Dossier Regione Campania

Prima del "sistema museale" nella legislazione regionale

Introduzione

La politica della Regione Campania in materia di sistemi museali è particolarmente complessa sia per la ricchezza del patrimonio, che ha determinato la formazione e applicazione di differenziate soluzioni gestionali, sia per la difficoltà del territorio, che ha attratto fondi speciali in ingenti quantità senza riuscire spesso a utilizzarli debitamente. La stessa legislazione regionale non ha seguito da vicino, come in altre Regioni italiane, le opportunità messe a disposizione dalla normativa nazionale, accumulando così ritardi e situazioni contorte .
Negli anni Settanta non si disponeva con chiarezza il trasferimento delle funzioni delegate dallo Stato alle Regioni . Una norma specifica su questo mancò anche per tutti gli anni Ottanta e Novanta. La programmazione triennale prescritta non veniva effettuata e la Regione si limitava a stabilire i finanziamenti in piani annuali. Mancava una normativa di settore che regolamentasse le funzioni, la costituzione e il funzionamento dei musei locali. In questa situazione si presentavano però opportunità aggiuntive, che avrebbero potuto aiutare la Regione a migliorare la propria condizione: negli anni Ottanta i finanziamenti della Cassa per il Mezzogiorno e i Fondi Investimenti ed Occupazione (FIO). Negli anni Novanta la dotazione dell'autonomia per Pompei e poi la creazione del Polo museale di Napoli costituivano ulteriori aggregati assai ricchi di patrimonio, organizzati in maniera differenziata, che avrebbero potuto guidare lo sviluppo del resto del territorio. Nel frattempo, la Regione veniva inserita nelle aree Obiettivo 1 e si candidava per conseguire ulteriori fondi. In questa contorta storia il patrimonio culturale è sempre stato considerato come un fattore positivo su cui puntare per il rilancio turistico e occupazionale, per lo sviluppo del territorio e dell'economia. Di pari passo ad una politica che abitualmente considerava i musei e gli istituti di cultura nella loro singolarità, di tanto in tanto sono stati presentati anche piani più ampi che, con un'ottica allargata ad altri comparti pubblici o ad altri istituti analoghi, cercavano di prendere in considerazione più enti culturali, anziché i singoli, nel tentativo di integrare le maggiori istituzioni con quelle minori e con il contesto territoriale. In questa prospettiva, spesso utilizzando i fondi europei, con integrazioni regionali e nazionali, negli ultimi anni sono stati implementati alcuni progetti di natura sistemica rivolti all'ambito culturale e in special modo museale, con l'intento di riprendere, valorizzare e ottimizzare il patrimonio culturale: i cosiddetti ‘grandi attrattori’ e gli ‘itinerari’ sono stati alcuni esiti di questa politica.

1. Prima del "sistema museale" nella legislazione regionale

1.1. Leggi regionali per i decreti delegati

Nel 1974 si collocano alcune importanti iniziative relative al patrimonio culturale campano: l’emanazione di due leggi di settore e la pubblicazione di un volume sui musei della Regione. Da un lato il libro I Musei degli enti locali in Campania presentava un inquadramento storico e collezionistico dei musei suddivisi per province , in particolare descrivendo i musei provinciali di Salerno come un nucleo compatto, per i quali si utilizzava l’espressione «rete di musei» . Dall’altro lato, la Regione Campania varava due norme importanti . La prima, la 32/1974 , disponeva l'attività di catalogazione e censimento dei beni con uno stanziamento di 500 milioni di lire, realizzabile anche attraverso la collaborazione con Soprintendenze e Università e da disciplinare con un regolamento. La seconda, la 58/1974 , disponeva la programmazione degli interventi di restauro, acquisto e valorizzazione tramite un piano da concordare annualmente con la Giunta: per questa serie di interventi si mettevano a disposizione un miliardo e mezzo di lire. Così, in relazione a questa disposizione, nel 1975 veniva realmente autorizzata la spesa di un miliardo e mezzo di lire per le attività di restauro, acquisto e valorizzazione. Nel 1977 veniva stabilita una programmazione triennale degli stanziamenti, con cui si assegnavano quote analoghe per ciascuno dei tre anni successivi, fino al 1979 .
Negli stessi anni, per dotare la Regione degli apparati fondamentali per la gestione delle funzioni delegate, con la L.R. n. 29 del 14 maggio 1975, Norme sull’ordinamento amministrativo della Regione , l’amministrazione regionale «ispirata ai principi della partecipazione, del decentramento e della programmazione» istituiva una serie di servizi (24), di cui il 16° era il Servizio Istruzione e Cultura. Tale Ufficio, oltre ad occuparsi di questioni relative al diritto allo studio e alla pubblica istruzione, aveva responsabilità riguardanti non solo «organizzazione e sviluppo dei servizi di pubblica lettura e dei centri di promozione culturale e sociale», ma anche la creazione e l’organizzazione di un «sistema regionale delle biblioteche pubbliche e dei Musei» (art. 2).
Questo dichiarato riferimento al concetto di sistema in realtà non ebbe però alcuna applicazione. Va notato che in questi provvedimenti la tematica museale è sempre secondaria e non accuratamente codificata, se non del tutto assente, come avviene nella norma del 1974 che regolamenta con precisione le modalità di finanziamento delle sole biblioteche .
Va inoltre precisato che, contestualmente, la L.R. 29/1975 disponeva la creazione anche del Servizio n. 11, dedicato al turismo, a cui veniva attribuito anche il compito di «catalogazione, tutela e valorizzazione del patrimonio storico, artistico culturale e naturale» e di «coordinamento di programmi e studi in materia di turismo, beni culturali e ambiente» . Veniva in tal modo costruita una struttura ibrida, che avrebbe però dovuto svolgere anche un incarico essenzialmente tecnico qual era appunto la catalogazione del patrimonio. Tre anni dopo, nel 1978, questa ripartizione di funzioni al Servizio n. 11, evidentemente non corretta, fu modificata e i compiti di tutela, valorizzazione e catalogazione del patrimonio furono attribuiti tutti al 16° Servizio Istruzione e Cultura .
In questi anni l’uso del termine «sistema» in riferimento alle biblioteche era una pratica molto diffusa non solo in Campania ma anche in altre regioni italiane, in cui le prima norme di tutela riguardavano proprio l’organizzazione delle biblioteche in sistemi. Questa concezione dell’articolazione dei servizi bibliotecari conduceva spesso, per traslazione, ad immaginare un’organizzazione analoga anche per i musei e a cercare di elaborare, talvolta in maniera acritica, una simile strutturazione. Questo però si scontrava con il fatto che la situazione dei musei era molto più complicata: non solo il regime proprietario era diverso, variando da comunale, a provinciale, a statale, ma anche le tipologie di beni, mobili e immobili, erano assai differenziate. Questo, di pari passo all’esiguità dei fondi a disposizione e alla mancanza di norme chiare e coerenti, determinava un quadro di stallo che si prolungò per molti anni. Si può dunque ipotizzare che in questa norma del 1975 l’espressione ‘sistema’ estesa ai musei fosse stata adottata senza una seria e approfondita riflessione precedente e solo per analogia con l’ambito bibliotecario.
Per completare il quadro degli anni Settanta si deve ricordare l’istituzione e il passaggio dei ‘centri polivalenti’ alle Regioni. In particolare in Campania la creazione dei Centri di servizi culturali , già disposti alla fine degli anni Sessanta dalla Cassa per il Mezzogiorno nelle regioni meridionali , veniva così ulteriormente rafforzata quando nel 1979 la Regione si occupava di normare la destinazione di immobili e personale a questi per consentire lo svolgimento delle attività assegnate.
Nel 1980 si interveniva in tema di trasferimento delle funzioni amministrative a livello subregionale, applicando in maniera molto estesa i principi del decentramento amministrativo attraverso deleghe e subdeleghe . Con questa norma, infatti, la Regione trasferiva agli enti sub-regionali, Comuni e Province, le «funzioni regionali relative ad interventi per i musei e le biblioteche degli Enti locali e ad interventi per la promozione di attività culturali» (Titolo II, art. 16). Ma questo trasferimento di funzioni doveva avvenire nel quadro di un provvedimento di programmazione regionale di definizione dell’entità e della destinazione degli stanziamenti finanziari. La Regione, invece, distribuiva alcune funzioni delegate agli enti di livello inferiore, mantenendo nelle proprie mani solo la programmazione generale. Anche questa legge, però, non poteva avere un’applicazione diretta, ma si configurava come norma di principio che necessitava di appositi, ulteriori, regolamenti applicativi. Tanto è vero che nel 1983 si cercava di dare indicazioni più precise, tramite un ulteriore atto di carattere programmatico .
Le spese per il triennio 1980-1982 erano state regolamentate dall’apposita norma di programmazione che prevedeva uno stanziamento molto consistente: non solo si metteva a disposizione la cifra consueta di circa 700 milioni per il primo anno, ma a questa si aggiungevano 19 miliardi e mezzo di lire, di cui almeno cinque dovevano andare a finanziare interventi riparatori per eventi sismici recenti .


