Dossier Regione Marche

Prima del "sistema museale" nella legislazione regionale

Introduzione

Con questo dossier si intende ripercorrere la politica attuata dalla Regione Marche per l’ideazione, la creazione e la promozione dei sistemi museali: con questa espressione si intende indicare l’organizzazione in rete dei molti musei di enti locali, pubblici e privati, diffusi con una certa uniformità in tutte le province .
Sebbene esista una precisa norma regionale che, fin dal 1998, favorisce la costituzione di un ‘sistema museale regionale’ proponendo l’«integrazione funzionale» dei musei in sistema e nonostante sia stata registrata la presenza in tutto il territorio regionale di un elevato numero di reti e sistemi subregionali , non sono attualmente disponibili studi monografici dedicati specificatamente ai sistemi museali delle Marche.
Nella pressoché totale mancanza di analisi approfondite e puntuali sul sistema museale della Regione – ad eccezione dei brevi quanto utili contributi di Marta Paraventi del 2004, degli studi di fattibilità che Massimo Montella ha pubblicato nel 2003 e di due recenti relazioni della Corte dei Conti – per la redazione di questo testo è risultato fondamentale esaminare le leggi regionali, i documenti programmatici, gli atti amministrativi e altro materiale prodotto e pubblicato dalla Regione in materia di tutela e valorizzazione dei beni culturali. In tal modo si è voluto tracciare una storia, seppur a sommi capi, delle iniziative regionali volte alla costituzione e alla promozione del sistema museale, senza tralasciare i provvedimenti di spesa, di portata più generale, attuati per finanziare interventi sul patrimonio culturale.
La lettura degli atti ufficiali prodotti dalla Regione ha dato la possibilità di evidenziare una linea della politica pubblica regionale in materia di sistemi museali.


1. Prima del "sistema museale" nella legislazione regionale
La Regione Marche ha legiferato in materia di beni culturali a partire dalla fine del 1974, emanando la legge n. 53 del 30 dicembre, dal titolo Tutela e valorizzazione dei Beni Culturali. Ideata all’inizio del 1973, tale norma indica le finalità, le modalità e gli strumenti tramite i quali la Regione «concorre a tutelare» il patrimonio culturale «per assicurarne il godimento ai cittadini» (art. 1). Individua, inoltre, nella definizione dei beni di interesse locale, il presupposto per cui la Regione deve essere direttamente preposta all’erogazione di contributi pubblici in ottemperanza alle indicazioni del decreto del Presidente della Repubblica 14 gennaio 1972, n. 3 . Il lungo elenco che precisa quali siano i beni meritevoli di tutela regionale, amplia «in senso molto estensivo» l’accezione delle nuove competenze regionali, fra le quali vengono considerati anche i cosiddetti «beni culturali d’insieme», «intere zone archeologiche», «chiese, abbazie, santuari, palazzi, castelli, ville, con tutti i loro arredi, che presentino interesse sia di per sé, sia anche considerati in rapporto all’immobile di cui sono pertinenza» .
La l.r. 53/1974 non è soltanto la prima legge regionale di tutela dei beni culturali, ma è anche il primo iniziale tentativo da parte della Regione di impostare una programmazione degli interventi e dei finanziamenti rivolti sia a soggetti pubblici sia a soggetti privati in virtù del loro interesse pubblico. Il titolo terzo della legge stabilisce che possono essere dichiarati di interesse pubblico locale tutti quei «beni di enti locali, pubblici ed ecclesiastici, delle istituzioni e associazioni culturali e dei privati esistenti nell’ambito della Regione […] quando siano valida testimonianza del patrimonio spirituale della Comunità marchigiana» (art. 11).
Il primo strumento che la Regione predispone per la tutela dei beni culturali è quello della conoscenza, tramite la «documentazione sistematica e scientifica delle attività di ricognizione e di raccolta». Per agevolare la ricerca la Regione può servirsi della collaborazione con università, organi dello stato, enti e associazioni (art. 9).
Al fine di garantire la conservazione, la conoscenza e la valorizzazione dei beni culturali e naturali, vengono istituiti, il ‘Centro Regionale per i beni culturali’ e la ‘Consulta Regionale per i beni culturali’, quali strumenti del neonato decentramento regionale. La ‘Consulta’, «sede di orientamento e di dibattito» è l’istituto che deve dare pareri sulle questioni relative ai beni culturali e naturali . Il ‘Centro Regionale per i Beni culturali’ viene delineato invece come lo strumento operativo dell’assessorato alla Cultura ed ha il compito di svolgere attività di catalogazione, ricerca e consulenza. Secondo quanto stabilito dalla legge n. 6 del 1983, che successivamente ne disciplina il funzionamento, il ‘Centro’ è costituito da tre uffici - l’ufficio biblioteche e archivi, l’ufficio musei, pinacoteche, gallerie, beni architettonici e beni d'arte contemporanea, e l’ufficio beni cine-audiovisivi, documentazione, mostre e convegni . Tali uffici assumono in gran parte quelle funzioni che per tre anni erano state di competenza degli analoghi uffici all’interno della giunta regionale. qualche anno prima, tuttavia, nel disegno più ampio dell’organizzazione amministrativa avviato dalla Regione nel 1980 erano stati istituiti, fra i servizi funzionali della Giunta, quelli relativi ai beni e alle attività culturali, che, a loro volta, erano stati suddivisi in tre sezioni. La l. r. 50/1980 ne stabilisce, in modo assai preciso, le competenze . A partire dal 1983, in seguito all’approvazione della legge regionale n. 13, il ‘Centro Regionale per i beni culturali’ assume nuovi incarichi, e diventa un ente autonomo, strumentale, che affianca l’organo esecutivo della Regione . Ben presto però il ruolo del Centro si orienta prevalentemente sullo studio e sulla ricerca, sull’attività di rilevamento dati, piuttosto che sull’elaborazione di progetti al servizio della programmazione regionale.
L’intricata vicenda del ‘Centro Regionale’ , vero motore per la realizzazione degli obiettivi contemplati nella legge 53, dimostra come la mancanza di organismi amministrativi e consultivi di tale portata abbia in parte causato un grande ritardo nella concreta applicazione della legge stessa, soprattutto per quanto riguarda i finanziamenti. Oltre a questo motivo, inoltre, viene individuata anche una seconda ragione: uno dei difetti maggiori della legge consiste nel fatto di essere una norma studiata «a tavolino», nata senza un confronto con gli Enti Locali . Il lavoro svolto da «illuminati consiglieri» ha creato sostanzialmente una «riproduzione ridotta» della coeva e analoga iniziativa realizzata dall’Emilia Romagna con la fondazione dell’IBC, seguita ben presto anche da altre Regioni.
Divenuta operativa soltanto nel 1976, in quasi vent’anni la l.r. 53/1974 ha reso comunque possibile il finanziamento di 2510 progetti, per una spesa totale di 29 miliardi di lire. Di questi 9500 milioni vennero destinati ai musei e alle pinacoteche per la realizzazione di quasi 600 interventi .
A tal proposito è da segnalare come tutti gli anni Settanta siano stati caratterizzati da un diffuso disinteresse verso le problematiche della conservazione e della valorizzazione dei beni culturali, sia da parte della Regione sia da parte degli Enti Locali. Tale situazione, denunciata tra l’altro dai partecipanti al convegno organizzato dall’Istituto marchigiano Accademia di Scienze Lettere ed Arti nel 1974 , ha motivato il titolo di “tutela difficile” al Rapporto sui beni culturali delle Marche redatto nel 1977 da Mangani e Paci .
Nell’arco di due decenni – fino cioè agli anni Novanta - sono pressoché assenti dal panorama legislativo regionale leggi direttamente rivolte all’organizzazione dei musei. Per tutti gli anni Ottanta, infatti, la maggior parte dei provvedimenti regionali nel settore dei beni culturali riguarda esclusivamente la promozione delle attività culturali e i finanziamenti destinati alle celebrazioni di ricorrenze particolarmente significative per la storia delle Marche . Accade quello che bene sintetizza Daniele Jalla nel suo testo all’interno dell’ampio Rapporto sull’economia della cultura in Italia 1990-2000: nel corso egli anni Ottanta le Marche, come gran parte delle altre regioni italiane, arresta la produzione normativa rivolta alla definizione di un proprio ruolo di «programmazione e di indirizzo» per dedicarsi ad attuare azioni che prevedono il finanziamento diretto degli interventi, scegliendo quindi una politica «assai più remunerativa sul piano dell’immagine e della visibilità» .
Fra il 1985 e il 1988 i finanziamenti regionali riservati ai beni culturali risultano tuttavia «complessivamente modesti» .
