Dossier Regione Liguria

Prima del "sistema museale" nella legislazione regionale

Introduzione

L’espressione «sistema museale» compare nella normativa della Regione Liguria con la legge n. 21 del 1980, in maniera molto precoce e con un alto grado di definizione. Ciò è stato possibile perché già negli anni Settanta la Regione aveva prontamente approvato norme per le nuove funzioni delegate e definito l’organizzazione dei sistemi bibliotecari. Nonostante questa iniziale e precisa indicazione, l'argomento non viene utilizzato per molti anni, almeno fino a quando nel 1997 si riprende una riflessione ampia sul tema dei musei. Nel frattempo molto è cambiato: sono state introdotte nuove possibili soluzioni gestionali per gli enti locali, sono state delineate nuove fonti di finanziamento, quali i servizi aggiuntivi e i finanziamenti europei; il turismo ha determinato la ripresa degli interessi per il settore culturale, anche in considerazione di eventi culturali massmediatici che nel frattempo hanno riportato l'attenzione sul capoluogo regionale. In questo fermento, la Regione ha tentato a più riprese di definire con chiarezza le possibili forme di aggregazione dei musei sul territorio: dopo una prima chiara descrizione di compiti e requisiti di sistemi museali e musei-territorio, la mancata applicazione di molte di queste ha determinato una generale semplificazione delle disposizioni. Nel frattempo sono state avviate numerose iniziative, sia a livello comunale, sia a livello provinciale, che hanno intrapreso la via della messa a sistema. Il quadro regionale non è però oggi molto chiaro, né per quanto riguarda le numerose iniziative in corso, né per quanto concerne il quadro legislativo di riferimento soprattutto nei suoi rapporti con le fonti precedenti .

1. Prima del "sistema museale" nella legislazione regionale

La Liguria è stata tra le prime Regioni a manifestare un forte interesse per l'ambito museale, dandone prova attraverso la produzione di alcune norme organiche e specifiche. Già nel 1973 la Regione era intervenuta nel settore di nuova attribuzione stabilendo la ripartizione delle funzioni amministrative tra gli organi generali: al Consiglio regionale spettava la delibera dei principi generali su proposta della Giunta . Questa articolazione della gestione dei poteri fu l’esito di un dibattito che si svolse in sede di votazione finale della norma e che vedeva contrapposto chi intendeva garantire più ampi poteri al Consiglio regionale a chi invece voleva mantenere un ruolo di collaborazione anche per la Giunta .
Comunemente condiviso invece era l’intento generale della legge 25/1973, ben esplicitato sul piano politico e culturale: la Regione reclamava l’«unificazione della tutela» dei beni culturali, che si doveva concretizzare nello svolgimento di un ruolo di primo piano sia nella salvaguardia, sia nella promozione e comunicazione dei beni nel «vuoto […] esistente di una politica statale». La Regione dunque si presentava come candidato ideale per sostituire lo Stato dove questo era carente e fallimentare. Dal punto di vista culturale l’intento esplicito consisteva invece nella promozione del «diritto alla cultura», creando istituti capaci di «diffondere la cultura tra i cittadini» : per questa ragione i musei e le biblioteche dovevano essere messi in grado di contribuire ad elevare il tenore culturale, venendo così intesi come “servizi” per lo sviluppo umano.
Si trattava dunque di una norma «di procedure» che doveva creare un’articolazione strutturale che permettesse poi di scendere, con atti successivi, nel merito delle questioni. Veniva così stabilito che i criteri di carattere generale e programmatico sarebbero stati definiti da Giunta e Consiglio anche relativamente all’«istituzione, all’ordinamento, al funzionamento ed al coordinamento» di musei e biblioteche di enti locali, nonché, ovviamente, alla loro conservazione e al loro godimento pubblici (art. 2).
In questo modo, fin dal primo provvedimento emanato dalla Regione in materia, sono presenti due elementi molto importanti: da un lato un’attenzione ampia e generale verso tutte le fasi di vita delle istituzioni culturali, dalla creazione al loro pubblico godimento, tramite l’offerta dei loro servizi; dall’altro la stretta interrelazione tra musei e biblioteche, rafforzata dal fatto che ben presto l’organizzazione delle biblioteche sarebbe stata curata in modo molto intenso, portando le biblioteche liguri a dotarsi di cataloghi uniformi e ad entrare a far parte del Sistema Bibliotecario nazionale.
Negli anni successivi furono emanate altre norme per la costituzione delle strutture amministrative: nel 1975, congiuntamente alla creazione del Ministero dei beni culturali, veniva anche disposta l’istituzione di un Comitato regionale per i beni culturali presso tutti i capoluoghi regionali e nel 1978 sono definiti i compiti del Settore beni e attività culturali, tra cui la programmazione regionale e la cura del settore museale .
Come molte altre Regioni italiane, alla fine degli anni Settanta la Liguria ha lavorato per dotarsi di una normativa di applicazione del D.P.R. 616/1977 per attuare il trasferimento delle funzioni amministrative in materia di biblioteche e musei di enti locali. Nel 1978 veniva emanata una prima norma a carattere regionale sull’organizzazione sistemica delle biblioteche di enti locali o di interesse locale e un'altra per la ripartizione dei finanziamenti : in seguito a questa intensa produzione normativa, due anni dopo, nel 1980, veniva approvata un’analoga legge per i musei.

Comparsa del "sistema museale" nella legislazione regionale

2. Comparsa del "sistema museale" nella legislazione regionale

Risale al 1980 l’approvazione del disegno di legge regionale Norme per la catalogazione e l’uso dei beni culturali e ambientali in materia di musei di enti locali o di interessi locale , che ha avuto – tra gli altri – anche lo scopo di promuovere «l’istituzione, il potenziamento e l’integrazione dei musei in sistemi coordinati con la corrispondente organizzazione delle biblioteche di enti locali o di interesse locale» (art. 1 comma 3). Con questa disposizione si intendeva infatti favorire l’integrazione tra l’ordinamento ‘a sistema’ delle biblioteche e una corrispondente simile articolazione delle istituzioni museali. Si tratta di una formulazione normativa molto importante per questa ricerca e che merita di essere ben compresa e contestualizzata in ragione non solo della sua precocità, ma anche dei suoi presupposti culturali. Tali premesse culturali possono essere ben evidenziate per questo caso specifico, ma alimentano in realtà una tendenza ben più ampia, un retroterra culturale e politico comune a molte amministrazioni pubbliche in quegli anni.
Il disegno di legge n. 352, poi divenuto la legge 21/1980, veniva discusso al termine della II° legislatura, ed era presentato dal relatore a testimonianza della volontà della Giunta di considerare la politica culturale come aspetto fortemente qualificante la propria attività. La relazione di presentazione evidenzia quindi, mettendola volutamente in prima posizione, l’importanza delle attività di «catalogazione e inventariazione» come imprescindibile operazione su cui impostare tutte le altre attività. Questi due atti costituiscono infatti il presupposto per la conoscenza del patrimonio, che viene intesa non come privilegio di pochi addetti ai lavori, ma come coscienza condivisa che le istituzioni culturali devono promuovere tra i cittadini. Questa visione allargata della cultura, manifesta in molte dichiarazioni e testi degli anni Settanta, trovava nella norma di poco precedente sulle biblioteche (L.R. 61/1978) un’importante e concreta premessa. Quella legge, come si è visto, era fondata sulla convinzione che le biblioteche dovessero essere ‘avvicinate’ anche ai meno esperti e aprirsi alla cittadinanza. Per mettere in atto questo proposito veniva congegnata una struttura a ‘sistema’, che doveva mettere in collegamento e rendere funzionanti tutte le biblioteche. In tale ‘sistema’ le biblioteche maggiori costituivano i centri di servizio e di coordinamento dell’attività delle biblioteche minori (L.R. 61/1978, artt. 8-9).
Il disegno di legge 352/1980 mirava a costruire un analogo impianto per i beni culturali e più in particolare per i musei. Nell’ambito della catalogazione, veniva richiamato anche il raccordo con le istituzioni statali e si indica l’ovvia azione di coordinamento e sostegno da parte della Regione, senza tuttavia definire procedure, modi e tempi di questa attività. Si precisava però che la documentazione inventariale dovesse essere conservata presso il «centro del sistema» (art. 6, c. 1).
Ma soprattutto risulta molto interessante il quadro delineato riguardo ai musei di enti locali , ovvero quei musei che in seguito ai decreti delegati fossero stati trasferiti in gestione agli enti proprietari. In base alla legge 21/1980, gli enti locali sono i diretti responsabili delle attività di conservazione, ricerca e comunicazione svolte dai loro musei; essi inoltre elaborano i piani per strutturare sul territorio i loro ‘sistemi museali’ e sottopongono le loro proposte alla Regione che, sulla base di queste, identifica il ‘centro’ del sistema museale. Gli enti locali, in breve, svolgono attività dirette, ma trovano nella Regione il centro di coordinamento, controllo e finanziamento del loro operato. Si prevede infatti che la Regione elabori i «programmi pluriennali» in cui vengono date precise indicazioni di merito . Si dichiara inoltre esplicitamente che i ‘sistemi museali’ devono essere «costituiti da musei collegati tra loro» e che uno di essi deve essere il «centro organizzativo del sistema»: tale centro organizzativo si occupa anche del coordinamento con i «sistemi bibliotecari» .
In relazione all’organizzazione di sistemi museali, i compiti della Regione (Titolo IV) consistono nel coordinamento delle iniziative degli enti locali, nella localizzazione dei «centri» dei sistemi museali (art. 12, comma 2) e nell’erogazione di contributi per «il funzionamento dei centri dei sistemi museali con particolare riferimento all’acquisto di attrezzature e arredi, all’attuazione di iniziative di ricerca e di divulgazione» (art. 13, comma 2) . Se dunque agli enti locali spetta proporre la sede di localizzazione del «centro» del sistema museale, alla Regione compete la sua definitiva individuazione.
Va detto che questa organizzazione dei musei si basa sul fatto che essi vengono concepiti come «servizio culturale pubblico rivolto allo sviluppo delle conoscenze», significando dunque che la loro organizzazione in «servizio» dovrebbe semplicemente determinare l’aggiunta di strumenti operativi che consentano anche ai piccoli musei di svolgere le loro attività di conoscenza, intesa sia in termini tecnici per addetti ai lavori, di inventariazione e catalogazione, sia in termini sociali di comunicazione del sapere tramite la didattica.
Il quadro delineato per quanto riguarda compiti e funzioni dell'ente regionale e degli enti sub-regionali, ma anche per quanto concerne l'organizzazione dei sistemi museali e la loro esplicitata connessione con i sistemi bibliotecari, risulta dunque chiaro e consapevole, esemplare per altre analoghe esperienze regionali, almeno per quegli anni.
Questo disegno di legge venne tuttavia criticato soprattutto per la sua vaghezza, la mancata previsione di immediati strumenti attuativi – dato che si rimandava di un anno, al 1981, la redazione della programmazione pluriennale – e la mancata definizione del modo in cui si intendesse raccordare lo «sviluppo socio-economico» (art. 1), indicato tra le finalità, con il dettato del testo normativo. Tra le critiche di imprecisione e vaghezza, si denunciava anche il fatto che non si dava una definizione di cosa si intendesse propriamente per «sistema museale». Non solo mancava una definizione, ma anche la maniera in cui erano stati immaginati i sistemi non era chiara: si può ipotizzare infatti che ad ogni ente locale facesse capo un sistema, ovvero un insieme di piccoli musei e che tra questi uno venisse scelto come ‘centro’. Ma si obiettava che il criterio dell’appartenenza di un museo ad un ente locale non potesse essere sempre garanzia di appropriatezza culturale e di contiguità territoriale . Implicitamente si intendeva affermare che musei appartenenti allo stesso ente potevano anche far riferimento a contesti culturali e territoriali molto diversi, e che quindi potesse risultare culturalmente non pertinente inserirli tutti nel medesimo ‘sistema’. L'appartenenza al medesimo ente non è infatti sempre sinonimo di compatibilità e omogeneità culturale. Questa intuizione, però, era solo velatamente accennata e non veniva sviluppata con pienezza e coerenza in una riflessione critica più ampia.
In generale, anche in relazione alle altre critiche mosse al disegno di legge non si procedette però ad una ulteriore discussione, cosicché il testo fu approvato con minime modifiche di natura formale. Ciò che colpisce di questa precoce esperienza ligure è comunque l’ampia applicazione che si voleva destinare alla soluzione dei ‘sistemi’: traendo spunto soprattutto dall’ambito delle biblioteche, si credeva di poter trasferire e applicare procedimenti analoghi anche ad istituzioni museali che, però, presentavano caratteristiche completamente diverse, quanto a peculiarità dei beni conservati, nonché a varietà di tipologia istituzionale.
Il ruolo politico – per non dire ‘retorico’ – degli interventi nel settore culturale contraddistingue, peraltro, anche questo dibattito ligure del 1980. La mancanza di concretezza e di programmazione venivano rinfacciati alla Giunta al termine della seconda legislatura di sinistra, con l’accusa che questo fosse solo un provvedimento ‘di facciata’ e propagandistico . Si invocava come esempio la precocità di altre Regioni italiane - l’Emilia, la Toscana e la Lombardia - nel promulgare leggi per musei e biblioteche; si sottolineava l'urgenza di muoversi nella stessa direzione, convinti che la conoscenza costituisse veramente un tassello fondamentale per lo sviluppo sociale. Tuttavia, a posteriori, pare che alcune delle critiche mosse alla norma fossero corrette, se non altro per il fatto che essa arrivava al termine di un quinquennio «striminzito» quanto ai finanziamenti per il settore cultura, in cui erano stati dati contributi «a pioggia» .