1.2. 1983: sistemi bibliotecari e musei

La norma del 1983 in primo luogo indicava il modo in cui sarebbero stati definiti e suddivisi gli stanziamenti per la promozione culturale. Si stabiliva che con la legge di bilancio annuale la Regione avrebbe stabilito la quota da impegnare in promozione culturale, biblioteche e musei e quella che sarebbe stata impegnata direttamente dall’assessorato (art. 1). Si disciplinavano in maniera parallela i finanziamenti per le attività educative, che venivano concepite a largo raggio, dall’ambito scolastico all'acculturazione dell’età adulta, e si disponeva, anche in Campania come in altre Regioni del Meridione, la costituzione di Centri di servizi culturali che avrebbero agito come poli di educazione permanente a carattere sovracomunale. Va infatti sottolineato che, a questo proposito, la Regione stessa citava in causa le associazioni di Comuni e le Province per la diretta amministrazione di questi Centri (artt. 3-4). Questa concezione indica la volontà di accorpare servizi educativi di diverso tipo e livello, riconducendoli ad un’unica struttura, che non era la diretta espressione di un Comune o di una Comunità molto ristretta, bensì era già la manifestazione di un primo atto di accordo tra Comuni che si associavano per costituire un polo unico. Il concetto di comprensorio molto in voga in questi anni costituiva il retroterra culturale di questa formulazione normativa. La concezione della cultura era quella di un fattore aggregante, che doveva aiutare la scolarizzazione e l’integrazione umana e sociale, anche tramite una miglior conoscenza del patrimonio culturale, proprio perché tra le attività dei Centri rientrava anche l’organizzazione di «visite guidate a musei e parchi, località archeologiche ed artistiche». I Centri dunque dovevano svolgere un ruolo organizzativo anche sul versante sociale in ambito territoriale sovracomunale, aggregando magari le realtà amministrative più piccole e costituendo un luogo di incontro culturale.
Ancor più interessante ed eloquente di questa concezione dell’organizzazione culturale, per come essa si stava manifestando in varie Regioni italiane e in questo giro d’anni, era la definizione ampia dei ‘sistemi bibliotecari’. Grazie al passaggio in materia di biblioteche dallo Stato alle Regioni e al trasferimento delle relative Soprintendenze, era stato disposto per legge che anche i beni mobili e immobili, prima di proprietà statale e utili all’esercizio di quelle funzioni, passassero dallo Stato ai nuovi facenti funzione. In questo caso quindi le biblioteche, ovvero sia le raccolte librarie, ma anche gli immobili, il personale e le risorse finanziarie, per quanto esigue, diventavano campo d’azione delle Regioni e degli enti locali. Gli enti subregionali erano tenuti ad occuparsi della «istituzione, ordinamento e funzionamento» delle biblioteche, come anche del coordinamento delle loro attività. Importante è che per la loro costituzione e funzionamento venisse indicata la necessaria adesione a standards che dovevano essere ancora individuati dal servizio regionale. La forma consortile del ‘sistema bibliotecario’ veniva vista come uno strumento della stessa natura del Centro di servizio, ossia come una struttura che doveva essere costituita dagli organi subregionali per garantire il servizio bibliotecario in generale. Ancora si disponeva che la biblioteca, per essere istituita come tale, aveva il compito di garantire un certo numero di ore di servizio al pubblico, di avere personale adeguato e di dotarsi di un apposito regolamento: doveva insomma rispettare una serie di standards di funzionamento. Ciascun ‘sistema bibliotecario’ doveva coincidere con il distretto scolastico, essere promosso dall’ente di riferimento, governato da un consiglio di gestione e dislocato nel Centro del sistema. Ogni sistema bibliotecario, infine, doveva essere dotato di un regolamento di servizio, compilare un catalogo dei propri beni e garantire il proprio funzionamento.
Dopo aver delineato la fisionomia dei Centri di servizi culturali e dopo aver descritto la struttura e il funzionamento dei «sistemi bibliotecari», la norma del 1983 descrive l'organizzazione dei musei. In primo luogo attribuisce agli enti subregionali il compito di istituire nuovi musei, con l'unica preoccupazione della dislocazione in locali idonei e dell’adeguatezza del personale. Perciò, da questa formulazione traspare come normale l'apertura di nuovi musei, vincolata solo alle caratteristiche delle sedi e del personale, senza che sia posto il problema del funzionamento e della loro attività. Questo approccio è tipico di questi anni e si riscontra in molte altre Regioni italiane: l’aumento del numero dei musei sembrava quasi fisiologico, nella gestione delle politiche pubbliche, a garanzia delle libertà degli enti locali e a dimostrazione della loro attenzione e capacità di percepire e dare espressione alle necessità locali. Non a caso la stessa legge campana precisa che tale provvedimento di istituzione di musei locali avviene «in relazione alle locali esigenze storico-culturali» (art. 11).
In altri termini, anche il museo locale di nuova apertura, come il Centro di servizi culturali o la biblioteca, erano inteso quale espressione democratica della partecipazione dei cittadini alla vita pubblica. Gli enti locali e le loro manifestazioni territoriali valevano come riscatto e spazio di autoaffermazione delle istanze provenienti dal basso, contro lo statalismo centralista e burocrate: in questa dicotomia all’epoca l'affermazione delle istanze locali aveva un significato politico ben preciso, di sinistra, contro lo statalismo ritenuto di destra .
Riguardo al funzionamento, invece, la legge regionale della Campania del 1983 fa riferimento ad un quadro istituzionale più ampio, di ambito nazionale, in cui svolgono un ruolo di primo piano il Comitato Interministeriale, disposto dalla legge 1080/1960 , e l'Associazione nazionale dei musei degli enti locali (art. 12). Questi due enti vengono chiamati in causa in quanto avrebbero dovuto elaborare uno schema di regolamento da applicare o almeno da rendere disponibile in tutto il territorio nazionale. Tuttavia, oltre a questa menzione dell'Associazione nella legge regionale campana del 1983, non si rintracciano nella restante produzione normativa regionale o nazionale, altri atti in cui la medesima sia citata.
In generale la Regione si riservava, rispetto agli enti locali, un ruolo di coordinamento e programmazione volto ad accogliere, correggere o approvare le proposte operative degli enti. La concessione dei contributi era vincolata alla realizzazione degli interventi, documentata da una relazione analitica annuale (artt. 14-16).
Detto questo, occorre ancora una volta sottolineare che mentre per il comparto bibliotecario si utilizzava correntemente il concetto di «sistema bibliotecario», per quello museale invece l'operato delle istituzioni era inteso come quello di singoli enti che dovessero mantenere la loro autonomia, pur ispirandosi a principi omogenei di attività dettati da un regolamento. Nell’istituzione e gestione dei musei, quindi, la Regione preferiva avvalersi dell'operato degli enti locali, che gestivano in maniera diretta i loro musei, anche creandone di nuovi. Non si evoca in alcun modo l'idea di mettere in connessione i musei per migliorare le loro prestazioni o per ottimizzare le risorse disponibili, secondo una linea di pensiero già in voga per le biblioteche e in parte già aperta anche per i musei in altre regioni italiane.
Questa legge del 1983 dal carattere ampio e programmatico si articolava quindi in tre parti: la prima dedicata alla promozione culturale (artt. 5-10), la seconda alle biblioteche (artt. 11-14) e la terza ai musei. Ma se per le biblioteche prevedeva la creazione di «sistemi bibliotecari» intercomunali e provinciali consistenti in «forme associative preferibilmente di natura consortile» (art. 5), per i musei non si contemplava alcuna forma precisa di associazione o collaborazione: non veniva chiaramente e praticamente esplicata in che cosa potesse consistere la facoltà che avevano i Comuni, in modo singolo o associato, di presentare programmi di attività culturali; anche la stessa possibilità delle Province di elaborare programmi e iniziative per più Comuni rimaneva piuttosto indefinita (art. 4). Gli articoli dedicati alla normativa dei musei, limitandosi ad affermare che solo le Province e i Comuni provvedevano all’istituzione di musei locali garantendo spazi idonei, adeguato personale e un regolamento, rimanevano manchevoli per alcuni altri aspetti. Le raccolte e i musei privati, le possibilità di accordo tra enti sub-regionali, in certa misura indicati e descritti per le biblioteche, risultavano esclusi da questo inquadramento.