In anticipo sulla più tarda organizzazione in rete dei musei, nel 1987 con l’emanazione di una legge specifica sulle biblioteche , che prevede la creazione di una «organizzazione bibliotecaria regionale articolata sul territorio» (art. 1, comma 1, lettera a), la Regione prefigura un sistema integrato e coordinato di strutture e di servizi bibliotecari e archivistici per favorirne la «valorizzazione e l’integrazione» (art. 12). Questo è reso possibile dall’azione congiunta della Regione e degli enti locali, singoli o associati, che hanno la facoltà di contrarre convenzioni tra loro o con soggetti privati (art. 12).
Nel giugno del 1988, tramite gli stanziamenti per le Iniziative rivolte alla conoscenza ed alla valorizzazione del patrimonio storico-culturale che testimonia l'insediamento dei Piceni nelle Marche , la Regione dimostra una ripresa di interesse verso la definizione di ‘itinerari culturali’, a carattere tematico, che qualche anno dopo avrebbero costituito la premessa per l’elaborazione di alcune reti e sistemi museali. Lo studio e la ricerca sulla civiltà picena favorita dalla legge regionale n. 20 del 7 giugno 1988 sono da considerare infatti come precoci antecedenti dei successivi progetti pilota che sarebbero stati attuati grazie alle disposizioni contenute nel Primo Piano regionale per i beni e le attività culturali relativo al triennio 2000-2002, nell’ambito del sottoprogramma relativo al «sistema museale» . Tuttavia è bene anticipare che sono poche le reti formatesi nel territorio marchigiano in seguito all’emanazione della l. r. 6/1998, cardine del progetto regionale sui “sistemi museali”, che hanno marcatamente un carattere “tematico”.
In seguito, la l. r. 51/1990, che ha promosso più di «cento grandi iniziative realizzate nell’arco di sei anni» e la l.r. 7/1993 , a sostegno delle associazioni, istituzioni e fondazioni di importanza regionale, confermano un certo incremento degli interventi regionali a favore delle attività culturali a partire dagli anni Novanta. Alcuni progetti finanziati dalla l.r. 51/1990, in particolare, hanno delineato la possibilità di creare veri e propri percorsi storico-artistici ispirati ad uno stesso tema attraverso il territorio delle Marche (Crivelli e i crivelleschi ad esempio, o il Seicento marchigiano). Qualche anno più tardi, tali itinerari vennero valutati positivamente dall’amministrazione regionale. All’interno del primo Piano regionale per i beni e le attività culturali relativo al 1999-2001, essi vengono infatti considerati come «la tipologia più rappresentativa» degli interventi che la Regione avrebbe dovuto programmare e sostenere economicamente . Essi infatti rientrano fra quei progetti di ‘estensione’ e rilevanza regionale l’attuazione dei quali spetta, come stabilito dalla l.r.75/1997, direttamente alla Regione.
Nel settembre del 1992, l’approvazione della legge regionale n. 45, che predispone il finanziamento dei programmi annuali di catalogazione dei beni culturali, pone le basi per una sperimentale gestione a livello di sistema di progetti per la ricognizione e la schedatura del patrimonio artistico, storico e naturale mobile e immobile . L’art. 1 della legge, infatti, prevede che il programma annuale di catalogazione dei beni culturali adottato dalla Giunta venga attuato dal ‘Centro regionale’ per i beni culturali «anche in collaborazione con gli organi dello Stato e gli enti locali» (comma 5) o in accordo con le Università, enti, associazioni e privati (comma 6). Ma è in particolare l’art. 2 che concede la possibilità alle Province di istituire i propri centri di catalogazione dei beni culturali, parzialmente finanziati dalla Regione, «collegati in rete con il centro regionale per i beni culturali» (comma 4).
A partire dagli anni Novanta, contestualmente all’avvio del finanziamento per la catalogazione dei beni culturali , la Regione intraprende un intenso programma di investimento sul patrimonio storico, archeologico e artistico. Alcuni degli interventi, direttamente volti al restauro e alla conservazione di siti archeologici o edifici storici, sono i primi sperimentali episodi per i successivi sviluppi dei progetti di gestione in rete. È il caso, ad esempio, dell’azione di «recupero e la valorizzazione a scopi museali» della miniera di Perticara , che costituisce il primo passo verso la creazione del Parco museo minerario delle miniere di zolfo delle Marche, istituito nell’aprile del 2005 e gestito da un consorzio composto dal Ministero dell'Ambiente, dalla Regione Marche e dagli enti locali interessati .
Nonostante questi isolati progetti facciano da premessa alla organizzazione della cultura in sistemi, in ambito legislativo l’espressione «sistema museale» compare per la prima volta soltanto nel 1992. La legge regionale n. 43 del 4 settembre, dal titolo Promozione dell'immagine Marche e qualificazione dell'attività turistico-culturale, introduce il concetto «sistema museale» menzionandolo nell’ambito dell’offerta turistica culturale – assieme a quella alimentare e gastronomica – delle Marche (art. 1, comma 1) . Con l’emanazione di tale norma, la Regione si impegna a valorizzare il «sistema museale» (al pari del patrimonio storico, artistico e archeologico, dei beni ambientali e del paesaggio) interpretandolo come strumento di promozione dell’immagine delle Marche. La l. r. 43/1992 interviene sul duplice versante della valorizzazione culturale e della promozione turistica attraverso itinerari turistico-culturali, manifestazioni a carattere locale e nazionale, ricerche e progetti per la conoscenza e la divulgazione dei vari aspetti della Regione. La Regione Marche definisce inoltre a tal scopo programmi pluriennali e stanzia, per il triennio 1992-1994, la significativa cifra di 11.825 milioni di lire da destinare prevalentemente all’organizzazione di itinerari turistici .
L’elencazione del sistema museale a latere delle varie realtà che compongono il sistema culturale – beni archeologici, storico-artistici, etc.- dimostra come i musei vengano percepiti come qualcosa di ‘altro’, di ‘separato’ dalla totalità del patrimonio diffuso. Questa distinzione tra musei da un lato e aree archeologiche da un altro avrebbe più tardi caratterizzato le politiche regionali marchigiane relative all’organizzazione “sistemica” della cultura. Nell’ottica del legislatore, infatti, tale separazione permane anche nell’elaborazione delle successive norme che istituiscono i sistemi a livello regionale: il sistema archeologico è determinato infatti da una legge emanata nel 1994, ben diversa da quella che, nel 1998, fonda e disciplina il sistema museale . È proprio con la legge regionale n. 16 del 28 aprile 1994, infatti, che la Regione intende istituire un sistema archeologico regionale, costituito, come si spiega nell’art. 2, da parchi e aree archeologiche al fine di poter attivare e organizzare un programma pluriennale di interventi per la sua promozione e valorizzazione.
Fondamentale premessa all’elaborazione della legge n. 16/1994, è quanto era stato stabilito nel Piano Paesistico Ambientale Regionale (PPAR) , richiamato esplicitamente all’art. 1 . Approvato nel novembre del 1989, il PPAR definisce, tra l’altro, l’importanza dei parchi storici-culturali, presentati come aree che devono essere organizzate in modo unitario, all’interno delle quali, per la presenza di rilevanti beni storici, culturali, archeologici, naturalistici, è necessario che vengano istituite apposite zone attrezzate per lo studio e la fruizione ambientale con particolare attenzione allo sviluppo di quelle attività tradizionali che possono «sostenere la crescita economico-sociale delle comunità residenti e che siano concorrenti agli obiettivi di conservazione e valorizzazione ambientale» (art. 55).
In anticipo sulle successive precisazioni di aree appartenenti al sistema archeologico regionale, il PPAR inserisce fra le località di interesse archeologico tre parchi - Castelleone di Suasa, Cupramarittima e Falerone - che, successivamente, saranno annoverati nel sistema archeologico definito nei dettagli nel Piano regionale di intervento sul sistema archeologico marchigiano: criteri e modalità del 1998 .
La legge del 1994 istituisce, tra l’altro, un ‘Comitato tecnico di programmazione’, composto dalla Regione e dalla Soprintendenza Archeologica delle Marche, da rappresentanti delle amministrazioni provinciali e dei Comuni e da esponenti delle Università marchigiane . Il suo compito è quello di stabilire le metodologie e le priorità degli interventi (acquisizione di aree, recinzioni, restauri, contributi a musei, ulteriori scavi, creazione di punti di accoglienza) che la Regione intende finanziare (art. 4, comma 3 in particolare). In particolare le tipologie di intervento riguardano: acquisizione delle aree, di beni immobili e mobili, la gestione, la sistemazione delle aree stesse per consentire la fruibilità come musei all'aperto, ed infine lo scavo effettuato in una ottica di valorizzazione dei reperti già conosciuti.
Secondo quanto stabilito nell’art. 3 della legge, la Giunta Regionale per realizzare tali interventi definisce e approva un Piano quinquennale, di intesa con il Ministero dei beni culturali e ambientali e con la partecipazione dei Comuni e delle Province. Nonostante la sua importanza all’interno della legge n. 16 del 1994, il Piano regionale di intervento sul sistema archeologico marchigiano è stato approvato soltanto quattro anni dopo l’emanazione della legge, nel giugno del 1998 . Il Piano regionale ha precisato meglio l’oggetto degli interventi della Regione per il patrimonio archeologico, identificando i parchi e le aree archeologiche considerate nel ‘sistema’ e precisandone anche l’estensione (perimetrazione).