Dopo il "sistema museale" nella legislazione regionale

3. Dopo il "sistema museale" nella legislazione regionale

In seguito, quindi, in stretta contiguità con questa legge quadro, nonostante il mutato segno politico della terza legislatura, orientata a destra, si cominciò a lavorare alle norme di attuazione: all'elaborazione della programmazione pluriennale e alla disposizione dei finanziamenti.
Nel 1981 si discuteva una prima norma che indicava le modalità di accesso ai fondi regionali da parte degli enti locali, associazioni e istituti di formazione: la legge 32/1981 . Di questa legge interessa qui evidenziare due aspetti: il concetto di «servizio integrato» e la particolare preferenza nell'erogare fondi ad enti e istituzioni che avessero costituito un insieme aggregato. Per quanto riguarda il primo aspetto, la concezione dell'ambito culturale come servizio pubblico è coerente con lo spirito che aveva animato le norme negli anni precedenti, mirando alla diffusione del sapere e all'integrazione sociale, ma anche ad un riassetto equilibrato del territorio tramite il sostegno alle istituzioni più deboli.
Veniamo al secondo aspetto, forse più interessante: l’agevolazione al conseguimento dei finanziamenti riservata ai raggruppamenti di istituzioni puntava nella medesima direzione di promozione delle integrazioni territoriali avanzata dalla legge 21/1980. Tale testo normativo fu varato in un momento di particolare difficoltà nello stabilire un equilibrio tra Regione, Enti locali e rappresentanze culturali, in quanto fu elaborato immediatamente a ridosso di un cambio di legislatura – dalla seconda alla terza – che coincise anche con un avvicendamento politico – dalla sinistra alla destra – e con l'avvio della programmazione regionale in materia di stanziamenti. Il dibattito fu acceso e articolato tra i due poli opposti soprattutto sulle modalità di erogazione dei finanziamenti, a pioggia o a progetto.
Da una parte i rappresentanti della sinistra vedevano nella norma un forte disequilibrio a scapito degli enti locali nel non poter stabilire un rapporto di dialogo paritario e di collaborazione con la Regione, in quanto sembrava che a quest'ultima si riservasse un ruolo troppo ‘decisionista’. Dall'altro i sostenitori della norma, invece, la concepivano come uno strumento che avrebbe consentito una erogazione di stanziamenti non agli enti in quanto tali – quindi praticamente ‘a pioggia’ – ma alle proposte concrete di attivazione dei servizi culturali, che avrebbero potuto essere avanzate sia da enti pubblici, sia da enti privati sia da associazioni. La linea di tensione era quella del contrasto tra Comuni e Province da un lato, ente regionale dall'altro, con il timore per la sinistra di una estromissione degli enti locali dal dibattito politico. In generale, però, contro la frammentazione e l’episodicità dell’intervento pubblico si intendevano ricercare modi e strumenti per promuovere un assetto programmatico della finanza regionale e metodologie uniformi che guardassero al servizio culturale in quanto tale – attraverso la presentazione dei progetti - e non al solo ente destinatario, automaticamente meritevole di finanziamento in quanto ente pubblico.
Negli anni Ottanta si registrano altri importanti interventi normativi per il settore culturale: l’istituzione di organi o servizi che funzionassero quasi da intermediari e collanti fra gli Enti Regionali e i musei e le biblioteche; l’introduzione nella normativa di una programmazione pluriennale per i musei, biblioteche e attività culturali e la predisposizione di una indagine sulla condizione dei musei liguri, avviata nel 1986.
Nel 1983, in seguito ad un lungo e articolato dibattito in Commissione, si arrivò alla formulazione di una nuova norma, la 7/1983, che doveva regolare le forme della promozione culturale; con questa espressione si intendeva indicare il sostegno alla conoscenza della memoria storica e della produzione artistica contemporanea . Tale norma indicava modi, tempi e procedure per ottenere i contributi regionali per il finanziamento di attività culturali di vario tipo, dalla didattica alla produzione artistica e musicale.
Le istituzioni culturali dovevano presentare un piano di programmazione e un resoconto alla Regione e agli enti locali; la Regione avrebbe deciso i successivi stanziamenti previa pronuncia anche dei Comuni di riferimento delle singole istituzioni o associazioni che facevano richiesta. Si indicava esplicitamente la preferenza per i finanziamenti a soggetti associati e circuiti culturali o museali . Inoltre, lungo la stessa linea teorica impostata a partire dagli anni Settanta, con la menzione dei sistemi bibliotecari e dei sistemi museali, si inserisce la codifica dei Centri culturali polivalenti, descritti come «sistemi integrati di spazi e servizi esistenti in una circoscritta comunità territoriale», che dovevano agire parallelamente e di concerto con musei e biblioteche locali per la promozione culturale (art. 12).
In base a questa legge 7/1983, la Liguria tutt’oggi scandisce la propria attività di promozione e valorizzazione culturale per mezzo di Programmi Pluriennali (Titolo II, Programmazione Regionale, artt. 5-6). Tuttavia si era arrivati all’approvazione di questa norma grazie ad una revisione delle precedenti in materia di finanziamento alle attività culturali: la L.R. 45 del 1978, che di solito veniva accusata di incapacità nell'ostacolare i finanziamenti a pioggia, e la successiva L.R. 7 del 1983, su cui già si era svolto un accesso dibattito tra i fautori del decisionismo regionale e i sostenitori di una ampia e più paritaria collaborazione con i Comuni . Il dibattito lasciava trapelare le preoccupazioni della sinistra per la mancata erogazione di fondi alle istituzioni culturali negli anni 1981 e 1982, nonché per il ridotto stanziamento previsto dalla norma in corso di approvazione. Ma soprattutto si legge, nelle contrapposte posizioni tra maggioranza del Consiglio regionale di destra e minoranza più presente negli enti locali di sinistra, la volontà di proteggere la capacità decisionale degli enti locali contro l'eccessiva ingerenza regionale.
Né questa norma del 1983 né la precedente del 1981, però, citano direttamente i sistemi museali previsti dalla norma del 1980, ma introducono altre tipologie di strutturazione delle istituzioni culturali: i circuiti museali e culturali e i Centri culturali polivalenti.