1.3. Finanziamenti speciali

Contestualmente, lo Stato centrale, tramite il Ministero per gli Interventi Straordinari nel Mezzogiorno retto da Ciriaco de Mita, si interessava al Meridione sovrapponendosi alle politiche locali tramite l’erogazione finanziamenti straordinari. Nel maggio 1977 era stato approvato il Piano quinquennale 1976-1981 per il Mezzogiorno (delibera CIPE del 31 maggio 1977) in cui non si faceva riferimento ad interventi sui beni culturali, ma soprattutto ad azioni per l’agricoltura, le risorse idriche e l’aspetto geologico. Nel 1982, però, il Piano veniva integrato con un Programma d’intervento su beni culturali, elaborato su proposta presentata dal Ministro per gli interventi straordinari nel Mezzogiorno corredata di studio di fattibilità ed integrata delle indicazioni del Comitato dei Rappresentanti delle Regioni Meridionali .
Il Programma quinquennale veniva così prorogato al 1982 e arricchito con i Progetti Speciali del Programma itinerari storico-culturali. Si prevedeva che le Regioni meridionali elaborassero i progetti di sviluppo con la collaborazione di Formez e Insud, Ministeri e Soprintendenze; sarebbero poi stati istituiti un Comitato di coordinamento ed alcuni Comitati tecnici di settore, che avrebbero affiancato le Regioni nella realizzazione degli interventi nel periodo 1982-1987.
Per dare repentina efficacia a tale Programma, si prevedeva inoltre con la delibera del 13 maggio 1982, di elaborare un piano di immediata efficacia per le proposte ritenute più urgenti. Pochi mesi dopo, il 22 dicembre 1982, veniva quindi approvato il Programma stralcio per gli itinerari turistico-culturali, che indicava otto direttrici nell’Italia meridionale e doveva essere integrato dai relativi programmi esecutivi da presentare entro il febbraio 1983. La Campania veniva inserita in ben sei direttrici: «della Magna Grecia», «dell’Appia Antica», nella direttrice «arabo-bizantino-normanno-sveva», in quella «della transumanza», in quella «della Civiltà Sannitica» ed infine in quella delle «Capitali del Barocco». Quest’ultima, a sua volta, si articolava in tre ramificazioni, nel tratto de «Il barocco a Napoli ed in Campania», nell’itinerario «Dal Circeo a Pythecusa» e in quello delle «Le Ville Romane dell'età imperiale».
Nell’ottobre del 1983 (IX legislatura, Governo Craxi), però, una interrogazione parlamentare posta ai Ministri del Mezzogiorno, del Turismo e dei Beni culturali presentava il problema del mancato impegno degli ingenti fondi messi a disposizione e non ancora utilizzati: i progetti arrivati erano molti, ma non erano ancora stati analizzati; la Sicilia e l’Abruzzo non avevano presentato alcuna richiesta e rischiavano di rimanere escluse dalla possibilità di utilizzare i fondi . In realtà le probabilità che tale Programma trovasse concreta attuazione venivano estremamente ridotte dal coinvolgimento di ben dodici enti diversi (due ministeri, sette Regioni e tre agenzie), che dimostrarono scarsa capacità di coordinamento ma anche di programmazione .
La Campania intanto nel 1985 provvedeva a rifinanziare la legge 58 del 1974 per la Valorizzazione dei beni culturali della Campania . Nel 1986 la legge finanziaria stanziava 300 miliardi di euro per l'anno corrente ; nel 1987 veniva messa a disposizione la stessa cifra per il finanziamento di progetti volti alla valorizzazione dei beni culturali e alla lotta alla disoccupazione giovanile, tramite il provvedimento dei cosiddetti «giacimenti culturali». Pochi mesi dopo una delibera CIPE indicava l’elenco dei progetti approvati e il concessionario . Nel caso della Campania veniva ammesso al finanziamento il progetto Verso un sistema integrato di valorizzazione dei musei campani, di cui il concessionario era il Consorzio Beni Culturali Campania. Nel corso di tre anni, dal 1987 al 1990, il progetto consentì la catalogazione di circa 90.000 oggetti d’arte conservati in otto musei del territorio campano e la realizzazione di tre monografie e cinque guide tradizionali. Altri progetti approvati furono EUBEA: recupero e valorizzazione del patrimonio archeologico della città di Napoli e dell'area flegrea il cui concessionario era il Consorzio Pinacos e NEAPOLIS: un "progetto sistema" per la valorizzazione integrale delle risorse ambientali e artistiche dell'area vesuviana, il cui concessionario fu il Consorzio NEAPOLIS.
Non è stato possibile recuperare ulteriori informazioni su questi progetti. Tuttavia si coglie una certa vitalità del tessuto locale e soprattutto si delinea un quadro di intenso – forse un po’ disordinato – arrivo di finanziamenti aggiuntivi a supporto del patrimonio culturale campano.