Il piano infatti contiene, tra l’altro, una definizione del sistema archeologico, composto da sette parchi (Fossombrone, Sassoferrato, Castelleone di Suasa, Urbisaglia, San Severino Marche, Falerone, Cupramarittima), 24 aree archeologiche e i due antichi percorsi viari della Flaminia e della Salaria . Gli importanti finanziamenti previsti nel piano hanno reso possibile, nel quinquennio 1998-2002, l’adeguamento delle strutture, la realizzazione degli allestimenti museali, degli scavi archeologici e dei restauri, per una spesa totale di € 2.138.131,56 . Però dal 2002 in poi, il mancato rifinanziamento della legge ha in gran parte bloccato ogni altro tipo di intervento a favore del sistema archeologico regionale. Solo grazie ai fondi europei del programma Docup «obiettivo 2» (2000-2006) sono stati successivamente avviati altri 22 progetti relativi alla valorizzazione di parchi e musei archeologici e alla sistemazione e miglioramento di musei scientifici e naturalistici, a beneficio di comuni in forma singola o associata.
Per ovviare la limitatezza e la discontinuità dei fondi messi a disposizione per i beni archeologici, la Regione ha infatti provveduto a inserire all’interno del programma comunitario Docup relativo al patrimonio culturale, un’azione di interventi specificatamente rivolta ai parchi e alle aree archeologiche. A partire dai primi anni 2000, infatti, la Regione si è impegnata a indirizzare considerevoli somme provenienti dalla Comunità Europea a sostegno di programmi di recupero e di valorizzazione dei beni culturali. Tale propensione della Regione Marche ad utilizzare fondi speciali, strutturali in particolare, costituisce una delle caratteristiche e uno degli assi portanti delle politiche regionali per i sistemi museali: gran parte dei progetti di messa in rete di musei infatti sono stati avviati e attuati grazie ai finanziamenti europei che l’amministrazione regionale ha scelto di dedicare ai musei e alla loro gestione congiunta.
Tornando alla legge n 16, è interessante notare come all’art. 6 venga affrontato, seppur in modo alquanto sommario, il problema della gestione dei beni archeologici, dei parchi e delle aree archeologiche: essa compete a un solo comune, laddove il bene archeologico si trovi nel territorio di sua competenza; diversamente, laddove le aree o i parchi archeologici dipendano da più di una amministrazione locale, si prevede che la gestione spetti a forme associative fra diversi comuni, tramite le comunità montane, convenzioni o consorzi .
Come emerge dai dati resi noti successivamente dalla Regione, la creazione del «sistema archeologico regionale» ha costituito un primo importante esempio di collaborazione tra Regione ed Enti locali, grazie soprattutto all’attività dei vari membri del Comitato tecnico di programmazione. Di tale avviso è anche il soprintendente per i beni archeologici delle Marche, Giuliano De Marinis, che considera la legge «la prima nel suo genere in Italia che abbia visto una sinergia reale e istituzionale tra lo Stato e gli Enti Locali nella tutela e valorizzazione del patrimonio archeologico» . L’elaborazione del Piano attuativo della legge ha inoltre evidenziato la necessità di «un’azione di promozione e programmazione per la costruzione di sistemi di offerta, così come di reti di gestione e promozione» . La legge regionale 16/1994 e il relativo Piano di attuazione infatti si sono limitati soltanto a stabilire che cosa sia il sistema archeologico, in vista di un’azione di finanziamento, senza ipotizzare e proporre un progetto di messa in rete di tale consistente patrimonio. Il problema della gestione unica è rimasto tuttavia per molti aspetti irrisolto, senza che si sia mai realizzato un effettivo impegno a «supportare, sperimentare, organizzare e anche governare» le diverse tipologie di una gestione integrata da parte delle istituzioni coinvolte a vario titolo nella tutela, nella valorizzazione e nella gestione dei parchi e delle aree archeologiche della Regione . Anche i nuovi finanziamenti provenienti dal Fondo Europeo di Sviluppo Regionale e dal programma Docup «obiettivo 2», che hanno attivato altri interventi di tipo strutturale e promozionale, hanno lasciato ancora aperta la questione di «una efficiente gestione futura dei beni» . La necessità di una maggiore attenzione a futuri aspetti gestionali è emersa infatti anche nell’Accordo di Programma Quadro siglato fra il Ministero per i beni e le attività culturali e dalla Regione Marche nel luglio del 2004, nonché nelle più recenti linee guida per i beni culturali impostate dalla Regione stessa.
Sebbene attuato soltanto in parte, il sistema archeologico regionale deve comunque essere considerato, in questa sua iniziale versione, un importante antecedente per altri progetti pilota sostenuti dalla Regione per tutela e valorizzazione del patrimonio archeologico delle Marche . Fra le molte iniziative legate al sistema dei parchi archeologici è possibile citare, ad esempio, il progetto Dai Galli ai Bizantini – Valorizzazione di un sistema di parchi archeologici in un territorio attraversato dalla Flaminia - relativo alle aree archeologiche di Suasa, Sentinum, Forum Sempronii, avviato dal comune di Fossombrone nel 2004 e reso possibile in seguito all’emanazione da parte della Regione Marche, del Decreto n. 300 del 26.7.2002 . Oltre a questo si può menzionare anche il progetto Archeosites, promosso dalla Regione nell’ambito del programma comunitario Interreg III B in area Cadses (Adriatico fascia danubiana, Centro e Sud Europa).
Tuttavia, per il fatto di non aver avuto realizzazioni pratiche o tentativi sperimentali di messa in rete di servizi o di attività comuni fra realtà diverse e lontane, il sistema archelogico regionale non può essere ritenuto un primo esempio di messa a sistema di parte del patrimonio culturale della regione, un antefatto, nè tanto meno una premessa, del successivo progetto regionale del «sistema del museo diffuso».
Nata dall’esigenza di tutelare le emergenze archeologiche nell’ambito delle politiche di pianificazione territoriale, la legge n. 16 del 1994 ha avuto, principalmente, il merito di aver individuato e perimetrato gran parte delle aree archeologiche presenti nel territorio regionale che gli Enti locali devono proteggere con appositi vincoli .


Gli studi di fattibilità degli anni Novanta

La lunga, quasi ventennale, assenza dal panorama legislativo di provvedimenti specificatamente diretti ai musei non può essere interpretata come un totale disinteresse delle politiche regionali nei confronti del sistema museale.
Fin dai primi anni Novanta, infatti, la Regione, su iniziativa dell’allora Assessore regionale alla Cultura Gino Troli, comincia a progettare per i musei l’organizzazione in rete su ampia scala territoriale: istituisce un gruppo di lavoro per l’elaborazione di un’apposita normativa e, nel 1995, affida all’Associazione per l’Economia della Cultura di Roma, CLES - Lavoro, Sviluppo, Cultura, Europa, Ambiente - uno studio di fattibilità per valutare il modello organizzativo più idoneo da applicare al costituendo sistema museale regionale.
Lo studio effettuato dal CLES evidenzia innanzi tutto l’elevato numero, superiore rispetto alla media nazionale, di piccoli musei – prevalentemente civici – sparsi su tutto il territorio regionale. Al contempo, attraverso tale indagine si arriva alla conclusione della necessità che la Regione, in virtù della sua «potestà legislativa», si impegnasse ad «offrire soluzioni di natura societaria» per risolvere i numerosi e delicati problemi della gestione di questi musei . Secondo quanto emerge dalla ricerca, infatti, le maggiori carenze delle istituzioni museali marchigiane riguardano le condizioni di fruibilità e, insieme, le risorse umane impiegate, queste ultime decisamente inferiori, quantitativamente e qualitativamente, alla media nazionale.
L’analisi delle caratteristiche dimensionali delle strutture museali marchigiane, congiuntamente alla chiarificazione dei loro modelli organizzativi, conduceva ad una classificazione dei musei in tre gruppi in base alla loro attrattiva turistica: il primo gruppo è costituito da quelli che sono ritenuti i «punti significativi di attrazione di turismo sia stanziale che, soprattutto, escursionista» ; il secondo raggruppamento è costituito dai musei che possono essere individuati quale «possibile riferimento per le politiche di riorganizzazione» dell’intero sistema museale, e che sono «oggetto in larga misura di una domanda e di un interesse specifici» ; infine, esistono numerosi musei e collezioni in grado di assicurare soltanto «limitate condizioni di fruibilità» e che pertanto ben rappresentano «la generale sofferenza del sistema museale delle Marche» . A questi tre gruppi, inoltre, viene affiancato un elenco comprendente tutti quei musei che, in base alle caratteristiche museologiche e museografiche e alla storia delle loro collezioni, possono divenire i «poli di interesse» nell’ambito dei costituendi sistemi museali . Fra i musei considerati «più rilevanti» vengono indicati quelli che conservano opere ritenute «fondamentali per lo studio dell’arte più propriamente marchigiana» ; e altri musei «d’interesse perché di istituzione storica oppure per donazione o lascito di interesse artistico» .