Negli anni dal 1980 al 1993 non si registrano interventi normativi in materia di patrimonio culturale e specificamente di musei. La Regione si muove in due direzioni: da un lato l'istituzione di una serie di parchi e aree protette; dall'altro il varo di una norma di tutela per gli edifici storici della Liguria. Sembrano però disattese le aspettative create con le norme degli anni Settanta e dei primi anni Ottanta che avevano risentito soprattutto delle aspettative nutrite dagli enti locali in seguito al trasferimento di funzioni da parte statale.
È infatti di questo periodo l’attenzione del legislatore regionale nei confronti dell’importante patrimonio naturalistico della regione. Dopo le biblioteche e i musei, anche per l’ambito dei parchi e delle zone protette incominciò ad essere varata una normativa di riconoscimento e sistematizzazione: si assiste all’istituzione del parco fluviale della Magra (L.R. n. 43 del 19-11-1982), dell'area protetta regionale del Bric Tana (L.R. n. 7 del 27-02-1985), dell’area protetta regionale delle Langhe di Piana Crixia (L.R. n. 8 del 27-02-1985), della riserva naturale regionale del Rio Torsero (L.R. n. 9 del 27-02-1985), della riserva naturale regionale di Berteggi (L.R. n. 10 del 27-02-1985), del sistema di aree di interesse naturalistico-ambientale Bracco-Mesco-Cinque Terre-Montemarcello (L.R. n. 12 del 18-03-1985), di quello del Monte Beigua (L.R. n. 16 del 09-04-1985) e di quello del Monte di Portofino (L.R. n. 32 del 04-12-1986).
Oltre a ciò, furono presi anche alcuni accorgimenti specifici su beni di particolare interesse: uno di questi fu la legge n. 30 del 12 luglio 1993 Interventi per la valorizzazione e la fruizione turistica e culturale degli edifici storici della Liguria, che stabiliva il recupero e utilizzo ai fini culturali «delle ville, delle dimore, dei castelli, delle fortificazioni e dei teatri storici nonché degli edifici religiosi non più destinati stabilmente al culto» (art. 1) .
Sembra però che le indicazioni teoriche per la realizzazione di sistemi museali non siano state messe in atto sul territorio regionale nel corso di questi anni, almeno per quanto si può verificare attraverso l'analisi della produzione legislativa . L'interesse per questo tema si sviluppa di nuovo dalla metà degli anni Novanta.
Nel 1996 il Murst finanzia una ricerca a livello nazionale dal titolo “Piccoli musei d'arte in Piemonte, Liguria, Emilia Romagna, Umbria, Sicilia” che darà come esito per la Liguria il testo “Piccoli musei d'arte in Liguria” nel 1998 . Qui l'espressione “sistema museale” è ben presente, fin dalle prima pagine: a fronte dei problemi endemici dei musei – mancanza di risorse, carenza di personale qualificato, isolamento di alcuni di essi – si sottolinea la necessità di conoscere in maniera chiara l'entità e lo stato dei beni e di «riorganizzarle congiuntamente alle risorse turistiche, paesaggistiche e alle attrezzature per il tempo libero» . Si ipotizzava quindi la organizzazione di questi differenti tipi di beni in una “catena”: i musei di ente locale sarebbero stati anelli di questa catena finalizzati alla «conservazione del proprio volto e delle propria identità storica». Si citava come esempio di questa capacità di salvaguardare la propria identità storica, ma in maniera attiva, il sistema museale civico cremonese, che si stava costituendo: era dunque opportuno riprendere l'idea di formare “sistemi museali”, approfittando delle nuove condizioni di dialogo e accordo tra gli enti locali e dell'interesse degli operatori a muoversi in tal senso. Musei diocesani, collezioni private, musei di arte contemporanea venivano individuati come possibili settori su cui già impostare la progettazione di alcuni sistemi . Alcune ipotesi di costituzione di sistemi museali venivano avanzate in maniera anche molto chiara, in particolare riguardo ai musei civici di Savona e al sistema museale di La Spezia .
In contemporanea si costituisce un interessante esperimento di natura gestionale, relativo ad una particolare tipologia di istituzione: il museo di ente di ricerca. Nel 1996 Genova veniva coinvolta in un esperimento di sistema a livello nazionale: con il decreto del 2 maggio 1996 il Ministero dell’Università e della Ricerca Scientifica e Tecnologica istituiva il Museo Nazionale dell’Antartide Felice Ippolito , inteso come «sistema museale policentrico» organizzato in tre sedi strettamente coordinate e unite in un’armonica volontà di promozione della conoscenza del continente antartico: la sede di Genova, dedicata alla biologia ed ecologia antartica, quella di Trieste alla storia dell’esplorazione nazionale e internazionale nel continente antartico e, infine, quella di Siena allo studio delle rocce antartiche. Ogni sede-polo si articolava in un Centro espositivo, un Centro Studi e un Centro documentazione. Il 2 ottobre 1998 è stata inaugurata la sede di Genova, il Centro Espositivo nell’Area del Porto Antico, che è finora l’unica ad essere stata aperta al pubblico.
Questa articolazione aveva dunque una estensione interregionale, seguiva un criterio tematico unificatore – la biologia marina -, si avvaleva della stretta collaborazione di istituti universitari e si sottoarticolava per aree tematiche specifiche.
Occorre ricordare in primo luogo che, fin dal 1990, si era riacceso in Italia il dibattito sui musei, che prese corpo, in particolare, nell'approvazione della legge 35/1990 della Regione Umbria per il «sistema museale regionale», nell'organizzazione della Commissione Covatta e nella formulazione nel 1992 di un disegno di legge per il «sistema museale nazionale» . In secondo luogo va ricordato che in parallelo si sviluppò un’altra iniziativa a carattere allo stesso tempo sistemico e settoriale: negli anni immediatamente successivi al 1992, la Conferenza dei rettori avanzava un disegno di legge per l’attuazione di un sistema museale accademico. Questo episodio genovese rimaneva però sotto il pieno controllo del Ministero dell'Università e della Ricerca scientifica e non veniva in alcun modo sottoposto all'attenzione del Ministero per i Beni e le Attività Culturali.
In questo caso, il museo si configura come un centro in cui vengono raccolte le testimonianze materiali di un'attività di ricerca in corso, che risulta peraltro fortemente disconnessa dal territorio italiano rendendo dunque comprensibile, in questo senso, il suo isolamento e la generalizzata mancanza di interesse da parte del Ministero per i beni culturali. Tuttavia questa esperienza può essere interessante come prototipo gestionale, oltre che dal punto di vista organizzativo e didattico: si tratta infatti di una applicazione a livello nazionale di una struttura «sistemica» vera e propria, che trova in un tema di ricerca il fattore unificante. Se, dunque, in questo senso si può parlare di «sistema» tra istituzioni universitarie, diversamente non si può parlare di «sistema» nell'accezione di integrazione con il territorio circostante e di interrelazione tra sede museale e contesto di appartenenza. Questo caso si configura come un «sistema» museale a carattere tematico ad estensione interregionale.