1.4 Riorganizzazione degli enti locali

Dopo più di dieci anni dall’ultima norma di organizzazione dell’amministrazione regionale per i beni culturali, la L.R. n. 11 del 4 luglio 1991, Ordinamento amministrativo della Giunta Regionale , avviava una nuova organizzazione della Giunta in funzione del suo compito di coordinamento delle strutture amministrative. Queste ultime venivano riorganizzate in Settori, Servizi, Sezioni (art. 2) e Dipartimenti con funzione di coordinamento tra le aree generali e dipendenti direttamente dalla Giunta (art. 10). La materia dei beni culturali veniva così suddivisa tra vari Dipartimenti: al Dipartimento del Territorio veniva attribuita non solo la gestione del territorio ma anche la «tutela dei beni paesistico–ambientali e culturali»; mentre al Dipartimento Servizi Sociali spettava la «promozione culturale». Questa ripartizione delle competenze era rispecchiata anche nell'articolazione delle aree generali di coordinamento, poiché l'urbanistica, la tutela del patrimonio e l'edilizia venivano considerate accorpate e demandate all'area «gestione del territorio» e «tutela beni paesistico-ambientali e culturali», mentre all'area generale di «istruzione e promozione culturale» era attribuita la promozione e «musei, biblioteche», così indicati senza ulteriore specificazione. Questa suddivisione sembra suggerire una scissione di funzioni tra «musei e biblioteche» - sentiti come strumenti delle politiche pubbliche per l'educazione, ma senza distinzioni di livello o di tipologia - e «patrimonio» in senso lato inteso come bene immobile diffuso sul territorio. Questa divisione di compiti è sintomatica anche di un determinato tipo di approccio per cui da una parte si trova il governo del territorio e dall’altra la gestione dei beni culturali, intesi sì come strumento di sviluppo sociale, ma avulsi dalle contestauli problematiche territoriali.


1.5. Esperimenti di autonomia

Negli anni successivi gli interventi in materia di musei e patrimonio, in considerazione della gravità della situazione della Campania e dell'altissima concentrazione di beni, sono spesso promossi dal centro ministeriale, hanno carattere eccezionale e conducono alla sperimentazione di formule gestionali innovative, che comportano il distacco dal territorio delle istituzioni che ne sono protagoniste. Il primo caso è la concessione dell'autonomia alla Soprintendenza di Pompei. Con la L. n. 352 dell’8 ottobre 1997, Disposizioni sui beni culturali, che «sembra recepire a pieno il vento della “managerializzazione”» , si determina una svolta per la storia amministrativa e culturale campana: l’art. 9, Provvedimenti a favore delle aree archeologiche di Pompei, sanciva «l’autonomia scientifica, organizzativa, amministrativa e finanziaria per quanto concerne l'attività istituzionale, con esclusione delle spese per il personale» . Grazie all'approvazione della legge Ronchey sui servizi aggiuntivi gli enti autonomi potevano introitare i ricavi derivanti dai servizi e affidare a terzi la loro gestione, tramite gara ad evidenza pubblica . Ciò consentiva alle amministrazioni autonome di attuare politiche per l'incremento degli introiti e allo Stato di ridurre drasticamente i propri finanziamenti alla Soprintendenza. Così il Consiglio d’amministrazione si sarebbe basato per il suo funzionamento e per la gestione del patrimonio, con l’eccezione delle spese per il personale appunto, esclusivamente sulle entrate derivanti dagli incassi di biglietteria, dalla vendita di servizi e dalle erogazioni liberali e avrebbe potuto decidere in modo autonomo e indipendente in merito alle spese e agli acquisti di beni e servizi dovendo poi presentare il rendiconto consuntivo solo alla Corte dei Conti.
Questo episodio segna una tappa importante della riflessione nazionale sullo statuto giuridico e sui livelli di autonomia da concedere alle amministrazioni della tutela e va qui menzionato non tanto perché direttamente implicato nella messa a punto delle politiche di integrazione delle istituzioni culturali, quanto piuttosto perché sembra puntare nella direzione precisamente opposta, dell'isolamento e del distacco, pur mirando al medesimo obiettivo del miglioramento delle capacità operative e gestionali delle istituzioni culturali. Questa scelta di concessione dell’autonomia riprendeva però e sviluppava uno dei punti centrali del disegno di legge cosiddetto Covatta e del successivo disegno di legge Chiarante: la concessione dell’autonomia funzionale in seguito alla classificazione delle istituzioni culturali. La concessione dell’autonomia doveva essere graduata, calcolata in base ad una attenta ricognizione delle caratteristiche delle istituzioni e attribuita a seconda delle capacità di governo delle professionalità istituzionali, Pompei quindi poteva essere un caso pilota nel panorama italiano, nel provare ed estendere uno dei principi dei suddetti disegni legislativi. D’altra parte l'esperienza dell'autonomia di Pompei viene quindi menzionata qui per completezza e per poter ricostruire un quadro il più possibile attendibile della politica della Regione , se non altro per sottolineare che Pompei si configura come un'isola amministrativa e contabile negata al controllo della Regione, ma attiva sul fronte della promozione delle politiche e della attivazione di contatti con altre istituzioni del territorio. Con questo tipo di gestione si concretizzava uno dei principali obiettivi di questa operazione autonomistica, e cioè lo snellimento organizzativo e procedurale nonché l’aumento di efficacia e trasparenza della spesa, pur rimanendo il limite all’autonomia nella gestione del personale .
Oltre a questa fondazione di un'amministrazione parzialmente autonoma, si dava il via negli anni successivi ad un altro esperimento gestionale: la creazione della Società campana beni culturali (Scabec), una società a partecipazione regionale per i servizi e dei beni culturali e la tentata creazione – a livello nazionale ma attivabile anche a livello regionale - di una Società Italiana per i Beni Culturali (SIBEC s.p.a.), che poi prese effettivamente forma nella fondazione di Arcus . In tal modo, l'autonomia gestionale di Pompei e la creazione di uno strumento operativo di diritto privato, qual è appunto Scabec, permettevano di attivare vari progetti con maggior celerità rispetto ai tempi dei precedenti impegni pubblici.
L’esperienza dell’autonomia di Pompei è stata qui menzionata in quanto episodio ‘anomalo’, pionieristico e significativo nel momento in cui si intenda tracciare un quadro completo delle politiche della Regione Campania – ma soprattutto in questo caso dello Stato – per i beni culturali, soprattutto quando si voglia riflettere sulle modalità di gestione dei luoghi della cultura. Va comunque precisato che, se le politiche per i ‘sistemi’ mirano a mettere in collegamento istituzioni di dimensioni medio-piccole e a potenziarne la presenza e le capacità comunicative, ottimizzando le risorse a tutti necessarie (costi amministrativi, sistema comunicativo), il modello dell’autonomia – sia per le soprintendenze autonome che per i poli museali – sembra andare nella direzione opposta, ovvero sia di marcare alcune entità – musei, scavi – e di ‘staccarle’ dal loro contesto. Ma nel delineare in sequenza cronologica le azioni normative della Regione Campania è doveroso menzionare l’inserimento, nel tessuto amministrativo della Regione, di soggetti nuovi quali sono appunto la Soprintendenza Autonoma e la Scabec, che si configura come il braccio operativo della Regione.
Oltre all'esperimento dell'autonomia della Soprintendenza archeologica, va anche menzionato un terzo caso di ritaglio e distacco dal contesto. Nel 2001 la concessione di autonomia viene varata a livello nazionale ad alcune compagini museali, particolarmente rilevanti, presenti nelle città di Firenze, Venezia, Roma e Napoli. In particolare si conferiva l’autonomia scientifica, finanziaria, organizzativa e contabile alla nuova Soprintendenza del polo museale napoletano, che avrebbe avuto competenze per i complessi del Museo di Capodimonte con annessa Palazzina dei Principi, della Certosa di San Martino con annesso Castel Sant’Elmo, del Museo Duca di Martina nella Villa Floridiana e del Museo Pignatelli . Tuttavia anche questa articolazione del Polo Museale sembrava non rispondere del tutto alle esigenze di snellimento burocratico e autonomia decisionale e amministrativa necessarie al veloce ed efficace svolgimento delle funzioni dei musei aderenti. Anche questo episodio deve essere posto in parallelo all’istituzione della soprintendenza autonoma di Pompei del 1997 e alla successiva fondazione di Scabec: si tratta in generale della ricerca di forme gestionali che consentissero di conseguire una forma maggiormente autonoma di gestione, separata dal contesto territoriale. Il proliferare di formule sperimentali e ‘speciali’ in Campania si configura come il risultato della storia della Regione: da un lato un patrimonio culturale molto ricco, dall'altro un contesto territoriale assai problematico, caratterizzato da una endemica e bassissima governabilità, ma anche privo, per molti anni, di un quadro normativo chiaro, che regolamentasse in maniera limpida il settore museale.
Infine per chiudere la trattazione di questo periodo di profondi cambiamenti, si devono aggiungere altri due elementi: da un lato lo stanziamento di finanziamenti speciali in occasione del Giubileo, dall'altro la messa a punto di una disciplina regionale più specifica per l'erogazione di fondi ai musei. Con la L.R. n. 11 del 7 agosto 1999, Iniziative e interventi di interesse regionale in occasione della celebrazione del Grande Giubileo del 2000, la Regione si preparava all’evento religioso finanziando con ben 15 miliardi di lire una serie di interventi e attività, quali il miglioramento e qualificazione «di strutture ricettive e dei beni culturali», finalizzati a una non meglio precisata creazione di «sistemi integrati di servizi turistici - con soluzioni atte a favorire gli accessi» e «sistemi informativi di comunicazione e segnaletica» ; tali servizi avrebbero dovuto poi essere accompagnati dalla promozione di una rete territoriale di Servizi Informagiovani . Inoltre nel 1999 sono indicate le regole per l'erogazione dei contributi ai Musei della Regione , distinguendo tra istituzioni di “interesse” locale e istituzioni di “proprietà” di ente locale, con una diversa distribuzione dei fondi.