Elenchi di tal genere che suonano molto come classifiche di merito fra musei prevalentemente civici, tralasciano l’aspetto tipico del patrimonio museale italiano: ogni museo, come ogni singolo monumento fa parte di un tutto inscindibile, profondamente radicato nel territorio in cui si trova. Ma soprattutto tali valutazioni inoltre non trovano rispondenza nelle premesse che gli ideatori del progetto sul «Sistema del museo diffuso» delle Marche avevano posto a fondamento di un’organizzazione in rete del patrimonio regionale su ampia scala. Lo scopo del progetto ideato dall’assessore Troli e avviato – come vedremo - con l’elaborazione della l. r. 6/1998 era infatti quello di dare la possibilità ai musei di «diventare dei centri di servizi per il territorio» , cercando di esaltare non tanto la loro grandezza o la loro attrattiva turistica, bensì la loro collocazione geografica in rapporto ai centri abitati e all’ambiente circostante.
Una delle parti più interessanti dello studio di fattibilità realizzato dal CLES riguarda «l’indagine di campo», condotta presso gli assessorati provinciali alla cultura. Leggendo attentamente il lavoro svolto, infatti, è possibile misurare il grado di interesse e la partecipazione all’ideazione e all’organizzazione sistemica dei musei da parte degli esponenti della politica locale.
Dopo questa parte di analisi, lo studio propone una strategia di gestione: in primo luogo analizza le formule giuridiche per la gestione dei sistemi museali contemplate nella normativa nazionale allora in vigore. In particolare la legge sull’ordinamento delle Autonomie Locali, n. 142/1990, abrogata dal Testo Unico degli Enti Locali del 2000 che presentava varie possibilità di gestione tra cui quella della ‘convenzione’. Questa modalità era giudicata da CLES la più adatta anche per il caso marchigiano . La ‘convenzione’ tra soggetti pubblici e privati proprietari di musei, di diversa natura giuridica ma appartenenti ad un medesimo territorio, veniva infatti vista come uno strumento capace di favorire un miglior utilizzo delle risorse economiche e dei servizi offerti dai musei. Così come contemplata all’art. 24 della legge 142 del 1990, la convenzione garantisce inoltre una «semplificazione amministrativa», dal momento che stabilisce «reciproci impegni e responsabilità, individuando ambiti e modalità di organizzazione comune delle attività di competenza dei singoli soggetti» , senza tuttavia creare un nuovo soggetto di diritto, che coordini dall’alto, a livello centralizzato, i servizi messi in rete. Ogni partecipante mantiene quindi i propri compiti, perseguendo gli obiettivi comuni contenuti nell’accordo che istituisce il sistema museale. Insieme all’accordo di programma previsto dall’art. 27 della legge 142 del 1990, la convenzione è, fra le forme di cooperazione verticale fra enti territoriali di diverso livello, l’istituto più diffuso su tutto il territorio nazionale.
A conclusione del rapporto viene presentato un modello «ideal-tipico» di gestione dei sistemi museali, in cui si spiega anzi tutto l’opportunità di istituire i sistemi a livello provinciale . Le Province, quali enti intermedi, rivestono un ruolo primario nel settore dei beni culturali: da un lato partecipano alle politiche di programmazione attuate dalla Regione, dall’altro coordinano e indirizzano le attività dei Comuni. Alle Province spetterebbe quindi anche il compito di coordinare le «funzioni relative al controllo e alla gestione delle reti dei musei locali» . Si sottolinea infine il significato di operare secondo un criterio di suddivisione territoriale, dal momento che è ineluttabile «l’esistenza storica, sul territorio, di aree omogenee e/o complementari dal punto di vista culturale» . Non sono escluse tuttavia aggregazioni di dimensioni più ridotte o realizzate «a livello comprensioriale» ed è auspicata a tal proposito la distribuzione di «competenze e responsabilità» a tutti i livelli amministrativi, con una «effettiva divisione dei compiti»per quanto riguarda l’organizzazione e la gestione delle funzioni museali .
Il modello ipotizzato dal CLES prevede anche «un’autorità di coordinamento», un «comitato di programmazione» o un «comitato tecnico-scientifico» che organizzi l’attività del sistema e decida in che modo partecipare, tramite le Province, alla programmazione regionale. All’interno del sistema museale può essere identificato, come nell’esperienza efficacemente attuata dalla provincia di Siena, un Comune o un Museo definito pivot o «capofila» , che possa mettere a disposizione degli altri partecipanti «dotazioni e capacità di intervento e di gestione delle attività» .
In questo quadro, la gestione dei musei in forma di sistema avrebbe potuto garantire: «la minimizzazione dei costi di produzione e gestione delle funzioni assegnate ai singoli musei e al sistema nel suo insieme (efficienza); l’aumento dell’interesse della collettività per le iniziative museali e della fruizione specifica dei musei (efficacia); l’innalzamento della qualità delle prestazioni degli istituti museali, in particolar modo in rapporto alle funzioni inerenti il patrimonio conservato» . Per concretizzare tali obiettivi, la Regione avrebbe dovuto quindi favorire la costituzione di sistemi museali provinciali o subprovinciali, privilegiando la forma di gestione della convenzione fra soggetti pubblici e privati proprietari di musei.
Quello che viene proposto dal CLES nel 1996, in definitiva, è «un sistema soft e basato sulla adesione volontaria nel suo processo di formazione, ma dotato di un articolato quadro di comando, tale da consentirgli di agire appunto come sistema e non come semplice sommatoria di organismi diversi e autonomi» .
I successivi sviluppi delle politiche sui musei hanno dimostrato come la Regione abbia in parte recepito le ipotesi formulate da CLES, sia a livello normativo sia a livello attuativo. Le prime e più attive aggregazioni di musei, riconosciute dalla Regione, sono nate infatti a livello provinciale, ad Ancona e a Macerata. Tuttavia il sistema museale anconetano e quello maceratese hanno scelto di gestirsi creando un nuovo soggetto giuridico, quello dell’associazione, mentre la gran parte delle reti di più piccole dimensioni è legata da accordi di programma.
Va comunque sottolineato il fatto che le indicazioni proposte dal CLES sono rimaste per lo più inascoltate, laddove, in particolare, venivano individuati gruppi di musei che per la loro attrattiva turistica di vario genere e natura avrebbero potuto diventare i centri propulsori di una organizzazione in rete. Anche in seguito allo studio di fattibilità elaborato dalla società romana, l’intento della Regione è rimasto quello di riuscire ad aggregare il numero più alto di musei della Regione, indipendentemente dalla loro qualità, grandezza o proprietà, ma in un costante e proficuo rapporto con il territorio.
Una lettura dello studio del CLES si dimostra tuttavia interessante ai fini di una formulazione di un discorso sui sistemi museali delle Marche dal momento che pone in relazione la situazione marchigiana con quella riscontrata alla metà degli anni Novanta sul territorio nazionale, mettendo in risalto i metodi e le tipologie gestionali che gli economisti andavano allora proponendo.

Comparsa del "sistema museale" nella legislazione regionale

2. Comparsa del "sistema museale" nella legislazione regionale

Con l’espressione, tipicamente marchigiana, di «Sistema del Museo diffuso» si deve intendere, come è stato efficacemente sintetizzato, qualche anno fa, nella presentazione del Docup «Obiettivo 2», «un nuovo modello organizzativo del patrimonio storico-culturale regionale», un sistema funzionale che abbracci tutta la Regione, che sia suddiviso in sottosistemi di dimensione più ridotta, e che abbia lo scopo di integrare i beni storico-artistici ponendo la massima attenzione sulla loro «valenza in termini di sviluppo socio-culturale» e su una migliore e maggiore «fruizione turistica e ambientale» . Per raggiungere tale obiettivo la Regione si è dotata di due importanti strumenti normativi, la l. r. 6/1998 e la precedente l. r. 75/1997, che rispettivamente propongono e sostengono finanziariamente le azioni di messa in rete dei musei e di altre tipologie di beni presenti sul territorio.
