i beni culturali, «Economia della Cultura», XVII, 1, 2007, pp. 47-53.

- Musei in Lombardia 2000-2005: qualità e sviluppo dei servizi (disponibile on-line).

- Musei e servizi educativi in Lombardi. Sistema, standards e qualità dei servizi, (disponibile on-line).

- Primo riconoscimento dei musei lombardi: un passo per il futuro. Musei e territorio: sistemi culturali e sistemi turistici. Il ruolo delle associazioni dei professionisti museali (disponibile on-line).

- ALBERTI, BERNARDI, MORO, I musei fanno sistema. Esperienze in Lombardia, ricerca promossa dalla Direzione Generale Culture, Identità e Autonomie della Regione Lombardia, Struttura Osservatorio Culturale, coordinata da IreR, LIUC e CERMEC, Milano, Guerini e Associati, 2005.

- F. SERENO, A. GARIBALDI, M. PALERMO, Studio di fattibilità di un progetto pilota di integrazione di beni e servizi culturali nella Provincia di Lodi, Fitzcarraldo 2002.

- M. BORIANI, F. PREMOLI, Il sistema museale del lodigiano. Studio per il territorio provinciale, Politecnico di Milano-Dipartimento di progettazione dell'Architettura e Provincia di Lodi, 2001.

- CLES, Studio della forma di gestione per il sistema museale di Brescia, Fondazione C.A.B. 1999.

- CLES, Il sistema culturale di Mantova, 2001.

- A. GARLANDINI, L’intervento delle regioni a favore dei musei: uno scenario in profondo cambiamento, «Aedon», 2, 2006.

Dossier a cura di VERONICA CARPITA

Creative Commons License
Questa opera è pubblicata sotto una Licenza Creative Commons.