1.6. Programmazione negoziata e fondi comunitari

Mentre queste trasformazioni avvenivano nella compagine amministrativa della tutela, la Commissione europea metteva a disposizione ingenti fondi per il riequilibrio delle condizioni economiche e per aiutare le aree depresse a raggiungere il livello economico e sociale degli altri partners europei. Più precisamente, nel 2000 la Commissione europea, nell'ambito del Quadro Comunitario di Sostegno (QCS), ha approvato gli interventi strutturali comunitari a sostegno del Programma Operativo Regionale (POR) della Regione Campania, rientrante nell’Obiettivo 1 . L’analisi della situazione di partenza ha messo in luce l’alto potenziale dovuto alla presenza di beni culturali di straordinaria importanza, ma anche il deterioramento delle esistenti risorse ambientali (dissesto idrogeologico, inquinamento, degrado delle aree urbane e marginali, eccessiva pressione nelle aree a maggiore densità di popolazione e di insediamento produttivo) e culturali: un degrado che in molte aree ad elevato valore culturale e storico rischiava di diventare irreversibile .
Più precisamente l’Asse II del POR Campania, dedicato alle Risorse Culturali, presenta, tra gli altri, i seguenti obiettivi: la promozione e valorizzazione integrata del sistema dei beni culturali (misura 2.1), lo sviluppo di imprese della filiera dei beni culturali (Misura 2.2), lo sviluppo delle competenze, del potenziale umano e dell’imprenditorialità nel settore della cultura e del tempo libero (Misura 2.3). Tra queste, è in particolare la Misura 2.1 a dover «favorire azioni organiche volte alla creazione di un sistema di governance regionale finalizzate alla costruzione di reti integrate e trasversali, con l’obiettivo di garantire la massima efficacia all’azione di valorizzazione produttiva degli interventi» .
Passando dalle indicazioni teoriche alle linee operative più concrete, gli interventi previsti dal POR prendono corpo in Progetti Integrati ripartiti in aree tematiche.
I Progetti Integrati relativi alla materia culturale sono due:
- Grandi attrattori culturali (Campi Flegrei; Napoli-Sistema Museale; Pompei-Ercolano e sistema archeologico vesuviano; Paestum–Velia; Certosa di Padula; Reggia di Caserta) ;
- Itinerari culturali (Regio Tratturo della provincia di Benevento; Regio Tratturo della provincia di Avellino; Valle dell’Ofanto; Valle dell’Antico Clanis; Antica Capua; Antica Volcei; Direttrice Monti Trebulani-Matese; Litorale Domitio) .
Reti e sistemi sono quindi ampiamente e indistintamente evocati nel POR Campania: con l'indicazione della creazione di reti di beni culturali si intende tanto reti materiali quanto reti immateriali (informatiche), capaci di garantire l’ampliamento, l’efficacia e il potenziamento dell’offerta culturale. Ma in realtà gli interventi approvati e finanziati con i Progetti integrati sono sostanzialmente di restauro, allestimento, dotazioni di sicurezza ed apertura di nuove sedi o il miglioramento delle vecchie; inoltre non si indicano esplicitamente interventi mirati a costituire sistemi o reti museali capaci di condividere nel lungo periodo forme di gestione, di fruizione o di valorizzazione del patrimonio culturale .
Strettamente collegato alle due linee di intervento per l’area culturale (Grandi attrattori culturali, Itinerari culturali) e ai relativi Progetti Integrati, ed in particolare a quella dei Grandi attrattori culturali, è l’Accordo di Programma Quadro in materia di beni e attività culturali stipulato tra il MiBAC e la Regione Campania il 2 marzo 2001. L’Accordo infatti mirava a far convergere le proprie risorse finanziarie sui Progetti già individuati col POR nei Grandi Attrattori, al fine di contribuire ad una maggiore concretezza ed unitarietà delle azioni, contemplando anche «la sperimentazione pilota di forme di gestione comune» .
Si riservava, in una successiva integrazione, l’intenzione di continuare su questa linea e finanziare anche gli interventi degli Itinerari culturali.
Risultava quindi ben evidente la volontà di procedere alla realizzazione di interventi che evitassero la polverizzazione delle risorse e fossero indirizzati verso la valorizzazione di un patrimonio culturale unitario tematicamente o territorialmente. Tra i vari tipi di intervento descritti dall’Accordo, è chiaramente espressa la volontà di avviare «(…) la creazione di reti di beni culturali, in grado di moltiplicare, diversificare, ampliare l’offerta (si tratta sia di reti materiali, gli itinerari, che immateriali); la creazione e/o il potenziamento dei centri e nodi del sistema (poli museali, centri di studio, sperimentazione e conservazione ecc.) (…)» . Andando più nello specifico delle dichiarazioni ufficiali, sembra in realtà che, anziché puntare verso un collegamento tra istituzioni culturali, si sia operato nella direzione diametralmente opposta, poiché si indicava la volontà di «individuare siti per la sperimentazione pilota di forme di gestione comune, con particolare riguardo alla gestione di Castel S. Elmo in Napoli e della Reggia di Caserta» : non interventi in senso sistemico, dunque, a largo raggio sul territorio, diretti a mettere in connessione realtà minori e meno visibili, quanto piuttosto tentativi di concentrazione di forze su singoli nuclei culturali ad altissimo impatto mediatico e promozionale .
Inoltre, nonostante fosse chiaramente esplicitata la volontà di ricalcare gli interventi tematici e territoriali del POR, gli interventi finanziati risultano essere per lo più di restauro e recupero dei siti culturali coinvolti, quindi lontane dalle iniziali dichiarazioni sistemiche dell’Accordo. Ciò non significa naturalmente che non siano operazioni dovuto o necessarie, ma fa dubitare dell’opportunità dell’applicazione della concezione della ‘messa a sistema’.
Questa caratteristica la ritroviamo infatti, analizzando più nello specifico tre Grandi attrattori culturali, finanziati sia dal POR che dall’APQ, e per questo interessanti dal punto di vista della nostra indagine: Campi Flegrei; Napoli-Sistema Museale e Pompei-Ercolano e il sistema archeologico vesuviano.
Il Progetto Integrato Campi Flegrei , innestatosi sul precedente Patto territoriale dei Campi Flegrei avviato fin dal 1996, disponeva propedeuticamente una serie di interventi di recupero, restauro e valorizzazione di importanti centri urbani della zona flegrea , sui quali poi basare la strutturazione di un variegato itinerario storico, artistico e paesaggistico, costituito da «strade romane sommerse, sentieri archeologico-naturalistici, percorsi su ferro, vie del mare» . Almeno nelle intenzioni progettuali questo itinerario puntava a stimolare la conoscenza del patrimonio culturale locale e lo sviluppo dell’imprenditoria locale, per la creazione di un sistema turistico-culturale-ambientale. All’interno di questo Progetto Integrato si intendeva inoltre sviluppare un sistema di musei pubblici e di enti ecclesiastici basato su importanti istituti presenti nella zona flegrea, di cui si programmavano solo il recupero strutturale e il restauro. Per questa operazione sono stati stanziati più di 200 milioni di euro , ma dall’analisi dello stato di avanzamento degli interventi a maggio 2007 , risulta che la maggior parte di questi non siano stati ancora conclusi.
Napoli-Sistema Museale e Pompei-Ercolano e il sistema archeologico vesuviano avevano come obiettivo principale dichiarato quello di favorire soggiorni turistici più lunghi. Napoli-Sistema Museale, ha ricevuto un finanziamento di 68.882.000 euro e puntava al consolidamento del sistema della rete dei musei a Napoli, attraverso la valorizzazione delle aree di interesse archeologico e la riqualificazione dell’offerta degli spazi espositivi. Ma in realtà dall’analisi degli interventi finanziati sia dall’Accordo che dal Progetto Integrato, l’azione si concentrava quasi esclusivamente sul restauro, recupero ed adeguamento dei locali museali. Si verifica quindi una difformità, almeno lessicale, tra tipologia di interventi concretamente finanziati, che consistono soprattutto in restauri o recuperi strutturali peraltro assai legittimi, e modalità descrittive degli stessi, che li inglobano in una generica proposizione di politiche sistemiche.
Con Pompei-Ercolano e il sistema archeologico vesuviano si intendeva realizzare, con un finanziamento generale di 60.255.026 euro una maggiore integrazione dei siti archeologici col territorio, attraverso la creazione a Pompei di un percorso che doveva unire la Villa dei Misteri con l'Anfiteatro e poi con gli scavi di Ercolano, Stabia ed Oplontis, che avrebbe portato alla realizzazione del sistema archeologico vesuviano.
Come per Napoli, anche gli interventi finanziati per questo Progetto sono per la maggior parte di scavo e riqualificazione. Dall’analisi di questi tre Progetti trova conferma l’idea che anche in questo caso la definizione di ‘sistema’ (museale o archeologico) venisse utilizzata come riferimento all’insieme delle realtà storico-culturali presenti sul territorio piuttosto che ad una gestione comune e coordinata dei medesimi beni.
Un progetto che invece appartiene alla serie degli Itinerari culturali, e più precisamente al Regio Tratturo della Provincia di Benevento, è MIR Sannio- Musei in Rete della provincia di Benevento. Il progetto è stato finanziato dal POR Campania con 2 milioni e 750 mila euro e l’ente capofila, la Provincia di Benevento, ha affidato all’Agenzia Beni Culturali Art Sannio Campania S.p.a. la realizzazione di una serie di attività volte a coinvolgere quindici realtà museali e siti culturali della Provincia di Benevento in interventi di promozione della ‘rete museale’, attraverso la partecipazione a fiere nazionali ed internazionali, la realizzazione di un portale e la costituzione di un centro per la gestione dei servizi comuni e delle attività di promozione e marketing . In realtà tuttora il sito di riferimento fornito, www.mirsannio.it, non è attivo ed oltre alla presentazione pubblica del progetto e definizione del logo ufficiale, le azioni concrete sembrano ancora non mostrare un esplicito intento di agevolare una condivisione di esperienze, buone pratiche dei musei coinvolti. In questo caso il concetto del ‘sistema museale’ è stato declinato soprattutto sul versante telematico.