L’espressione «sistema museale», forse riecheggiando i coevi dibattiti sul “sistema museale nazionale”, compare per la prima volta nella produzione normativa marchigiana nel 1992 ad indicare genericamente l’insieme dei musei della Regione . Tuttavia è soltanto a partire dal 1998 che il concetto di sistema museale – inteso come organizzazione in rete del patrimonio culturale presente sul territorio regionale – fa il suo ingresso nella legislazione della Regione Marche. Risale al marzo del 1998, infatti, l’emanazione della legge regionale n. 6, con la quale la Regione definisce le Nuove norme in materia di salvaguardia e di valorizzazione del patrimonio culturale delle Marche e di organizzazione in sistema del museo diffuso e, al contempo, avvia il progetto per la costituzione di un «sistema museale regionale», coincidente, come si evince dal titolo stesso della norma, con la più generica espressione di «sistema del museo diffuso». Fin dal 1998, tutti i documenti prodotti dalla Regione relativi all’elaborazione di una politica per il patrimonio museale presentano il termine ‘sistema’ in riferimento al progetto di un’ampia aggregazione dei musei a scala regionale. Soltanto raramente compare l’espressione ‘rete museale’ , usata prevalentemente come sinonimo di ‘sistema’. Tale affinità permane anche all’interno de Il Bilancio sociale della Cultura nella Regione Marche, pubblicato dall’ente regionale nel 2006, nel quale l’organizzazione dell’offerta culturale per «sistemi» corrisponde a quella per «reti» , così come la «capacità di fare sistema» è accomunata a quella di «fare rete» . Tale coincidenza di significato emerge anche nella relazione che la Corte dei Conti ha dedicato nel corso del 2003 all’analisi di alcuni profili gestionali dei musei civici marchigiani . Una volta definite le caratteristiche delle aggregazioni dei musei, nel documento redatto dalla Corte dei Conti infatti la denominazione di rete o di sistema «non sembra avere una specifica rilevanza classificatoria»: secondo i dettami della legge marchigiana, infatti, il sistema o rete è costituito da Enti Locali in collaborazione con altri soggetti per garantire ai musei aderenti il funzionamento, il miglioramento dei servizi e la razionalizzare dei costi. Il sistema o rete è regolamentato da uno Statuto o da un’altra forma di accordo, stabilita ed accettata da tutti i partecipanti. Solitamente uno dei partecipanti si fa promotore o capofila occupandosi dell’attività decisionale e gestionale dell’aggregazione .
In quell’occasione tuttavia la Corte dei Conti, passando ad analizzare esempi di sistemi attivi concretamente nel territorio, ha tentato una chiarificazione ulteriore dei due termini, intendendo per progetto organizzato ‘in rete’ «il progetto al quale partecipano più Enti Locali (Comuni, Provincia, Regione, con un Ente capofila) che abbiano stipulato tra di loro, o con una Associazione di riferimento, Accordi di Programma, un Protocollo di Intesa o una Convenzione»; mentre, per progetto organizzato ‘in sistema’ a base territoriale viene indicato «il progetto che si sviluppa territorialmente in più Comuni della provincia e per il quale collaborano più Enti Locali, sia in forma di prestazione diretta di servizi sia in forma di intervento finanziario» .
Passando alle realizzazioni pratiche, invece, le differenze di utilizzo dei due vocaboli emergono maggiormente: i progetti di più ampia portata vengono denominati ‘sistemi’, mentre quelli più piccoli che accomunano poche realtà molto simili fra loro portano spesso il nome di ‘reti’. A riprova di tale distinzione corrispondente alle diverse dimensioni è possibile citare, ad esempio, i due sistemi museali costituisti a livello provinciale, nel territorio di Ancona e in quello di Macerata, denominati appunto ‘sistemi’; mentre, più piccole aggregazioni di comuni, come la recente denominata musei piceni, portano il nome di ‘rete’. Anche la stessa Regione sembra avallare questa ipotesi dal momento che nel citato Bilancio sociale nel fare il punto sulle molte aggregazioni di istituzioni museali diffuse fino a quel momento sul territorio regionale, privilegia il termine di ‘rete’ .
Soltanto recentemente la Regione si è impegnata a fornire e ad ufficializzare in un testo di legge la definizione ufficiale di “rete museale”. All’interno della bozza del Testo Unico in materia di beni e attività culturali, reso pubblico nell’ottobre (?) del 2006, la “rete museale” è definita «l’organizzazione collaborativa fra entità autonome necessitata da ragioni culturali, tra cui la complementarietà delle raccolte, e da esigenze di efficacia e di efficienza economica» .
Dal 1998 ad oggi, tuttavia, negli atti ufficiali prodotti dalla Regione viene comunque utilizzata solitamente l’espressione «sistema del museo diffuso» per indicare il progetto di ampia portata, ad estensione regionale; diversamente l’espressione «sistema museale» è usata quando si fa riferimento a precisi programmi e specifici progetti ideati e realizzati su base territoriale o tematica volti alla realizzazione di una gestione coordinata di luoghi, persone, strutture e servizi. Emblematico, a tal proposito, è il fatto che, l’espressione «sistema museale» - priva comunque dell’attributo ‘regionale’- compaia nella l.r. 6/1998 eccezionalmente e unicamente fra le Disposizioni finanziarie dell’ultimo articolo, nel titolo di un capitolo di spesa istituito dalla Giunta (art. 10, comma 3). Nelle teorizzazioni si parla quindi di museo diffuso, mentre, nelle realizzazioni pratiche, ipotizzate o attuate, si fa riferimento, forse perché meno astratto e indicativo di qualcosa di tangibile che necessita di finanziamenti, al termine sistema.
Nel Piano regionale per i beni e le attività culturali relativo al triennio 2005-2007, tale concetto è forse presentato in modo più sfumato trascurando il suo funzionamento, ma privilegiando l’aspetto comunicazionale: il museo diffuso è «un’immagine» delle Marche, da promuovere come linguaggio unitario ed efficace. Per realizzarlo occorre «l’attivazione di iniziative coordinate ed integrate in grado di rendere incisiva la comunicazione e di razionalizzare la spesa».
Il progetto per l’organizzazione in sistema dei musei locali marchigiani è stato ideato e sostenuto dall’assessore regionale alla cultura Gino Troli, in carica dal 1995 al 2000. Fin dall’inizio del suo mandato, l’assessore Troli si è adoperato per porre basi solide alla realizzazione del sistema museale delle Marche: ha promosso ricerche e studi di fattibilità, ha elaborato bozze e proposte di legge ed ha favorito inoltre molte occasioni di incontro e di dibattito fra istituzioni pubbliche, associazioni, centri di ricerca, soprintendenze e privati cittadini. Le idee di Troli hanno riscosso prontamente il sostegno dei suoi colleghi delle quattro Province e di molti Comuni, i quali, come ha avuto modo di rallegrarsi Carlo Verducci, assessore della Provincia di Ascoli Piceno, hanno lavorato, in più occasioni, in un clima di «concordanza diffusa», in piena sintonia sia politica sia culturale, alla elaborazione di un progetto ritenuto da tutti importante quanto necessario .
Il concetto di «museo diffuso» che fin dagli anni Settanta, assieme alla simile e ugualmente generica nozione di «museo a cielo aperto» o altre analoghe espressioni, ha caratterizzato gran parte dell’immaginario collettivo relativo al ricchissimo patrimonio culturale italiano, indica non soltanto la totalità dei beni artistici delle Marche. Esso corrisponde anche al progetto di messa a sistema concepito a livello regionale come «modello operativo» unitario adottato con la l.r. 6/1998: secondo quanto dichiarato all’art. 2 della legge, l’insieme delle raccolte e dei musei di enti locali e di interesse locale che si trovano nella Regione costituisce di per sé «un museo diffuso», che può essere organizzato in «un sistema operativamente unitario». Il sistema museale, che nel progetto regionale porta quindi il titolo di «sistema del museo diffuso», è un modo per organizzare e rendere fruibile il patrimonio presente nel territorio regionale. Come ha efficacemente sintetizzato Massimo Montella, uno dei maggiori sostenitori del progetto dell’assessorato Troli, il sistema museale si realizza qualora i musei possano garantire alcuni requisiti, in quantità e in qualità, ritenuti indispensabili e necessari da parte delle istituzioni competenti. Esso però non è un organismo ‘nuovo’ rispetto ai diversi enti che lo compongono, non ha personalità giuridica propria e non è costituito all’interno di una istituzione pubblica . Bensì può essere definito come l’infrastruttura di collegamenti e servizi tra musei.