Il 1997 è un anno assai significativo per la Regione Liguria per almeno due motivi: in primo luogo perché, in previsione del Giubileo del 2000, con forte lungimiranza, si cominciano a predisporre interventi normativi volti a non disperdere i finanziamenti successivi. Ma soprattutto perché viene elaborato un nuovo programma pluriennale per i musei locali per gli anni 1997-2000. Questo Programma sarà alla base della successiva attività in materia museale, in quanto definisce le nuove tipologie di aggregazione dei musei, descrive il metodo di programmazione finanziaria degli interventi e avvia alcuni pionieristici tentativi di accordo sul territorio.
Per quanto riguarda il primo aspetto, con la L.R. n. 39 dell’11 settembre 1997, Interventi della Regione Liguria in occasione del giubileo dell’anno 2000, si enuncia la volontà di non esaurire in unici e definiti grandi eventi gli sforzi e finanziamenti per il settore cultura. Si sottolineava la volontà di procedere con una valorizzazione turistica e culturale da realizzare in itinerari turistico-religiosi, al fine di «consolidare nel tempo flussi di turismo religioso» e permettere, anche in collaborazione con l’estero, «l’inserimento del territorio regionale nei circuiti nazionali e internazionali del turismo culturale e religioso» (art. 1 della L.R. 39/97). La medesima lungimiranza sarà dichiarata anche con la legge 18/2000, Interventi speciali per la realizzazione e la promozione dell’evento Genova Città europea della cultura nel 2004.
In questo modo si introduceva un nuovo e interessante oggetto di finanziamento, l’itinerario turistico-culturale, che risulta simile almeno per tre aspetti ai sistemi museali, che sono l’oggetto diretto della nostra analisi . In primo luogo, anche gli itinerari, appunto come i sistemi museali, sono realtà che si sviluppano nel territorio, intrecciando realtà diverse quali musei, parchi, monumenti ed altri tipi di istituti culturali. In secondo luogo anche gli itinerari non sono codificati da una normativa specifica nazionale e solo sporadicamente sono definiti da una normativa regionale. Infine, in terza battuta, pure il fenomeno degli itinerari è fortemente collegato ad altri settori, come quello turistico, quello economico-produttivo, quello dello sviluppo del territorio e in alcuni casi anche quello religioso. Si tratta comunque di un fenomeno che corre parallelo a quello dei sistemi museali e che si snoda anch'esso tra normativa nazionale per alcuni casi creati ope legis, programmazione regionale sostanziata spesso con fondi comunitari e forte sovrapposizione con il turismo culturale. Va anche aggiunto che proprio in ragione di questa sovrapposizione significativa con il comparto turistico, che è materia di legislazione esclusiva delle Regioni, l'assetto e la gestione organizzativa degli itinerari è stata quanto mai varia.
A questo fermento, determinato dall'approssimarsi del Giubileo, dal federalismo amministrativo a costituzione invariata disposto dalle norme Bassanini alla fine degli anni Novanta e dalle nuove possibilità di introiti economici derivanti dalle opportunità offerte dai servizi aggiuntivi, si aggiunge la nuova organizzazione della programmazione regionale, determinata dalle disposizioni della Finanziaria 1997 (l. 662/1996, art. 2, commi 203 e seguenti). Come primo esito di questa situazione, la Regione Liguria metteva a punto il Programma per gli anni 1997-2000 , anche in attuazione della legge 7/83 (art. 5) che prevedeva la gestione del settore culturale per mezzo di programmi pluriennali .
Il Programma pluriennale del 1997 contiene una sintesi dell'attività pregressa della Regione, attuata in base al Programma 1994-1996, e una pianificazione delle attività future. Il quadro concettuale di riferimento interpreta il museo come “servizio pubblico” e lo inserisce nella linea sempre promossa dalla Regione, fin dai primi atti legislativi in materia, che vede nella cultura un fattore di coesione sociale, di sviluppo della cittadinanza e di condivisione del patrimonio comune. Il tema della “qualità” è molto sentito ed è declinato in funzione della necessità di garantire un livello minimo e comune di cultura. La convinzione per cui si debbano garantire standard minimi si lega al tema della qualità del servizio e alla individuazione dell'attribuzione di un “marchio” come riconoscimento pubblico per il conseguimento di un determinato livello delle prestazioni.
Lo strumento primario per l'impostazione di una valida politica culturale è, secondo la Regione Liguria, determinato da una corretta catalogazione e inventariazione dei beni. Da ciò derivava lo studio insieme alla Soprintendenza e la successiva elaborazione di un catalogo/inventario dei beni presenti nella regione, appartenenti sia ad enti locali sia ad enti statali. Questa iniziativa di conoscenza del patrimonio avrebbe dato come esito la produzione di un catalogo on-line, pubblicamente fruibile .
La realizzazione di un catalogo unico dei beni presenti nel territorio regionale era fortemente incoraggiata dalla Regione anche a causa di alcune considerazioni espresse nel Programma come risultato della precedente indagine. Si constatava, infatti, in primo luogo e in generale, un incremento del numero dei musei: nel 1986 erano state censite poco meno di 100 istituzioni, ma a distanza di dieci anni – nel 1997 - ne risultavano almeno 160 . Inoltre, l'introduzione di nuove tipologie di collezioni e la possibilità di nuove forme di gestione rese disponibili dalla legge 142/1990 determinavano un quadro profondamente modificato rispetto a quello rilevato dall'indagine condotta dalla Regione negli anni Ottanta. In un contesto generalmente positivo, la Regione indicava anche alcune difficoltà, come la gestione della Galleria d’arte moderna di Genova, e intendeva ricercare qualche soluzione per migliorare l'aspetto gestionale, nell'utilizzo dei poteri concessi dalle leggi Bassanini e nello sfruttamento economico dei servizi aggiuntivi.
Riguardo al tema dell'organizzazione dei musei, va sottolineato che nel 1997 la Regione Liguria faceva ancora riferimento alla legge 21/1980, sia per la concezione del museo come servizio, sia per il modo in cui erano stati definiti i sistemi museali. Si tratta di un elemento interessante e che è importante sottolineare perché segna una linea di continuità forte tra la fine degli anni Settanta e il mutato quadro costituzionale della fine degli anni Novanta. Il concetto di sistema museale, progettato dalla legge regionale 21/1980, con sedi secondarie e una sede centrale definita «centro del sistema» era ancora valido nel 1997: nella pratica si tentava di applicarlo ad un sistema museale marittimo istituendo raccordi tra il Museo Navale di Genova come centro e altre sedi satellite . Questo tipo di organizzazione era finalizzato ad ottimizzare risorse sia dal punto di vista gestionale, sia dal punto di vista della destinazione finale.
Oltre alle esperienze riconducibili al concetto di sistema museale, veniva suggerita nel Programma 1997 anche una seconda tipologia, quella del “museo-territo¬rio”, che indicava invece la messa in collegamento di istituzioni non solo museali, ma anche di altro tipo. Questa nuova possibilità di aggregazione di enti culturali denominata “museo-territorio” veniva congegnata sulla base di iniziative reali e già in atto e proposta come “chiave di lettura del territorio”: tra queste esperienze venivano indicati il Museo-territorio di Pigna nell’Imperiese e quello della Via della Pietra Nera in Val Fontanabuona.
Occorre a questo punto soffermarsi su questa riflessione per evidenziare le caratteristiche teoriche di queste due possibili aggregazioni, ovvero i “sistemi museali”, di più antica concezione, e il “museo-territorio”, nuovo possibile soggetto molteplice, risultato dell'organizzazione di più enti.
Dalla lettura del Programma del 1997 si riesce a cogliere alcuni tratti di differenziazione tra il “sistema museale” e il “museo territorio”. Dalla definizione teorica della norma del 1980, dalla riformulazione coerente del Programma del 1997 e dalle indicazioni delle esperienze pilota si evince che con la prima tipologia si intendesse mettere in collegamento un museo vero e proprio con altre sedi espositive che presentavano materiali tematicamente affini a quelli del museo, indicando una omogeneità tematica tra istituzioni tipologicamente affini e 'staccandole' in questo modo dal contesto.
Diversamente sembra che con l'espressione “museo-territorio” si volesse integrare una istituzione museale ad altri tipi di enti e realtà di natura eterogenea, rendendo appunto il museo un luogo di raccolta di oggetti caratterizzanti il suo contesto. Il sistema museale, dunque, sembrerebbe un'entità più asettica e separata, composta da unità omogenee o similari, collocate anche in aree geografiche molto lontane o diverse; mentre il museo-territorio è un insieme di enti differenti, sia dal punto di vista tipologico e sia dal punto di vista collezionistico, accomunati dal radicamento nello stesso ambito geografico.
Negli anni 1997 – 1998, mentre a livello nazionale sale il dibattito sul federalismo amministrativo, in Liguria l'attenzione è maggiormente rivolta alle singole realtà locali e non si avverte la necessità negli anni successivi al 1998 di approntare un testo legislativo di aggiornamento alle mutate condizioni normative nazionali. Questa esigenza non sarà avvertita neppure dopo la Riforma del Titolo V. Solo dopo l'emanazione del Codice dei Beni Culturali nel 2004 sarà varato nel 2006 un Testo Unico in materia di cultura, che segna il punto di chiusura di questo saggio . Nel frattempo però, dal varo del Programma Pluriennale del 1997 al 2006, vengono emanati altri atti di programmazione regionale e si sviluppano alcune iniziative che è interessante ripercorrere per delineare un'ampia ricostruzione del modo in cui la Regione Liguria ha sviluppato sia dal punto di vista teorico, sia dal punto di vista pratico il principio del 'sistema museale', varato fin dal 1980.
Fin dal 1997 la Regione dichiarava il proprio interesse a collaborare con le Soprintendenze, sia per la elaborazione di metodologie comuni di catalogazione, sia per la elaborazione di standard minimi funzionali per i musei. Va anche precisato che proponeva l'applicazione della Settimana per la Cultura, già in atto per i musei statali, anche ai musei di ente locale.
Non poche, anche se non gravi, erano le difficoltà di gestione di alcuni musei. I problemi indicati nel Programma del 1997 per la gestione di alcuni istituti, tra cui il Museo Americanistico di Genova, venivano sottolineati nel 1998 anche da una interrogazione in aula consiliare ; nello stesso tempo però l'afflusso dei fondi speciali per le celebrazioni colombiane aveva permesso alla città di Genova di restaurare alcuni palazzi storici e di attivare alcune manifestazioni culturali . Si discuteva anche del destino del Museo di Pegli in quanto, in vista dell'anno 2004 in cui Genova sarebbe stata Capitale della Cultura, si programmava l'accorpamento di alcune collezioni di musei e lo spostamento in altre sedi . Non si rintracciano però notizie sull'applicazione della teoria dei “sistemi museali” a casi specifici. Allo stesso modo, il quadro retrospettivo delineato dal successivo Programma Pluriennale 2001-2003 non fornisce informazioni sulla realizzazione di “sistemi museali”, mentre invece fa menzione di alcuni esperimenti di “museo-territorio”.
Nel marzo del 2000 la Regione sottoscriveva una prima Intesa istituzionale di programma, che doveva essere la cornice entro cui stipulare i successivi accordi di programma quadro. La prima Intesa indicava nel Quadro di Riferimento del Programma Regionale di Sviluppo il riferimento all'interno del quale programmare le linee progettuali future che, da un lato, guardavano alla competizione globale e alle necessità di riorganizzazione dei poteri locali in concomitanza con la riforma costituzionale in atto, dall'altro individuavano nella valorizzazione delle risorse locali – da intendersi sia come pratiche industriali e artigiane, sia come tratti caratterizzanti la cultura e il paesaggio – e nella qualità della vita i punti di orientamento positivo della successiva azione regionale. In particolare già nell'Intesa del marzo 2000 si indicavano alcune linee da seguire nell'elaborare gli attuativi accordi di programma quadro per l'asse dei “beni culturali”: la creazione di un sistema bibliotecario in rete, la catalogazione informatizzata e soprattutto la “riorganizzazione dei musei locali”. Per la stipula del relativo Accordo di Programma si dovettero attendere però ben quattro anni, fino al 2005.
In questo contesto sarebbe stato quindi elaborato il Programma Pluriennale 2001-2003. Questo programma sviluppava lungo tre linee l'attività della Regione: la promozione integrata e allargata delle attività culturali, la continuazione dell'attività di censimento del patrimonio museale e soprattutto l'attenzione per l'organizzazione dei musei di enti locali.
Per il primo aspetto, riprendendo intenzioni e quadro concettuale del precedente Programma del 1997, quello del 2001 rilancia la redazione di un programma regionale per la Settimana della cultura, l’incentivazione di circuiti interprovinciali di spettacoli dal vivo (“Insieme in Liguria”) e la promozione del turismo culturale grazie alla pubblicazione di materiale editoriale gratuito di interesse culturale-turistico, pur constatando che, i parchi letterari, nonostante la buona volontà e l'impegno profuso dalla Regione, non riuscirono a coinvolgere attivamente gli Enti locali rimanendo quindi di “basso profilo” .
Per quanto riguarda le attività di conoscenza, il Programma del 2001 ha consentito di continuare a condurre campagne di catalogazione e avviare la promozione di sette Parchi culturali. Con questa iniziativa si sottolinea anche che uno dei risultati più importanti ottenuti dall’attuazione del primo programma è stato proprio l’acquisizione di nuovi dati sulle realtà museali, dopo l'indagine degli anni Ottanta . Le schede di rilevamento inviate a 160 soggetti museali, di cui solo 147 avevano fornito risposta, evidenziavano da un lato il fenomeno – diffuso anche nelle altre regioni – dell’incremento numerico dei musei, dall’altro le gravi lacune che li caratterizzavano, come la mancanza di un regolamento, di un inventario, di un catalogo, di figure professionali e di orari fissi di apertura. Contestualmente a questa indagine, con la deliberazione consiliare n. 6 del 20 marzo 2001 il Programma pluriennale 1997-2000 veniva prorogato fino al 30 giugno 2001. In sintesi, il Programma proseguiva le attività di conoscenza del patrimonio museale, tentando di rivitalizzare il settore cultura soprattutto con la promozione di eventi.
Per quanto riguarda i musei, il successivo Programma Pluriennale riguardava quindi il periodo 2001-2003 e sviluppava alcuni nodi del precedente: soprattutto l'adozione degli standard museali e una migliore codificazione dei sistemi museali.