1.7. Programmazione regionale

La L.R. n. 7 del 14 marzo 2003, Disciplina organica degli interventi regionali di promozione culturale, abrogava proprio l’art. 4 della L.R. 4/1983 sulla programmazione culturale dei Comuni e Province. Con questa nuova norma del 2003 si istituiva un Piano regionale della promozione culturale che aveva il compito di definire l’attività di promozione, di sostegno e valorizzazione culturale (art. 3); inoltre veniva istituito un Comitato scientifico di accesso, valutazione e controllo nominato dalla Giunta e composto da sette «personalità di alto profilo culturale» (art. 14). Ma soprattutto si stabiliva che non vi sarebbero più state leggi di settore a finanziare le attività culturali , ma un Fondo Unico per la Cultura - FUC- nel quale sarebbero confluite tutte le risorse finanziarie destinate dalla Regione a questo ambito (art. 10) e che sarebbe stato integrato anche da contributi straordinari decisi dalla Giunta (art. 11).
Finalmente, nel 2003, pur in assenza di una norma di recepimento a livello regionale del federalismo amministrativo a costituzione invariata disposto dalle norme Bassanini e dalla riforma del Titolo V, veniva varato un Piano strategico di sviluppo e potenziamento delle strutture e dei servizi museali commissionato dall’Assessore ai Musei e alle Biblioteche ad un apposito gruppo di esperti . Il Piano, pur registrando le straordinarie prospettive di miglioramento nell’ambito della valorizzazione, della conservazione e della fruizione dei musei campani anche grazie ai fondi POR, richiamava l’attenzione degli amministratori sull’isolamento, sul localismo, sull’insufficienza dei finanziamenti e sulla scarsa conoscenza e valorizzazione dei musei campani non statali, di competenza degli enti locali o di privati. Pertanto avvertendo l’esigenza di superare queste forti criticità, il Piano suggeriva la «creazione di comuni servizi tra le varie istituzioni museali, per conseguire al più presto l’obiettivo della nascita di sistemi museali territoriali e/o tematici» .
Va, infatti, ricordato che se i musei statali della Campania godevano in quel momento di particolari attenzioni capaci di attrarre fondi molto consistenti, viceversa per i musei di competenza regionale si avvertiva «la necessità di ridisegnare in modo innovativo il sistema della gestione, dei servizi e delle attività delle strutture museali, promuovendone una maggiore integrazione» . Inoltre urgeva «una maggiore razionalizzazione amministrativa e programmatoria allo scopo di disciplinare l'intera materia in modo più adeguato e soprattutto efficace rispetto alle nuove esigenze che impongono lo sviluppo, a partire dal processo d'innovazione tecnologica, del settore della comunicazione e dell'informazione, con una forte e radicale ricaduta sulle modalità operative e organizzative dei musei» . Si auspicava dunque la «promozione di iniziative finalizzate alla costituzione di forme associative tra i musei per la nascita di sistemi museali territoriali e/o tematici e di progetti per la costituzione e la organizzazione dei servizi multimediali e per la realizzazione di reti informatiche intercomunali e sovracomunali» .
Nel novembre 2003 era stato pubblicato il primo Rapporto di Valutazione Intermedia del Quadro Comunitario di Sostegno (QCS) sul tema delle risorse culturali per le regioni Obiettivo 1, realizzato dal Ministero dell’Economia, che delineava l’andamento della programmazione di tutte le regioni . In particolare per la Campania sottolineava importanti ‘punti di forza’ nella programmazione ed attuazione dei progetti, quali la particolare attenzione alla valorizzazione del patrimonio culturale, la definizione e la concreta applicazione di strumenti di intervento complessi e l’importante concertazione fra MiBAC e amministrazioni periferiche. Fra i ‘punti di debolezza’ invece si individuava un certo ritardo nell’avvio dei progetti e si auspicava una più attenta azione di controllo dei processi di attuazione degli stessi.
Nel successivo Rapporto di aggiornamento della Valutazione Intermedia dell’ottobre 2005, pubblicato dal Nucleo regionale campano , si sottolineava come le azioni previste dalla Misura 2.1 relative ad attività di creazione di infrastrutture e promozione di iniziative culturali, avessero mostrato buoni livelli di realizzazione. Al contrario, le ‘azioni sistemiche’ venivano dichiarate in una situazione di «forte ritardo». Gli interventi previsti ed approvati dai Progetti Integrati per questa Misura 2.1 sono stati in totale 479, di cui al 2005 solo centodiciannove (119) erano stati realizzati; mentre l'intenzione era raggiungere il numero di duecentoquarantotto (248) entro il 2008. In base a questa Valutazione solo il 10% di tutti i progetti presentati per l’Asse II mostrava effettivamente coerenza di spesa e attuabilità, al contrario di quanto invece positivamente rilevato nella prima Valutazione pubblicata due anni prima.