Il progetto del ‘sistema museale regionale’ avviato con la legge n. 6 del 1998, la cosiddetta legge sul «museo diffuso», presenta molte analogie con la precedente e pionieristica esperienza attuata nella vicina Umbria. Il quadro normativo che imposta e promuove la gestione in rete dei musei delle Marche ricalca quasi fedelmente la struttura della norma umbra sui musei locali del 1990, che intende realizzare un ‘sistema museale’ ad estensione regionale . Questa ipotesi di derivazione del progetto marchigiano da quello umbro trova conferma nel fatto che il progetto marchigiano è stato elaborato grazie al fondamentale apporto di Massimo Montella che qualche anno prima aveva ideato e costituito, in qualità di dirigente dell’Ufficio Beni Culturali della Regione, il «sistema museale regionale dell’Umbria». Montella era stato chiamato dall’amministrazione regionale marchigiana e in particolare dall’assessore alla cultura, Gino Troli, proprio perchè apportasse al costituendo ‘sistema museale’ delle Marche non soltanto la sua professionalità, ma anche la sua diretta e personale esperienza attuata in Umbria . Il contesto storico-artistico delle Marche risulta infatti per molti aspetti simile, «ma non identico» a quello dell’Umbria. Certamente esso avrebbe necessitato di modalità e tempi diversi per organizzare in rete i musei e realizzare le eventuali economie di scala. Mentre l’obiettivo primario della normativa umbra era quello di aprire musei all’epoca chiusi, invece quello prioritario dei programmi avviati dalla Regione Marche per il sistema museale è stato quello di migliorare le strutture esistenti, di riqualificare i musei già operanti e, in terza battuta, di aprire nuove sedi.
Tornando al progetto del «museo diffuso» marchigiano, la Regione, dunque, in concorso con gli altri enti territoriali, deve favorire l’istituzione di sistemi museali subregionali, di diversa estensione territoriale, i quali, come sottoinsiemi, rendano concretamente effettivo e funzionante il progetto regionale.
L’aggregazione sistemica deve prima di tutto aiutare i musei a superare, o almeno a ridurre, le difficoltà economiche dell’ordinaria gestione. Tramite il «supporto di un’organizzazione d’insieme operativamente unitaria» ci si attende infatti da una parte di conseguire economie di scala che favoriscano la soluzione dei problemi di ogni singolo museo, dall’altra di garantire l’efficacia, l’efficienza e l’economicità dei musei locali, snellendo le procedure amministrative tipiche del settore pubblico attraverso la creazione di «appositi strumenti operativi (associazioni, agenzia e quant’altro)» .
Preferendo a «sistema museale regionale» la dicitura di sistema del «museo diffuso», il legislatore regionale ha voluto non tanto e non soltanto intendere la messa in rete delle strutture museali, bensì focalizzare l’attenzione sul rapporto esistente fra i musei e l’ambiente in cui si trovano. In virtù di tale intrinseca e necessaria relazione, i musei devono diventare veri e propri «centri di servizi per il territorio» circostante, in un sistema che comprende al suo interno ogni espressione del patrimonio culturale, sia essa un monumento, una chiesa, un resto archeologico o un ‘aspetto del paesaggio’. Il concetto di «museo diffuso» è utilizzato quindi proprio perché esso abbraccia in un’unica definizione tutto il patrimonio culturale e artistico, sia quello che si trova all’interno dei musei – ‘musealizzato’ quindi - sia quello che ne sta al di fuori. Grande attenzione viene infatti riservata nel testo della l.r. 6/1998 – cuore del progetto sul “sistema museale” della Regione Marche - ai beni mobili e agli edifici degli enti ecclesiastici di diversa natura e tipologia, che per quantità ed estensione rappresentano una parte significativa del patrimonio diffuso marchigiano e anche quella, per molti versi, più bisognosa di tutela . Il riguardo particolare rivolto al patrimonio religioso è ancor più motivato se pensiamo alla storia delle regione Marche, che è stata parte dello Stato della Chiesa.
In polemica con le scelte attuate a livello ministeriale incentrate prevalentemente sulla valorizzazione dei grandi centri e, quindi, su «una dimensione solo metropolitana dei beni culturali» , la giunta regionale delle Marche, fra 1997 e 1998, istituzionalizza il concetto di «museo diffuso» per evidenziare e proporre «un modello specifico di sviluppo culturale» per la Regione: «la straordinaria e capillare diffusione di beni culturali sul territorio» , andatasi formando nel corso dei secoli, deve costituire l’elemento fondante del sistema museale marchigiano, nel quale è impossibile scindere il bene culturale dal contesto in cui è o era inserito.
Al centro dei suoi interventi per realizzare il «sistema del museo diffuso», la Regione pone i musei locali.
La necessità di intervenire sui musei locali è derivata prima di tutto dalla riflessione sulla quantità di musei di enti locali presenti nella Regione poiché la maggior parte dei musei delle Marche, come nel resto d’Italia, si concentra prevalentemente in piccoli centri, in comuni di medie e piccole dimensioni . Ma anche dalla consapevolezza delle potenzialità ad essi attribuite, anche in vista di interventi di recupero e di conservazione preventiva e programmata di un ampio patrimonio considerato a rischio. Veri e propri «capisaldi territoriali» , i musei, oltre a garantire la tutela e la pubblica fruizione delle opere in essi conservate, devono svolgere servizi per migliorare la conoscenza, favorire la conservazione e promuovere la valorizzazione del patrimonio diffuso intorno a loro.
A partire dagli anni Novanta, i musei locali diventano quindi il centro, l’oggetto, ma anche il ‘soggetto’ delle politiche culturali di ogni livello di governo del territorio delle Marche, sia per quanto riguarda le istituzioni comunali, responsabili della progettazione, sia per quelle provinciali che devono garantire un coordinamento sul territorio, sia, infine, per l’ente territoriale più grande, quello regionale, cui spetta una «forte programmazione» .
Nella Carta per una nuova politica di salvaguardia e valorizzazione dei beni culturali, redatta in occasione della Conferenza Regionale sui Beni Culturali svoltasi all’Abbadia di Fiastra nel giugno del 1997, i rappresentanti della Regione Marche e di altre associazioni di enti pubblici hanno posto la massima attenzione sulla cooperazione tra soggetti istituzionali autonomi e sul metodo di programmazione quale strumento per realizzarla . Tale Carta - che rappresenta uno dei molti tasselli caratterizzanti la fase preparatoria del progetto «del sistema del museo diffuso» - contempla anche la costituzione di «sistemi organizzativi e di itinerari» che «enfatizzino i valori» dei beni culturali, «relazionandoli tra loro e con i contesti storici e spaziali», promuovendone in tal modo la conoscenza e la «fruizione diretta» .
Il «Museo diffuso» è, come è stato notato di recente, «un complesso disegno culturale, che per essere attivato richiede una volontà politica determinata, una forte progettualità e un’articolata azione di programmazione» . Tale azione presuppone inoltre una condivisione delle scelte non soltanto fra gli enti locali, ma anche fra gli organi centrali e periferici dello Stato, fra le autorità ecclesiastiche e le università.
Rientrano nel processo di costituzione del «sistema del museo diffuso» anche altre leggi regionali, atti amministrativi, piani pluriennali di settore e programmi di finanziamento regionali, statali ed europei. In particolare, strettamente connessa alla l.r. 6/1998, cuore del progetto, è la legge regionale n. 75, approvata nel dicembre del 1997, che disciplina i finanziamenti regionali ai beni e alle attività culturali . Le due norme, per quanto abbiano oggetti non coincidenti, sono inscindibili qualora si voglia prendere in esame la situazione museale marchigiana. La l.r. 6/1998 ha un obiettivo circoscritto e identifica nel «sistema del museo diffuso» il beneficiario di fondi che la Regione può disporre grazie ai programmi di investimento stabiliti nella l.r. 75/1997, di portata più generale. La prima stabilisce a livello teorico e concettuale l’impegno della Regione per i beni culturali, la seconda pone le condizioni perché tale impegno possa essere mantenuto anche economicamente. L’approvazione della legge 75, «rimasta per molto tempo all’ordine del giorno in Consiglio» , è stata la necessaria premessa per la conclusione della discussione della proposta di legge sul «museo diffuso». Quest’ultima, come è stato indicato, a sua volta, «sviluppa coerentemente» la precedente.
Entrambe le leggi nascono all’interno di un ampio processo di revisione della legislazione regionale intrapreso dall’Ente regione a partire dai primi anni Novanta volto a definire una programmazione concordata fra Regione e amministrazioni locali in ambito culturale e favorito, certamente, dal decentramento stabilito dalla l. 142/1990. Nell’ottica dell’amministrazione regionale, l’organizzazione del patrimonio culturale marchigiano in sistema del museo diffuso, avviata dalla nuova normativa, ha coinciso infatti «con il metodo della programmazione, con le esigenze di riequilibrio territoriale e con il giusto ruolo che la Regione, Province e Comuni assumono in un coeso sistema di governo» .
Durante la fase di studio e di redazione dei due testi di legge non mancarono proficui momenti di confronto tra esponenti della Giunta regionale e gli organi di rappresentanza degli enti locali, delle Province e dei maggiori Comuni . Il lavoro per l’impostazione teorica del nuovo sistema culturale si è svolto, come è stato ricordato, in un clima di «concordanza diffusa» e di «sintonia, politica e culturale» fra l’assessore regionale e i suoi colleghi delle quattro Province marchigiane (Ancona, Ascoli Piceno, Macerata, Pesaro-Urbino) e di molti Comuni . Tuttavia, l’assenza dell’associazionismo privato dal dibattito per la formazione della l.r. 75/1997 ha motivato in seguito alcune delle critiche mosse alla Giunta dalla minoranza consiliare, che lamentò la mancanza di un reale e completo «processo partecipativo» .