In primo luogo si concentrava sull’integrazione dei musei con il territorio, intesa come condizione necessaria non solo per la realizzazione della missione del museo quale centro di comunicazione sociale, ma anche per il coinvolgimento dei privati. In secondo luogo si teneva fermo l'obiettivo del miglioramento del servizio museale attraverso l’individuazione di standard , recependo in maniera molto articolata e puntuale gli standard del decreto ministeriale del maggio 2001. L'elaborazione di questi requisiti segnava il punto di arrivo di un percorso di scambio tra Stato e Regioni avviato fin da quando, nel 1990, la Regione Umbria aveva elaborato i propri standard e ne aveva avviato un tentativo di applicazione nel proprio territorio. La Regione Liguria che, per parte sua, almeno fin dal 1997 individuava nella garanzia della qualità del servizio un fattore decisivo del museo inteso come servizio pubblico, e che già utilizzava il concetto di standard minimi di funzionalità, accoglieva positivamente questo atto ministeriale e cercava di importarlo favorendone l'applicazione presso i musei di ente locale.
La piena accettazione degli standard era il presupposto per l'assegnazione del diverso status di “museo” o “raccolta”: la scrupolosa valutazione dei requisiti delle istituzioni che avevano compilato le schede di rilevamento permetteva così alla Regione di individuare almeno quarantacinque musei e ben ottantuno raccolte. Tale distinzione non era fine a se stessa ma fattore preliminare per l’accesso ai finanziamenti, consentito solamente agli enti riconosciuti come musei. Questo è un passaggio molto importante in quanto, dall'operazione di conoscenza promossa dalla Regione, si procede verso il successivo e logico tentativo di uniformare nei servizi e nelle prestazioni i musei controllati. Ciò valeva per i singoli musei, ma la Regione Liguria va oltre e si occupa di elaborare procedure precise di organizzazione e valutazione degli stessi sistemi museali.
Anche per i sistemi museali venivano elaborati requisiti minimi per accedere alle erogazioni regionali. Tali standard erano però diversi da quelli validi per i singoli istituti museali, in quanto dovevano essere riferibili alla particolare organizzazione associativa e policentrica dei sistemi. Pertanto, per realizzare in maniera adeguata e corretta i sistemi venivano individuati alcuni standard minimi. È molto importante rintracciare e indicare con precisione le caratteristiche che vennero disciplinate per i sistemi, in quanto costituiscono uno dei pochi casi in cui vengono normate con precisione: le altre Regioni che operano con rigore in questo senso sono il Lazio, l'Umbria e la Lombardia.
Questo atto è un gesto fortemente qualificante la politica della Regione Liguria in materia di sistemi e che la differenzia nettamente dalla maggior parte delle Regioni italiane, anche da quelle, come la Puglia o la Toscana, che avevano inserito il concetto di sistema museale nella loro produzione legislativa in una data precoce. L'introduzione di questa definizione delle caratteristiche dei sistemi è anche coerente con la lunga presenza di questo concetto nella normativa regionale e nei relativi atti di programmazione .
In primo luogo i due principali requisiti indicati dalla Regione sono di natura formale e amministrativa, non contenutistica e scientifica. Un sistema museale, per essere definito come tale e quindi per poter accedere ai finanziamenti, deve essere contraddistinto da:
1) un accordo associativo;
2) un programma.
L'accordo associativo è naturalmente necessario in quanto deve regolamentare i rapporti tra i soggetti che compongono il sistema e deve indicare i seguenti parametri, che si citano direttamente dal testo del Programma pluriennale:
1. finalità del sistema
2. soggetto titolare
3. strumenti di gestione
4. attività da svolgere
5. organismi di coordinamento, programmazione e controllo
A sua volta, il programma deve indicare:
1. attività previste e la relativa organizzazione
2. ruoli degli enti partecipanti
3. responsabilità scientifica delle attività culturali del sistema
4. funzioni di particolari musei a servizio del sistema
5. modalità per il conferimento delle risorse, la loro acquisizione e condivisione per la ripartizione delle spese
6. durata dell'accordo
7. strumenti per la verifica dei risultati
Queste caratteristiche vengono dunque esplicitamente definite dal Programma Pluriennale 2001-2003 e costituiscono un importante orientamento per l’aggregazione di enti culturali sul territorio. Per quanto riguarda lo strumento dell'accordo, esso deve naturalmente contenere un obiettivo generale e una descrizione accurata dell'architettura del nuovo soggetto plurimo, nonché indicazioni sulle modalità di gestione vera e propria e di controllo. Pare tuttavia incoerente invece che le «attività da svolgere» debbano essere indicate nell'accordo, in quanto si tratta di un elemento contenutistico, più legato alla ordinaria attività del soggetto e difficile da definire a priori se non in linea molto generica. Al contrario risulterebbe coerente indicare nell'accordo, e non nel Programma, il ruolo degli enti partecipanti, la ripartizione delle responsabilità e le funzioni degli aderenti .
In questo documento i sistemi sono il risultato dell'applicazione di «strumenti di gestione coordinata» che permettano di fruire di «diverse tipologie di beni culturali anche ubicate in siti diversi». Questa precisazione è molto importante poiché conferma quanto si era ipotizzato in precedenza commentando il Programma 1997-2000, in cui veniva già in certa misura indicata la differenza tra “sistema museale” e “museo-territorio”. Il sistema in quel caso riferibile come esemplificazione era il Sistema museale marittimo costituito dal Museo Navale di Genova come centro e da una serie di sedi espositive periferiche, collocate appunto in diverse sedi. Per quel sistema la collocazione geografica era poco rilevante, mentre era importante il tema che accomunava le singole sedi e il rilievo attribuito alla maggiore rispetto alle altre. La strutturazione adottata per i due “museo-territorio” indicati nel 1997 – quello relativo alla lavorazione dell'ardesia e quello di Pigna – era invece completamente differente perché varie realtà del territorio li componevano: sedi espositive, miniere, antiche officine di lavorazione della pietra. Questa distinzione, forse non chiaramente esplicitata nel 1997, risulta in questo programma del 2001 molto più chiara.
La redazione del 2001 evidenzia inoltre che l'obiettivo principale dell'operazione di mettere a sistema è conseguire «unitarietà ed efficienza nella gestione» che significa mettere in comune i costi dei servizi in modo che il prezzo dei singoli possa essere minore per le istituzioni aderenti. Il sistema, che è inteso qui dal punto di vista gestionale, dovrebbe quindi ridurre i costi e migliorare i servizi. Va però evidenziato che mentre la riduzione dei costi è determinata dal concorso alla spesa ed è un ragionamento plausibile dal punto di vista economico, invece il miglioramento del servizio è un passo ulteriore che non può essere solo strettamente connesso con la sua condivisione; esso anzi dipende anche da altri fattori, di ordine culturale-progettuale, che non sono automatici. Si può però almeno ipotizzare che questa affermazione, qui non motivata e non circostanziata, fosse ciò che ci si aspettava dall'istituzione del sistema e dal conseguente risparmio e disponibilità di maggiori liquidità.
Il documento di Programmazione 2001-2003 individua oltre ai vantaggi del sistema, anche una difficoltà: la perdita della propria potestà per le parti che si uniscono . Più chiaramente, la condivisione di mezzi, obiettivi e strategie da parte degli istituti facenti parte del sistema museale prevede l’individuazione di alcune funzioni (ad esempio gli oneri connessi alla manutenzione, alla promozione, alla valorizzazione, ai servizi aggiuntivi, alle acquisizioni e donazioni, ecc.) e il loro trasferimento al sistema, congiuntamente alla rinuncia della autonomia individuale fino a quel momento esercitata. Si tratta di una osservazione quasi incidentale nel documento ma è molto importante in quanto risente probabilmente delle difficoltà pratiche che erano state incontrate negli anni precedenti anche nelle limitate esperienze di museo-territorio o di sistema museale. La perdita della potestà è un fattore che naturalmente non viene percepito dalle realtà piccole che, anzi, hanno tutti gli interessi a prender parte al sistema, bensì dalle realtà medie, che ambiscono all'autonomia, e dalle medio-grandi, che possono sentirsi ostacolate nello sviluppo delle proprie politiche.
Dal punto di vista organizzativo vengono proposte due soluzioni:
«1. mantenere la distinzione dei soggetti coinvolti e, quindi dei relativi beni, mirando ad assicurare il coordinamento tra tutte le iniziative dei soggetti del "sistema" con un organismo collegiale;
2. attribuire al "sistema" una personalità giuridica che provveda al coordinamento tra i vari soggetti che vi aderiscano ma che abbia la legittimazione ad agire in luogo degli enti proprietari» .
Per attuare la prima soluzione è dunque sufficiente stilare un accordo o una convenzione tra enti e dotarsi di un programma; per attuare la seconda invece è necessario costituire un nuovo soggetto giuridico, che può essere un consorzio, un'azienda speciale, una società, e dopo una Fondazione o un'associazione. In definitiva i sistemi museali vengono visti non solo come «una semplice aggregazione di istituti caratterizzati da omogeneità tipologica o da contiguità territoriale» ma come “strumenti di programmazione” .
L'intenzione di applicare nuove soluzioni gestionali ai musei non era nuova ma era stata già ben esplicitata in occasione del convegno di presentazione dell’anteprima del Programma. In quell’occasione il dirigente del Servizio “Strutture e programmi Culturali” Rinaldo Luccardini dichiarò la volontà di sperimentare le reti museali in Liguria nella nuova fase di programmazione : «se i nostri musei non sono in grado, oggi, di dare una risposta a tutti i servizi che l’utenza si aspetta da loro è verosimile ritenere che lo scopo possa essere meglio perseguibile, se essi si consociano fra loro, se si aggregano, se si collegano, potendo in tal modo concorrere risorse e soggetti diversi» .
Si proponeva insomma una formula di aggregazione di istituti che consentisse, essenzialmente, di migliorare i servizi. Nella stessa prospettiva, al fine di coinvolgere non solo la popolazione residente ma anche i turisti, si delineava la possibilità di una aggregazione, potremmo dire ‘allargata’ o mista, cioè «l’intenzione di procedere con l’aggregazione in rete dei musei è così forte per noi che esce dal puro e semplice ambito dei musei per coinvolgere via via dapprima le altre strutture culturali (biblioteche e monumenti musealizzabili) per poi intaccare anche altri campi: quello dello spettacolo (cinema, teatri) e quello dell’organizzazione turistica (ristoranti, alberghi). In altre parole la rete delle strutture culturali deve connettersi a tutti questi altri soggetti […]». Queste dichiarazioni aiutano quindi a capire la traiettoria in cui è stato concepito il programma pluriennale: il miglioramento della qualità, inserendo il patrimonio museale in questo settore dei ‘servizi alla persona’, e l’allargamento al territorio regionale, interpretando i musei locali come componenti di un tessuto composito e più vasto.
Il Programma pluriennale 2001-2003, oltre alla precisa codifica del sistema museale, descrive anche la seconda tipologia, il “museo-territorio”, già presente nel precedente programma pluriennale . Con questa definizione la Regione identifica un complesso costituito da musei veri e propri, ma soprattutto da sedi espositive e da altri tipi di monumenti o soggetti significativi per la storia culturale di un'area geografica. Le sedi museali del museo-territorio non solo conservano i materiali raccolti, ma in un certo senso applicano gli elementi della museografia all'esterno, ad architetture, vie di comunicazione, paesaggio e beni paesaggistici, collegando le singole testimonianze significative al loro contesto di provenienza e produzione. Per la realizzazione del museo-territorio in breve è necessaria una “colonizzazione museografica del territorio”, in modo che possa essere letto in alcuni suoi aspetti secondo un filo conduttore spesso collegato alla cultura materiale . Come nel caso del museo e del sistema museale, anche per ottenere il riconoscimento di museo-territorio il Programma pluriennale prevede il rispetto di particolari standard, che citiamo direttamente dal documento:
1. «Individuazione del soggetto titolare.
2. Dichiarazione sugli strumenti di gestione.
3. Formulazione del programma scientifico
4. Individuazione di metodologie atte alla catalogazione dei beni e loro recupero o restauro, in collaborazione con le Soprintendenze secondo le direttive e i criteri degli Istituti Centrali
5. Definizione degli obiettivi culturali e sociali perseguiti
6. Modalità di accesso ai vari beni culturali e i servizi offerti» .
Le principali difficoltà nell’attivazione del museo-territorio non sono chiaramente indicate nel documento. Se ne possono però individuare due: in primo luogo l'applicabilità degli strumenti museografici ad una multiforme, mutevole e differenziata realtà esterna; in secondo luogo l'assegnazione di funzioni e compiti a soggetti diversi in quanto questa operazione deve contemporaneamente comportare una corrispondente gradualità nell'attribuzione dei ruoli.
Il Programma pluriennale 2001-2003 per i musei è stato prorogato per ben due volte, arrivando così ad essere in vigore fino al 30 giugno 2006 il che dimostra anche la sua tenuta e la sua validità . La scelta della Regione di non approntare un nuovo programma era motivata dalla gestazione di una nuova normativa in materia di cultura che avrebbe dovuto regolare anche la programmazione culturale. Nel 2003 , infatti, si individuava la necessità di definire i criteri di ammissibilità per la concessione di contributi regionali . Pur non modificando l’assetto normativo e programmatorio vigente, il 21 gennaio 2005 la Giunta regionale approvava però i criteri di ammissibilità e le modalità di presentazione dei progetti per la concessione dei contributi regionali ancora ai sensi della L.R. 21/80. Infatti gli standard messi a punto nel Programma Pluriennale 2001-2003 risultavano insufficienti ed era emersa la duplice necessità «di agevolare il procedimento istruttorio delle domande di contributo e […] di sensibilizzare ulteriormente i soggetti beneficiari verso la necessità di una gestione più efficiente ed un utilizzo più efficace delle risorse, finalizzati al perseguimento di standard di qualità» . Questa percezione di un intervento correttivo lascia ipotizzare, senza però averne prove certe, che il quadro delineato dal programma 2001-2003 non abbia avuto effettive e concrete applicazioni, tanto da spingere la Regione a “semplificare” le procedure e ammorbidire i requisiti.
Questa modifica delle modalità di accesso ai fondi si rispecchia anche negli stanziamenti effettivi, in quanto solamente negli esercizi finanziari 2001 (100 mila euro ) e 2006 (70 mila euro), non a caso coincidenti con l’approvazione del Programma pluriennale 2001-2003 e con l’entrata in vigore dei criteri di ammissibilità e della nuova legge sulla cultura, sono stati inseriti finanziamenti sul capitolo n. 3625 riservato ai sistemi museali .