Nel 2004 intanto la Regione Campania, come le altre sei regioni del sud Italia (Abruzzo, Basilicata, Calabria, Molise, Puglia e Sicilia), sottoscriveva insieme al Ministero dell’Economia e delle Finanze ed al Ministero per i Beni e le Attività Culturali un Accordo di Programma per la realizzazione del progetto Sensi contemporanei e cioè per la «promozione e diffusione dell'arte contemporanea e valorizzazione di contesti architettonici e urbanistici nelle regioni del Sud d'Italia» . Questa iniziativa, ideata e supportata culturalmente dalla Fondazione La Biennale di Venezia, è stata finanziata con le risorse per lo sviluppo assegnate dal CIPE e principalmente propone di organizzare una serie di mostre di opere d’arte provenienti dalla Biennale, insieme all’individuazione di itinerari turistici, incentrati sull’arte contemporanea e ad interventi di restauro e valorizzazione di immobili di valore storico-culturale da adibire in modo permanente a mostre d’arte contemporanea.
Concretamente in Campania le mostre previste sono state quattro e tutte ‘importate’ dalla Biennale; per quanto riguarda gli itinerari, vi è stata solo la pubblicazione di una Guida agli itinerari, che però sembra essere rimasta un’iniziativa isolata ed il recupero strutturale non ha incluso la Regione, ma solo quattro edifici di tre regioni . Questa esperienza poteva rappresentare un’importante ed innovativa occasione per una creazione sistemica interregionale in chiave contemporanea ma si è rilevata semplicemente un’operazione momentanea, ovvero di diffusione quasi “pubblicitaria” delle opere e della stessa Fondazione Biennale, senza alcuna locale mediazione.
Da tenere in considerazione invece sono stati alcuni progetti, basati sull’utilizzo delle nuove tecnologie, che a differenza di Sensi Contemporanei, si caratterizzano per un’ampiezza d’azione inferiore ma sicuramente si mostrano più concentrati sulla effettiva valorizzazione del patrimonio culturale locale.
Il primo di questi si è svolto a Napoli: Re.Mu.Na: Museo Virtuale di Napoli. Rete dei Musei Napoletani, nato dalla concertazione delle attività dell’Istituto di Cibernetica E. Caianiello del CNR di Napoli, delle Soprintendenze e dell’Archivio di Stato di Napoli. Fu proposto nel 1996 e presentato ufficialmente nel 1998 dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Napoli; nel 2001 veniva abilitata la struttura portante di questo progetto: una rete informatica e telematica che tuttora promuove e valorizza il patrimonio artistico dei Musei e Istituti culturali di Napoli, sia pubblici che privati (divenuti così un grande e unico Museo Virtuale di Napoli). Tale organizzazione gestisce anche gli archivi cartacei relativi ai beni culturali napoletani .
Un’esperienza simile a quella di Re.Mu.Na viene organizzata nel 2005: promossa dalla Regione è stata realizzata dal centro napoletano della Rai : esso consiste nella creazione di un portale web, www.cultura-campania.rai.it, che, con una sorta di “censimento”, ha pubblicato sul web ben 135 monumenti, fra musei, chiese e opere architettoniche, proponendo anche alcuni percorsi culturali, la riproduzione di oltre duemila opere e l'elenco di numerose biblioteche campane.
La provincia di Salerno si è invece dotata nel 2004 di un portale web tematico incentrato sui Musei e Biblioteche della Provincia di Salerno . Nel portale si può navigare per esplorare le opere censite ma anche i loro musei, grazie ai siti di riferimento, che sono autonomi per contenuti ma uniformi per grafica agli altri siti del resto dei musei . Da questo portale poi si è avuta nel luglio 2006 una singolare filiazione, con la creazione del Museo Virtuale Territoriale e il relativo portale web MuViT-Chi l’ha visto? .
L’Amministrazione provinciale, con il contributo tecnico-scientifico del Parco Scientifico e Tecnologico di Salerno e delle Aree Interne della Campania, ha voluto confermare anche per questo progetto la volontà, nel segno dell’innovazione e del multimediale, di promuovere, rivalutare e soprattutto implementare il patrimonio culturale della zona. Il Museo Virtuale focalizza anche l’attenzione su quei beni ottocenteschi e novecenteschi che appartengono al territorio provinciale ma che non sempre sono custoditi nei musei provinciali o di proprietà della Provincia e che magari sono stati “saccheggiati” o sono dispersi da anni.
L’attività del portale è duplice: svolge un’indubbia azione di valorizzazione, ma anche di sensibilizzazione dei responsabili dei musei, gallerie, Fondazioni, Associazioni e della stessa popolazione al recupero di questi beni. Questa azione si concretizza attraverso l’utilizzo interattivo da parte degli attori locali del MuViT, che mira a sviluppare il senso di appartenenza al territorio e al suo rilevante patrimonio culturale, non sempre adeguatamente conosciuto e protetto.
Risulta importante rilevare che queste esperienze, appena elencate, sono nate da attori locali proprio per la realizzazione di un’azione di conoscenza dei musei e dei beni appartenenti al territorio. Sono soprattutto interventi nell’ambito della comunicazione e dello sviluppo tecnologico, non integrando però questi aspetti con il piano concreto della percezione diffusa e comune dell’esistenza di un sistema nel territorio.