Fra il 1997 e l’inizio del 1998, prima che venissero approvate dal Consiglio Regionale, le due proposte di legge furono sottoposte all’esame della Conferenza Regionale delle autonomie e della Commissione Cultura (I Commissione Consiliare Permanente), presieduta da Bonita Cleri . Vennero inoltre presentate e discusse congiuntamente, nell’autunno del 1996, in occasione del seminario Marche museo Diffuso organizzato dalla Regione a Camerino , e ancora nel giugno 1997 , durante la II Conferenza regionale dei beni culturali , alla presenza di molti amministratori locali ed esponenti di istituti culturali.
Presentando le linee guida della nuova legislazione, l’assessore Gino Troli precisava che le due leggi avrebbero delineato, tra l’altro, il diverso compito della Regione, quello della «programmazione» che era ritenuto «necessario, statutario» : la Regione non è più soltanto responsabile della gestione del patrimonio culturale, per la quale devono intervenire le autonomie locali, ma deve farsi promotrice e coordinatrice degli interventi, tenendo in considerazione il nuovo ruolo delle Province, chiamate in causa dalla legge 142/1990 . Nella l. r. 75/1997 il ruolo della Provincia era indicato in modo esplicito, mentre meno evidente è invece nella l. r. 6/1998, che denotava un’attenzione maggiore per il compito degli enti locali nella progettazione e nella formazione di reti museali intercomunali .
La creazione del sistema museale regionale deve essere, infatti, sostenuta e incoraggiata dalla «comune azione di governo congiuntamente esercitata dalla Regione e dalle Autonomie, ciascuno operando per gli ambiti territoriali di propria competenza e in relazione alle proprie prerogative» . In questi termini Massimo Montella – allora dirigente dell’Ufficio beni culturali della Regione Umbria – durante una delle conferenze organizzata dalla Regione Marche sul «museo diffuso» ha spiegato le linee essenziali della normativa e del progetto sul sistema museale marchigiano. Presupposto e fondamento del «sistema del museo diffuso» dovevano essere, secondo Montella, «una volontà comune e reciproco consenso fra le Istituzioni operanti in ambito regionale» . In tal senso è paradigmatico un passo centrale della relazione illustrativa che accompagna la proposta di legge 6/1998 presentata dalla Giunta. Il «museo diffuso», si legge nel testo, non è volto a «costringere gli Enti locali sotto l’autorità della Regione, bensì a farne, propriamente, gli elementi costitutivi di esso, assegnando loro una decisiva incessante partecipazione all’esercizio di tutti i poteri decisionali» . Il «principio dinamico della co-decisione» è posto a garanzia del successo del progetto regionale per il patrimonio culturale: esso è lo strumento grazie al quale è possibile evitare «una volta per tutte la suddivisione delle competenze», superando «la logica tradizionale del “catalogo delle materie” e una ripartizione “retorica” dei compiti spettanti a ciascuno, individuando di comune accordo il minuzioso elenco dei necessari adempimenti d’ogni specie» per il funzionamento del sistema regionale dei musei .
Più che di “sistema museale regionale” sembrerebbe quindi più opportuno parlare di “sistema museale delle autonomie”, tale è l’importanza riservata, nel progetto ipotizzato da Troli, alle decisioni prese di «comune accordo» , ai programmi stabiliti dall’insieme di tutti gli enti territoriali, grandi e piccoli.
Il progetto sul Museo diffuso marchigiano in sostanza si fonda su alcuni assunti di base: la considerazione dell’esistenza di un sistema di beni distribuiti omogeneamente per quantità e qualità sul territorio cui può essere applicato un modello unico di funzionamento e di gestione; la necessità di ricongiungere l’istituzione museale con le «coordinate culturali, antropologiche e geografiche» dell’ambiente in cui si trova, al fine di rendere i musei i veri protagonisti della conservazione di tutto il patrimonio; il bisogno di considerare degno e bisognoso di un’attenta azione di tutela e di valorizzazione qualsiasi bene culturale presente sul territorio, indipendentemente dalla sua appartenenza; il tentativo, infine, di esaltare e favorire il lavoro congiunto di tutti gli Enti Territoriali, in un «coeso sistema di governo» .


2.1. La legge sul “Museo diffuso”

Il primo passo con cui la Regione avvia l’organizzazione di un sistema museale delle Marche è l’emanazione della legge n. 6 del 1998, dal titolo Nuove norme in materia di salvaguardia e di valorizzazione del patrimonio culturale delle Marche e di organizzazione in sistema del museo diffuso . La creazione del sistema museale era prevista, tra l’altro, già nel Piano Regionale di Sviluppo (PRS). Questo documento, pur essendo stato approvato dal Consiglio regionale nel maggio del 1998 (ossia dopo la promulgazione della legge n. 6, che è del marzo 1998), era stato definito attraverso un lungo processo di elaborazione avviato molto tempo prima . Nel PRS le politiche regionali di intervento sul patrimonio culturale e sui musei vengono inserite in un programma dedicato alla tutela dell’ambiente a dimostrazione di come l’Ente Regione avesse piena consapevolezza dello stretto legame che esiste nelle Marche tra beni culturali e territorio . Le poche righe di presentazione del progetto, all’interno del vasto Piano Regionale di Sviluppo, propongono una efficace definizione di sistema museale più precisa di quella che si può dedurre nello specifico della legge 6/1998: qui esso è inteso come «un sistema funzionale di realtà museali interconnesse allo scopo di ottimizzare sul piano gestionale il rapporto costi-benefici garantendo al contempo la fruizione pubblica in presenza di determinati standard qualitativi». Altra finalità del progetto è quella di garantire «una più adeguata fruizione turistica», nella convinzione che la messa in rete delle strutture museali avrebbe determinato un consistente ampliamento dell’offerta e che avrebbe promosso la valenza sociale del museo come luogo di aggregazione sociale e crescita culturale . Dalla lettura del PRS emanato dalla Regione nel 1998 si evince quindi che la creazione di un «sistema» non intende unificare le realtà museali sotto il punto di vista delle collezioni, delle strutture o dell’identità, bensì soltanto metterle in reciproca connessione al fine di migliorare gli aspetti economici della gestione e di garantire una migliore fruizione dei beni. L’ottimizzazione delle risorse finanziarie ottenuta sul lato gestionale dovrebbe pertanto portare ad un miglioramento dei servizi per la fruizione e la diffusione della conoscenza dei musei, anche oltre il territorio di appartenenza, tramite l’elaborazione di opportuni sistemi informativi. Queste indicazioni, nel Piano Regionale di Sviluppo lasciano intatte e distinte le fisionomie identitarie delle singole istituzioni museali.
L’emanazione della l.r. 6/1998 è frutto di una revisione della legislazione regionale, suddivisa in settori , favorita dal decentramento stabilito dalla l. 142/1990. La legge deriva inoltre dalla necessità – avvertita da alcuni competenti e lungimiranti esponenti del governo regionale – di intervenire sul ricco patrimonio artistico, per difenderlo e, insieme, per esaltare l’identità storica e culturale della Regione.
Approvata contestualmente al conferimento alle Regioni delle funzioni di valorizzazione in materia di musei e raccolte di enti locali , la l.r. 6/1998 è dedicata esclusivamente al tema del cosiddetto «sistema del museo diffuso». Essa dimostra, per la prima volta in ambito legislativo, l’interesse della Regione verso i problemi dei piccoli musei, ampiamente sparsi su tutto il territorio. Infatti, la prima legge di tutela dei beni culturali, emanata assai precocemente dalla Regione Marche nel dicembre del 1974, contemplava «i musei di interesse locale» nel lungo elenco delle materie trasferite alla Regione dal D.P.R. 3/1972, senza però disporre adeguati programmi a loro sostegno e senza affrontare in alcun modo la questione della «gestione dei musei» .
Secondo quanto si evince dalla lettura della relazione illustrativa la proposta di legge sul «museo diffuso» presentava alcuni elementi innovativi: primo fra tutti il concetto di bene culturale posto al centro del testo normativo che, significando ogni ‘testimonianza materiale avente valore di civiltà’, dilata l’oggetto «meritevole di attenzione», evita la distinzione fra beni di interesse nazionale e quelli di interesse locale, evidenzia il ruolo «sociale» del bene culturale così come indicato nella Costituzione, scredita la suddivisione delle competenze fra ‘tutela’ e ‘valorizzazione’, considera la ‘tutela’ in «un’accezione assai meno fiscale ed espropriante, preferendo al vincolo impeditivo l’indicazione di una positiva disciplina d’uso», sottolinea la necessità di un’azione preventiva e programmata degli interventi di conservazione e restauro, e, infine, impone una revisione delle professionalità impiegate nei musei e adette ai servizi culturali .