Si deve poi ricordare che, oltre ai finanziamenti ai musei e ai sistemi museali erogati ai sensi della L.R. 21/80, la regione Liguria ha impiegato anche altri fondi per il sostegno di alcuni progetti di sistema museale. In primo luogo, i finanziamenti dell’Unione Europea stanziati durante il primo triennio di attuazione del Docup (Documento unico di programmazione) Obiettivo 2 2000-2006 . Tali fondi, benché non avessero finalità espressamente culturali, grazie alla Misura 3.5 A, Riqualificazione urbana – infrastrutture e alla misura Misura 3.3 A, Infrastrutture turistiche, hanno consentito di realizzare quattro musei e soprattutto due sistemi museali ed un museo-territorio. Dei due sistemi museali, il primo è un sistema integrato di spazi museali nel comune di Pieve di Teco; il secondo è il cosiddetto “sistema intercomunale museale” . Infine, grazie a questi fondi è stato realizzato anche il museo-territorio denominato “Eco Museo Valli del Latte” nato con l’Accordo di Programma Quadro del 14 dicembre 2002 tra la Comunità Montana Valli Stura e Orba, l’Ente Parco Beigua e i Comuni di Campo Ligure, Rossiglione e Tiglieto, che contribuivano recuperando e integrando nel sistema i loro musei cittadini .
D'altra parte anche questa breve sintesi mostra come tramite interventi, atti di programmazione, realizzazioni in atto e fonti di finanziamento si determini un assetto istituzionale in continua evoluzione e movimento soprattutto per cogliere l'opportunità di utilizzare i fondi aggiuntivi provenienti da stanziamenti europei. Nello stesso tempo però la pluralità di azioni e di promotori delle stesse rende complicato seguire con chiarezza le esperienze.
A questo quadro in fermento degli anni tra il 2002 e il 2003, va aggiunto poi il grande evento di Genova Città europea della cultura nel 2004, che permise al Comune di attrarre fondi e di tentarne un uso prolungato nel tempo, anche perché fin dal 2000 era stata varata la legge 18/2000 Interventi speciali per la realizzazione e la promozione dell’evento Genova Città europea della cultura nel 2004. Si deve a questo evento, infatti, il complesso progetto di generale rilancio del capoluogo di regione.
Dal Protocollo d’intesa del maggio 2001 fra il Ministero per i Beni e le Attività culturali, l’Agenzia per il Demanio e il Comune di Genova emerge l’intenzione di potenziare il sistema museale cittadino e recuperare i beni architettonici rientranti in questa fruizione culturale coordinata . Poiché questo evento culturale svolgeva un ruolo di presentazione internazionale dell'Italia tramite la città di Genova, gli interventi statali furono quindi massicci e riguardarono soprattutto l'aspetto strutturale e infrastrutturale: il rilancio di Genova trovava numerose fonti di finanziamento, pubbliche e private , poi supportate e implementate da una serie di disposizioni del biennio 2001-2002 .
Il sostegno della Regione era rivolto al miglioramento della fruizione delle strutture e alla loro messa in rete per aumentare l'accesso del turismo culturale (art. 3 comma 2); invece gli interventi statali erano indirizzati quasi per il 90% ad interventi strutturali stabili, come il restauro e la messa in sicurezza di palazzi ed edifici storici . Si tentava anche di raccordare gli interventi integrando il più possibile la partecipazione dei privati al fine di evitare la frammentazione dei finanziamenti e delle proposte .
Tra i molti interventi realizzati dal Comune insieme alla Soprintendenza, quello del Polo museale antico di Via Garibaldi è un esempio interessante in quanto costituisce un «sistema museale integrato in una “via-museo”» che coinvolge per mezzo di un unico percorso alcuni palazzi storici genovesi, Palazzo Rosso, Palazzo Bianco, Palazzo Tursi, Palazzo Reale e Palazzo Spinola di Pellicceria . Si configurava come una specie di museo-territorio urbano, anzi di quartiere, poiché mirava a mettere in collegamento in maniera esplicita palazzi storici di una determinata porzione cittadina.
Inoltre, il Comune, la Società Porto Antico e alcuni privati sono stati i soggetti attuatori della creazione di un altro museo-territorio cittadino, il Polo della Darsena, che prevedeva la costruzione del Galata-Museo del Mare e il collegamento virtuale di questo con Commenda di Pré, i Quartieri Caffa, Metelino e Tabarca. Come terza iniziativa si segnala inoltre il fatto che il Comune da solo si è occupato della riorganizzazione generale di tutti i musei cittadini e del Parco museo di Nervi , valorizzando attraverso un restauro funzionale la Galleria d’Arte Moderna (GAM) di Villa Saluzzo Serra che è presente all’interno dei parchi e rientra nel polo-percorso naturalistico e culturale di cui fanno parte le Raccolte Frugone, la dimora-museo di Villa Luxoro e il nuovo museo della collezione Wolfson .
Questi tre insiemi di musei prendono il nome di Musei di Strada Nuova, Musei del Mare e Musei di Nervi. Segno tangibile di questi tentativi di aggregazione di strutture culturali presenti nell'ambito cittadino, nonché dell’impegno profuso nel farlo vivere oltre il 2004, oltre al sito internet unitario, è anche la Card Musei di Genova , la quale permette di visitare ventidue musei genovesi comunali, statali e privati. La card permette l'accesso anche al sistema museale del Polo Nervi e di entrare a prezzo scontato in molte altre istituzioni culturali, come Palazzo Ducale e l’Acquario di Genova. La card insomma si è rivelata uno strumento di attuazione molto utile, che ha permesso di velocizzare l'accesso agli istituti culturali, anche se il suo “allargamento” ha diluito il senso di strumento identificatore di una determinata realtà che doveva essere quella legata al contesto civico di Genova .
L’ambizioso obiettivo finale, quello di rendere Genova una capitale europea della cultura anche negli anni successivi al 2004 e con ricadute positive per tutta la regione, doveva essere perseguito proprio grazie al potenziamento dell’offerta culturale grazie al miglioramento del sistema museale, del patrimonio architettonico, della qualità dell’ambiente urbano e della complessiva fruizione della città. L'esperienza del “grande evento” viene quindi ottimizzata in ambito ligure e non dispersa in interventi solo effimeri, bensì impiegata al meglio per dare concretezza e continuità agli interventi. L'evento “Genova Capitale della Cultura”, è vero, si inserisce come una monade nel ricco, complesso e frastagliato panorama degli interventi locali, costituendo una nuova realtà certamente di rilievo internazionale, che catalizza l'attenzione dei media e proietta la regione Liguria, tramite la notorietà del suo capoluogo, in una dimensione di indiscusso rilievo nazionale e internazionale. Questa serie di interventi è stata pensata per essere durevole e fruttuosa negli anni e, grazie agli eventi che hanno vivacizzato la città e all'attrazione di una grande quantità di visitatori, si è verificata negli anni successivi una sensibile diminuzione di finanziamenti comunali e statali, tanto da far parlare di “paradosso genovese”: il successo di un evento dovuto a un enorme sforzo iniziale e grazie ad una accorta e lungimirante politica di investimento, pianificata fin dal 2001, ha fatto sì che il finanziamento pubblico potesse ritrarsi in un secondo momento, rendendo quindi le istituzioni, se non del tutto, almeno maggiormente indipendenti.
Questa esperienza è tuttavia meritevole di essere menzionata in questo lavoro in quanto offre l'opportunità di indagare da vicino un caso circoscritto in cui sono stati costituiti in poco tempo e tramite finanziamenti straordinari alcune particolari aggregazioni di musei in ambito urbano. Le iniziative menzionate costituiscono quindi tre poli museali cittadini di tipo tematico, uniti da un sito, una card, un logo e servizi didattici comuni.
Nonostante questo però venivano registrati dati non troppo positivi per il settore turistico proprio nell'anno 2004 : la crescita e lo sviluppo culturale non riuscivano quindi, nonostante tutto, a soddisfare le esigenze del turismo e costringevano di nuovo gli amministratori pubblici a studiare interventi utili. Per questo motivo si è imposto come obiettivo prioritario della Regione, insieme alla riqualificazione urbana e paesaggistica del territorio, il rilancio integrato del sistema turistico regionale con il sistema cultura. L'obiettivo doveva essere estendere la ripresa dello sviluppo all'intero territorio regionale. Non dobbiamo infatti dimenticare che la Liguria faceva parte delle Regioni Obiettivo 2, caratterizzate da aree in evoluzione nei settori dell’industria e dei servizi, da zone rurali in declino e zone urbane in crisi, per le quali la riconversione socio-economica è prioritaria. Oltre che nei documenti programmatici regionali, tra cui il Documento preliminare per il Quadro Strategico Regionale della Regione Liguria 2007-2013 del 28 ottobre 2005 , se ne prendeva già atto anche nell’Accordo di Programma Quadro per i beni culturali sottoscritto in tre fasi molto ravvicinate (2005-2006). Ma se l’APQ stipulato il 31 marzo 2005 tra il Ministero dell’Economia e delle Finanze, il Ministero per i beni e le attività culturali e la Regione Liguria individuava due soli interventi, concentrati entrambi sulla ristrutturazione del Teatro Carlo Felice di Genova e sul sostegno alla produzione teatrale, le due successive integrazioni riguardavano interventi più complessi e di messa a sistema.
La prima integrazione dell’APQ, del 28 ottobre 2005, comprende tra i suoi obiettivi quello di «determinare sistemi di beni culturali – anche attraverso reti di beni di diverse tipologie» con l'obiettivo di ampliare l'offerta turistica. Gli interventi in ambito museale individuati in questa prima integrazione e finanziati con risorse stanziate dal CIPE (Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica), dal MiBAC e dalla Regione sono il recupero e la valorizzazione del circuito museale di Villa Durazzo Pallavicini a Genova-Pegli , del Museo Tecnico Navale di La Spezia (1° lotto) e del Palazzo Reale di Genova. Non si riscontrano quindi in questa prima integrazione progetti di messa a sistema di musei nel territorio.
Nell’Allegato alla seconda integrazione dell’APQ, firmata il 28 giugno 2006, troviamo esplicitate più diffusamente le valutazioni sul contesto regionale e le conseguenti iniziative programmatiche e strategiche da intraprendere. Vengono concepiti ben due protocolli d’intesa nel campo della catalogazione di beni culturali e ambientali: il primo è il protocollo d’intesa sottoscritto dalla Regione Liguria con le Regioni Veneto ed Emilia Romagna ; il secondo protocollo è invece stato sottoscritto con la Direzione regionale per i beni culturali e paesaggistici della Liguria . Ebbene entrambi questi protocolli, volti alla catalogazione, sono però importanti perché esplicitamente indicati dall’APQ del 2006 come presupposto per favorire il finanziamento di interventi sistemici, intersettoriali e informativi. Tali interventi potranno concretizzarsi nel miglioramento della qualità dell’offerta turistico-culturale e nella riqualificazione urbana delle aree interessate.
Di particolare interesse sono due progetti legati alla realizzazione di sistemi museali: il completamento dei lavori già avviati per il Museo Tecnico Navale di La Spezia e la Commenda di San Giovanni del Prè. Il primo rientra nel progetto di creare un «polo museale di grande rilevanza a livello culturale e turistico nel comprensorio spezzino, in reciproco rafforzamento con il sistema museale urbano esistente» ; il secondo prevede l’allestimento di un museo-centro culturale dedicato a “Genova e il Mediterraneo” la cui gestione sarà affidata all’Istituzione dei Musei del Mare e della Navigazione. Ente strumentale con autonomia di gestione del Comune di Genova, l’Istituzione ha già organizzato in rete altre tre strutture museali genovesi (MuMa Sistema dei Musei del Mare e della Navigazione): Galata Museo del Mare , il Museo navale di Pegli e il Museo delle Culture del Mondo di Castello d’Albertis . In altri termini, di pari passo alla creazione di una sistema museale spezzino, si voleva procedere al collegamento di questo museo al sistema in costruzione, pensando anche ai Musei del Mare di Genova, sottolineando in tal modo la vocazione marinara della regione.
Altra serie di iniziative è quella che si inserisce in una linea promossa dalla Commissione Europea nell'ottica di una integrazione tra regioni marittime e transfrontaliere dell'area mediterranea. Nel 2006 la Regione ha pubblicato un bando per l’Operazione Quadro regionale MEDITERRAGE, Valorizzazione economica del patrimonio naturale e culturale delle montagne mediterranee, rientrante nel Programma di Iniziativa Comunitaria INTERREG IIIC Zona Sud. Tra i vari sotto-progetti possono candidarsi anche temi di «messa in rete di iniziative per il censimento, la promozione e la valorizzazione del patrimonio territoriale, come per esempio la messa in rete dei musei tematici, con una particolare attenzione alla valorizzazione delle specificità dei territori, come per esempio l’esistenza di minoranze etniche» .