Comparsa del "sistema museale" nella legislazione regionale

2. Il concetto di “sistema museale” nella normativa della Regione Campania

Nel 2005 la Regione Campania si è dotata di una normativa organica sui musei attraverso una nuova legge, la 12/2005, Norme in materia di musei e di raccolte di enti locali e di interesse locale .
Oltre ad indicare ampie ed ambiziose finalità , recependo anche la definizione ICOM , tale legge descrive con maggior precisione l'impianto dei musei e dei sistemi museali. Questo esplicito riferimento sistemico non nasce ex abrupto, ma è il risultato di una riflessione e di esigenze reali cui la Regione ha dovuto far fronte soprattutto in occasione degli stanziamenti di fondi comunitari e statali per le regioni Obiettivo 1 ed ha accolto molte proposte avanzate dal Piano strategico, tra le quali quella della promozione dei sistemi museali di enti locali.
In primo luogo la norma definisce il sistema museale associativo e ad afferma di promuovere «d’intesa con le province la costituzione di sistemi museali territoriali» . In secondo luogo dispone l’adozione di accordi tra i soggetti associati nel sistema museale e quindi la concessione di contributi per «interventi a sostegno della costituzione, funzionamento e sviluppo dei sistemi museali» .
La L.R. 12/2005 prevede il riconoscimento dell’interesse regionale quale presupposto indispensabile per l’accesso ai contributi regionali; per ottenere tale riconoscimento i musei devono assolvere i propri compiti, devono avere un regolamento e disporre dipersonale adeguato per numero e qualificazione . Il riconoscimento dell’interesse regionale è attribuito per mezzo di una delibera di Giunta e riguarda i musei tanto di enti locali (Province e Comuni), quanto di soggetti giuridici diversi dagli enti locali e senza scopo di lucro.
Per «il migliore funzionamento dei musei e dei servizi all’utenza» la L.R. 12/2005 prevede che gli enti locali possano «associarsi e formare sistemi museali territoriali o tematici cui possono aderire gli altri soggetti proprietari di musei dichiarati dalla Regione di interesse regionale» . Ne consegue che soltanto gli enti locali (Regione, Province e Comuni) possano dar vita ad un sistema museale (tematico o territoriale), mentre gli altri soggetti giuridici senza scopo di lucro possono aderirvi e solo se in possesso del riconoscimento regionale. In questo modo la Regione intende promuovere la formazione di sistemi museali ‘di qualità’, i cui soggetti associati siano in grado di offrire garanzie sui beni esposti e sui servizi forniti.
Nel Regolamento di attuazione della Legge , emanato nel 2006, si precisano ulteriormente le condizioni concrete del modo in cui viene concepito il ‘sistema museale’ dalla Regione Campania. Esso deve necessariamente essere costituito da non meno di due enti locali titolari di musei o da un ente locale titolare di almeno tre musei; inoltre viene descritto come «modello organizzativo atto a potenziare gli elementi relazionali, quali la collaborazione ed il coordinamento fra i diversi soggetti che operano nel settore, solitamente ma non necessariamente, in stretta contiguità territoriale» e sostanzialmente in «aree culturalmente omogenee» .
Nel contesto normativo campano, la legge del 2005 ed il suo necessario Regolamento si configurano prima di tutto come il principale strumento disposto in materia di musei e raccolte locali per la Regione Campania ed inoltre come importante ed aggiornata guida alla realtà di creazioni sistemiche in ambito museale.

Dopo il "sistema museale" nella legislazione regionale

3. Dopo il "sistema museale" nella legislazione della Regione Campania

La Campania ha adottato quindi solo nel 2005 uno strumento normativo che fattivamente sostiene progetti di messa a sistema dei musei e certamente risulta prematuro, al momento attuale, formulare valutazioni sull’impatto della norma. Intanto, però, la Regione ha già elaborato gli indirizzi strategici per il prossimo POR 2007-2013 per il settore culturale : punta a concentrare i finanziamenti sul patrimonio culturale in stretta connessione con quello paesaggistico e ad avviare il progetto La Campania nella rete dei Parchi del Mediterraneo. È da queste linee guida che nasce il Documento strategico Regionale per la politica di coesione 2007-2013 nel quale si sottolinea soprattutto la volontà di valutare l’attività passata e di ampliare il raggio di azione della SCABEC alla «Rete ecologica», rendendola quindi «Agenzia al servizio dei Parchi Regionali».

3.1 Le card: una utile semplificazione

A partire dal 2001 la Giunta regionale in stretta collaborazione con le Soprintendenze campane si è mossa alla volta dell’utilizzo delle card integrate in campo museale . Una prima card permetteva la fruizione dei beni culturali della città di Napoli e l'integrazione con i servizi di trasporto . Dopo una prima fase di sperimentazione, la Napoli Art Card fu estesa ad altri beni culturali del territorio: il circuito di visita veniva esteso al complesso monumentale e archeologico dei Campi Flegrei e contestualmente la card veniva ribattezzata Napoli Art Card Campi Flegrei . Progressivamente si cercava di ampliare ulteriormente il raggio di applicazione della carta integrata: si richiedeva a Federculture uno studio di fattibilità di una “Tourist Card Regionale” per la fruizione di musei e trasporti ampliata a livello regionale . Questo studio progettuale aveva l’obiettivo di mettere in rete quei Grandi Attrattori Culturali individuati dal POR Campania 2000-2006 e dall’APQ stipulato tra la Regione e il MiBAC il 2 marzo 2001 e definiti «sistemi architettonici, archeologici e paesistici, di riconosciuto rilievo nazionale ed internazionale, motore primario dello sviluppo locale ed emblemi della identità e dei grandi valori culturali della Campania» . Il successo della sperimentazione per tutto il 2002 e lo studio di fattibilità presentato da Federculture nel giugno 2002 determinò l’approvazione di una ulteriore proroga e la promozione di un’altra card, Campania artecard, addirittura in 2 versioni diverse in base all’esigenze dell’utente .
Le carte integrate si configuravano pertanto come uno strumento assai efficace e operativo per l‘effettiva realizzazione di collegamenti sul territorio. Tali connessioni ovviamente poggiavano sulla concomitante progettazione tramite fondi POR e APQ e permettevano di aggirare le considerevoli procedure amministrative e burocratiche che avevano sempre ostacolato la messa in atto di progetti effettivamente realizzabili. Naturalmente questo strumento non era la soluzione ai problemi della fruizione dei beni culturali in Campania, ma offriva un valido mezzo pratico per aiutare le istituzioni a rendersi conosciute, utilizzando appunto come 'attrattori' i beni più noti.
A marzo 2006 è stata presentata la Campania artecard 365 giorni, la quarta carta del progetto di bigliettazione unica regionale che, pur non includendo il trasporto, consente due accessi gratuiti a tutti i siti . Superate le prime inevitabili difficoltà di concertazione e di comunicazione tra i vari soggetti aderenti all’iniziativa , l’integrazione dei vari servizi e agevolazioni in un’unica card ha mostrato innegabili vantaggi tanto per l’utenza quanto per i soggetti promotori e gestori . Il carattere innovativo di questa iniziativa ha permesso d’altro canto di incrementare gli ingressi nei musei meno visitati e nei siti minori, di evitare le code, di tenere sotto controllo i flussi di visitatori, di rimodulare facilmente - grazie alla tecnologia della smart card - i pacchetti di offerta .
Aldilà dei risultati più immediatamente misurabili , la Napoli e poi la Campania artecard costituiscono, negli obiettivi di lungo periodo della Regione, un’occasione iniziale per mettere in collegamento i diversi attori e le esperienze relative, occasione che però necessita di essere successivamente supportata da una imprescindibile azione di sostegno di interventi di ordine culturale, che vadano a guidare il processo di valorizzazione e conoscenza degli enti museali coinvolti.

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Dossier a cura di DENISE LA MONICA, TIZIANA MAGGIO

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