Nel 2006, in concomitanza alla stipula di questi atti di programmazione negoziata, la Regione elaborava finalmente un nuovo testo unico in materia di beni culturali, che aveva l'obiettivo di coordinare la legislazione regionale vigente con i sostanziali mutamenti giuridici avvenuti a livello nazionale, tra cui non solo la riforma del Titolo V del 2001, ma anche il successivo Codice dei beni culturali e del paesaggio nella versione aggiornata del 2006. L’elaborazione del Testo unico in materia di cultura (L.R. 33 del 31 ottobre 2006) aveva l'obiettivo di semplificare e snellire il sistema normativo vigente, abrogando le numerose norme che disciplinavano i diversi settori culturali tra le quali le citate L.R. 21/80 e la L.R. 61/78. Benché la L.R. 33/2006 sia entrata in vigore, il lavoro del legislatore regionale in materia culturale non si è ancora concluso, mancando ancora le disposizioni di dettaglio (regolamento attuativo e programma pluriennale) .
Il testo unico importa in ambito regionale le innovazioni del Codice dei beni culturali e del riformato Titolo V in modo molto diretto, tanto da essere stato accusato in sede di dibattito di essere caratterizzato da poca “fantasia” per l'eccessiva dipendenza dal testo nazionale.
Per una reale attuazione del principio di sussidiarietà si rende la Regione centro di indirizzo e coordinamento delle politiche attraverso lo strumento della programmazione generale triennale e della sua concreta rimodulazione annuale; mentre si assegna alle Province il compito di una ulteriore programmazione annuale . Questa decisione viene criticata dagli oppositori del disegno di legge come atto di eccessiva ingerenza da parte della Regione nella gestione delle autonomie locali. Altri temi di dibattito sono la decisione di istituire una Fondazione regionale per la cultura, che sostituisca la Fondazione Colombiana del 1992 e l'introduzione del concetto di multiculturalismo che, in ragione della sua attualità politica, è il tema su cui si è concentrato tutto il dibattito del Consiglio, lasciando in disparte altri nodi.
Si prevede però che l’accesso ai finanziamenti regionali tanto per le attività quanto per le istituzioni culturali avvenga solo a condizione del rispetto degli standard di qualità: le attività culturali devono essere presentate da istituzioni riconosciute di interesse regionale e dunque iscritte nell’apposito registro regionale ; le biblioteche e i musei possono ottenere i contributi regionali solo se riconosciuti quali “istituti di cultura” .
Viene riconosciuto alla Regione il compito di individuare livelli minimi uniformi di qualità tanto per i musei quanto per le biblioteche , ma resta incerto se si debbano ancora applicare gli standard individuati nel Programma Pluriennale 2001-2003 . Tuttavia, se la Giunta e l’assessore Morchio rivendicano al nuovo Testo unico la capacità di dare appoggio solamente alle iniziative di maggiore qualità e innovazione culturale , la minoranza al contrario denuncia l’incapacità della nuova normativa «di superare la deteriore logica delle contribuzioni cosiddette “a pioggia”» . Ancora, dopo ventisei anni dall'approvazione della legge 21 del 1980, tornano le stesse paure e si denunciano le medesime difficoltà.
Di tutta l’articolazione dell’abrogata L.R. 21/80 e delle disposizioni del Programma pluriennale 2001-2003, il nuovo Testo unico dedica ai musei solo un articolo (art. 25, Organizzazione museale e promozione di sistemi museali regionali). Occorre qui valutare bene il modo in cui sia il concetto di museo sia quello di “sistema museale” vengono utilizzati. Il museo è un “istituto di cultura” e come tale conserva e promuove gli studi, nel rispetto degli standard minimi di qualità; inoltre come “museo” collabora anche con altre realtà culturali per promuovere la conoscenza del patrimonio in funzione “anche” del turismo culturale. Data questa definizione del “museo” si identifica però “l’organizzazione museale regionale” nell'insieme di tutte le realtà culturali del territorio, e quindi non solo musei ma anche siti, monumenti, raccolte . Questa indicazione conferma la linea, sempre sostenuta dalla Regione, di integrazione dei musei con le altre realtà culturali del territorio, fossero esse istituti o luoghi di cultura. Si contempla la possibilità che per ottimizzare “risorse” e “servizi” gli enti titolari dei beni possano costituire “sistemi museali” stipulando accordi in due direzioni: su base territoriale o su base tematica . Dalla legge del 2006 scompaiono i Centri dei sistemi museali (L.R. 21/80, art. 8) individuati dalla legge del 1980 come i nodi di coordinamento dell'attività dei sistemi.
Nel conseguire l'obiettivo della semplificazione, la norma del 2006 ha naturalmente dovuto importare le nuove disposizioni nazionali, abrogando anche le vecchie norme di settore, ma utilizzando un concetto che proprio da quelle vecchie norme era stato inizialmente elaborato e poi progressivamente, per quanto sporadicamente, come nel caso del Sistema museale marittimo, applicato. Tale concetto di “sistema museale” era stato anche ripreso e riformulato, nonché precisato e definito più volte, fino agli atti della Programmazione 2001-2003, dove aveva acquisito uno statuto chiaro e in parziale opposizione al concetto di “museo-territorio”. D'altra parte, sempre l'Atto di programmazione 2001-2003, indicava i requisiti minimi dei musei, dei sistemi museali e dei musei-territorio, proseguendo un lavorio amministrativo che aveva avuto una propria storia in Regione. Dunque, questa riformulazione semplificata della norma del 2006 sembra cancellare tutto il pregresso per impostare la nuova politica su un concetto già noto ed elaborato, ma privato del suo spessore storico-giuridico, e ripreso in una formula “diluita” e importata dall'esterno. Nella norma del 2006, il sistema museale risulta essere un insieme di realtà culturali che si uniscono sulla base di un accordo per ottimizzare le risorse culturali, umane e finanziarie. Questa concezione deriva anche dalla necessità di applicare ad un contesto rinnovato, sia dal punto di vista giuridico sia dal punto di vista tecnologico, un concetto nato in realtà ben ventisei anni prima, quando gli enti locali potevano al limite consorziarsi e non costituirsi in fondazione di gestione, quando non c'erano gli introiti dei servizi aggiuntivi, quando il principio di sussidiarietà era già normalmente applicato ai musei di enti locali, quando la destinazione principale era lo sviluppo della cultura dei cittadini e non la promozione turistica.
Sembra quindi che questa riformulazione pulita, forse troppo semplificata, del concetto di sistema, se privata del suo spessore storico, possa essere fonte di confusione e di sovrapposizione con altri concetti analoghi, quali quello di “patrimonio diffuso”, “rete museale”, “parco culturale” e “museo-territorio”. Se ne può trovare forse un esempio in una delle ultime, pur encomiabili e ricche di contenuti, realizzazioni della Regione, il portale per la cultura (www.culturainliguria.it). Dal portale è possibile accedere anche all’importante progetto di banca dati dell’Inventario Catalogo dei Beni Culturali (ICBC) della Regione, nel quale continuano ad essere riversate e aggiornate le schede da parte dei singoli musei e degli uffici regionali preposti. Oltre agli elenchi di musei, biblioteche, archivi, beni architettonici, siti archeologici, teatri, gallerie d’arte, ecc., il portale presenta una sezione dedicata al cosiddetto “patrimonio diffuso” che a sua volta presenta una suddivisione tra “parchi culturali” e “sistemi museali”. Questa articolazione della sezione del patrimonio diffuso non è del tutto coerente con il testo della pagina di presentazione della medesima sezione: qui vengono date due diverse descrizioni del concetto di “sistema museale” e di “museo territorio”, ma tali definizioni sono molto facilmente sovrapponibili e prive di quella chiarezza e perspicuità che caratterizzava la spiegazione del richiamato Programma Pluriennale 2001-2003 .
Tanto è vero che nella sezione dedicata ai “sistemi museali” dello stesso sito si trovano ben quattordici “musei del territorio” , quattro ecomusei, due musei storici a tappe e un solo sistema museale così definito, quello della “Zona Archeologica di Luni e Museo Archeologico Nazionale”. Questo raggruppamento non è dunque comprensibile alla luce del percorso storico che si è delineato e sarebbe utile chiarire la distinzione storica oppure definire chiaramente la nuova definizione adottata e ad essa conformare iniziative reali e espressioni ufficiali.
Esistono poi alcune realtà che meriterebbero di essere incluse nell'elenco: la prima è il Museo Territorio delle Valli Stura e Orba nato in base ad un Accordo di Programma Quadro del 2003; la seconda è il sistema museale spezzino, che con un biglietto integrato permette l’ingresso a tre musei civici; la terza è il sistema museale integrato dell’Istituto storico della Resistenza e dell’età contemporanea di Imperia che unisce cinque sedi museali. Oltre a questi due sistemi, in base alle indagini svolte dall’Ufficio statistiche del MiBAC del 2006 , si rileva la presenza di altre realtà sistemiche denominate “circuiti museali”, ovvero raggruppamenti di musei statali caratterizzati da bigliettazione unica. Tali circuiti sono a Genova il Circuito Museale “Galleria Nazionale di Palazzo Spinola - Galleria di Palazzo Reale” e i musei civici genovesi uniti dalla Museum Card. Inoltre in base alle indagini della Corte dei conti del 2005 , si devono menzionare anche il Polo museale di Sanremo (Museo civico “Palazzo Borea d’Olmo” di Sanremo, Pinacoteca e Biblioteca “Rambaldi” di Coldirodi) finanziato da Comune, Regione ed entrate comunitarie e che conta 10.000 visitatori annui.
Oltre a queste anche la rete Museale della Provincia di Savona , promossa dalla Provincia e poi sostenuta da Regione ed enti locali, unisce circa trenta realtà museali di diversa natura, pubbliche e private, distinte per collocazione topografica e per tipologia. Il progetto della rete dei musei provinciali è stato incluso dalla Provincia di Savona nel suo programma pluriennale di sviluppo 2002-2006, approvato dal Consiglio regionale in data 9 aprile 2002 .
In questa sede però non possiamo soffermarci nell'analisi di questi casi, in quanto il nostro obiettivo attuale è ripercorrere in senso diacronico e critico la politica della Regione Liguria in materia di sistemi museali, senza poter scendere nel dettaglio delle singole realizzazioni. Tanto più che molte di esse sono il frutto dell'attività di valorizzazione e promozione culturale concessa alle Province a partire dal 1990. Ad esempio molte organizzazioni sono state promosse da Comunità montane e si sono sviluppate in zone montuose o collinari, legandosi ad aspetti della cultura materiale quali il Museo del Territorio della Valle Arroscia (Imperia) , l’Ecomuseo dell’Alta Val Petronio, l’Ecomuseo dell'ardesia in Val Fontanabuona e della Val d’Aveto, il Museo del Territorio dell’Alta Valle Scrivia e il Sistema museale archeologico di Luni .

In conclusione si può affermare che la Regione Liguria ha operato in maniera discontinua sul tema dei sistemi museali: la norma del 1980 contemplava questa possibilità organizzativa dei musei e riconosceva ampie deleghe ai Comuni. Nonostante queste possibilità sembra però che non ci siano state concrete iniziative per la messa in atto di tali soluzioni aggregative.
L'interesse per questo tema si riaccende di nuovo dalla metà degli anni Novanta: da una parte si assiste al rilancio dell'espressione “sistema museale” tramite la formazione della Commissione Covatta e l'approvazione della legge regionale dell'Umbria (L.R. 35/1990); dall'altra vengono messi a disposizione degli enti locali nuovi strumenti di organizzazione, quali le forme di gestione introdotte dalla legge 142/1990, la concessione dei servizi aggiuntivi, gli accordi per la valorizzazione, i finanziamenti straordinari derivanti dalla programmazione concordata.
Il Programma Pluriennale 2001-2003 definisce con chiarezza le due soluzioni aggregative immaginate dalla Regione Liguria: il ‘museo-territorio’ e il ‘sistema museale’. Negli anni successivi, però, sembra che il contenuto chiaro e prescrittivo di queste definizioni teoriche debba almeno in parte essere modificato e adattato alle realizzazioni concrete. Anche il Testo Unico del 2006 e il sito ufficiale del patrimonio museale regionale sembrano rimodulare le indicazioni del Programma Pluriennale 2001-2003 per approdare ad una definizione del ‘sistema museale’ più elastica e omogenea alle altre realtà regionali. Nel frattempo però sono state tentate varie esperienze: non solo sistemi museali civici e provinciali, ma anche musei-territorio, assimilabili al concetto di ecomuseo, e sistemi archeologici.

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- Obiettivo 2 seconda fase. La nuova programmazione e i bandi per le imprese, Regione Liguria, (disponibile on line).


- Corte dei conti. Sezione delle autonomie. Relazione sul controllo. Musei degli enti locali(delib. n. 8/AUT/2005), Roma 2005, p. 217.

Dossier a cura di DENISE LA MONICA, TIZIANA MAGGIO

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