La l.r 6/1998 predispone innanzitutto la promozione e lo sviluppo dei musei locali, sia pubblici sia privati. All’art. 1, infatti, la formula che accomuna i «musei degli enti locali» e quelli «di interesse locale», come è stato valutato da Giuseppe Severini, riesce infatti ad omologare «quanto a disciplina sostanziale i musei dei privati a quelli degli enti locali, come se l'attribuzione di una competenza legislativa implicasse l'identità di natura e di disciplina dei suoi oggetti» . I musei locali non soltanto costituiscono la parte più consistente del patrimonio culturale marchigiano, ma sono anche visti come «strumenti potenzialmente ottimali per la conservazione globale e per la valorizzazione anche economica del patrimonio culturale diffuso sul territorio» (art. 1, comma 2). Il museo locale, quale elemento del «museo diffuso», è inteso non tanto come ente passivo, luogo per la conservazione di manufatti, ma come organismo attivo, capace di incidere positivamente sul suo contesto ambientale. Accogliendo i precetti che Andrea Emiliani diffondeva fin dagli anni Settanta con la sua Politica per i beni culturali, esplicitamente citata nella legge laddove si fa riferimento alla «conservazione globale» , i musei locali devono farsi garanti della salvaguardia e della valorizzazione dei beni storico-artistici e dei luoghi di interesse naturalistico ad essi pertinenti. Essi non soltanto devono favorire la fruizione delle opere custodite, ma devono altresì svolgere un’azione sulla totalità del patrimonio presente intorno a loro, promuovendo «itinerari di visita e attività didattiche» (art. 1, comma 3), nonché realizzando progetti catalografici . Come si legge nella relazione illustrativa della proposta di legge sul museo diffuso, la conservazione e la valorizzazione «globale» devono compiersi prima di tutto attraverso azioni che informino da una parte il «più largo pubblico» sulla situazione dei beni culturali presenti sul territorio regionale e dei rischi che corrono, dall’altra i responsabili dei governi locali relativamente alle migliori strategie per meglio svolgere le competenze per salvaguardare il patrimonio culturale «in via di ordinaria amministrazione e per effetto di un’attiva partecipazione sociale» . In secondo luogo, inoltre, è necessario «incardinare» attività, come una «diffusa e bene organizzata itineraria», che possano favorire «un’utilizzazione pubblica» del patrimonio in vista di una «maggiore remunerazione economica e sociale» .
In quest’ottica quindi sono contemplati negli articoli della legge non soltanto i musei, ma anche quei beni che si trovano al di fuori delle strutture museali, non soltanto aree archeologiche e monumenti, ma anche chiese e monasteri. La norma si riferisce infatti a «tutti i beni, mobili e immobili di proprietà pubblica o privata d’interesse archeologico, naturalistico o comunque culturale che possano essere integrati funzionalmente nella generale organizzazione in sistema del museo diffuso» (art. 1 comma 4). La totalità di questi beni fa parte di un «museo diffuso» che deve essere organizzato in «un sistema operativamente unitario» (art. 2, comma 1) .
D’altra parte l’organizzazione in sistema che comporti il conseguimento di una efficace economia di scala è presentata come uno strumento indispensabile e necessario per garantire la sopravvivenza dei musei locali e per ovviare alle enormi difficoltà economiche in cui si trovano nella maggior parte dei casi. La creazione del sistema museale risulta necessaria anche perché all’interno dell’intera Regione i musei possano garantire, sia per quantità sia per qualità, alcuni servizi, almeno quelli «minimi indispensabili». Fra gli obiettivi elencati nell’art. 2, infatti, vi è il raggiungimento di livelli minimi qualitativi e quantitativi delle dotazioni e delle prestazioni necessarie per l’ordinaria «opera di tutela e di valorizzazione della generalità del patrimonio culturale e per la funzionalità, la qualità e la redditività dei servizi museali» (art. 2).
Emanando la legge n. 6, la Regione, in concorso con gli Enti Locali, si fa quindi promotrice di un’azione di conservazione e valorizzazione del patrimonio culturale rivolta soprattutto al funzionamento ordinario dei musei e alla loro gestione congiunta, che favorisca economie di scala e razionalizzazione delle risorse, meglio se realizzata attraverso «forme associative fra enti pubblici e privati» (art. 4).
La Regione, infatti, promuove «la costituzione e il funzionamento» di tali aggregazioni, istituite secondo i modelli proposti dalla l. 142/1990 e dotate di personalità giuridica autonoma, che si dimostrano necessarie ai fini di migliorare l’economicità e ridurre lentezze burocratiche e inconvenienti amministrativi tipici del settore pubblico. Secondo quanto aveva indicato anche Paolo Leon, responsabile dello studio di fattibilità su La gestione dei sistemi museali territoriali delle Marche, elaborato dal CLES nel 1996 , per agevolare «una funzione forte» dei musei, pubblici o privati, la Regione deve cominciare ad offrire «soluzioni di natura societaria» , per unire piccoli e deboli entità in qualcosa di «dimensionalmente maggiore» .
Con la l.r. 6/1998, la Regione Marche, oltre ad incentivare la partecipazione dei privati nella gestione dei beni e delle attività culturali, intende inoltre porre le basi per una ricognizione sistematica del patrimonio culturale marchigiano suscettibile di essere compreso nel «sistema del museo diffuso» (art. 1 comma 5 e art. 4). Ancor più di quanto è possibile riscontrare per la l.r. 75/1997, le linee essenziali della l.r. 6/1998 sono in larga parte le medesime che avevano informato, qualche anno prima, l’esperienza pionieristica della vicina Umbria. La legge umbra sulla costituzione del sistema museale regionale, emanata nel maggio del 1990 al fine di conoscere, tutelare, valorizzare e utilizzare «l’intero patrimonio culturale dell’Umbria» , prevedeva un unico sistema museale composto da tutti i musei presenti nella Regione (art. 6) . A differenza di quanto indicato nel caso umbro, la normativa marchigiana intende il museo come ‘pubblico servizio’ e include nel «sistema del museo diffuso» qualsiasi bene si trovi nel suo territorio: un monumento, un rudere, una chiesa, un sito archeologico, anche qualora esso non sia musealizzato. Approvata qualche anno più tardi di quella umbra, la legge marchigiana ne conserva molti aspetti positivi, ma, al contempo, riesce a mitigare quelli negativi: risulta infatti molto attenuato il ruolo centrale e forte della Regione, che, nel caso umbro, si poneva nei confronti degli altri enti locali come soggetto «conformatore» dell’intero sistema .
La normativa marchigiana in materia di sistema museale si distingue infine da quella umbra anche per una maggiore attenzione posta verso le problematiche gestionali del sistema e dei singoli musei. Con la l.r. 6/1998, infatti, la Regione non soltanto indica nella gestione congiunta degli istituti e delle strutture museali (art. 4) il modello più adatto ai fini della tutela e della valorizzazione del patrimonio culturale, ma stanzia finanziamenti direttamente volti alla «gestione ordinaria dei servizi» (art. 7).
Il modello di sistema che la Regione intende realizzare tramite le indicazioni delineate nella l.r. 6/1998 è formato dall’insieme di aggregazioni subregionali e deve prima di tutto salvaguardare e mantenere «l'autonomia dei singoli soggetti aderenti» (art. 2, comma 2), ponendo i musei in condizione tale, sia economicamente sia tecnicamente, da poter «esprimere realmente» la propria autonomia.
Inizialmente, nella proposta di legge redatta dalla Giunta, si precisava esplicitamente che l’adesione dovesse essere libera. Tale indicazione è stata eliminata in sede di esame da parte della Commissione perché ritenuta superflua e «scontata» . La partecipazione al sistema non può infatti essere condizionata da imposizioni dall’alto; essa non può che essere volontaria e facoltativa dal momento che la Regione non ha la possibilità di imporre obblighi. L’appartenenza al «sistema del museo diffuso» deve essere formalizzata tramite una procedura in cui l’ente aspirante presenti richiesta al servizio competente in materia di beni e attività culturali della Regione. Tale servizio provvede poi a verificare l’effettiva esistenza dei requisiti dichiarati e la loro rispondenza ai parametri fissati dalla Regione nel piano triennale previsto dalla legge regionale n. 75 del 1997 (art. 3). Per quanto riguarda la prima edizione del Piano triennale, la Regione, in attesa delle richieste di adesione al Sistema, per l’anno 1999 ha pubblicato un elenco comprendente tutti i musei riconosciuti e ammissibili ai finanziamenti previsti dalla legge . Nello stesso modo, cinque anni più tardi, in occasione dell’elaborazione del Secondo Piano la Regione ha effettuato una ricognizione dei musei che potesse costituire la base di partenza per una «futura classificazione dei musei e luoghi del museo diffuso regionali sulla base di standard di qualità, grazie allo strumento specifico del Regolamento regionale in materia» (che ancora la Regione non ha né elaborato né diffuso).
La legge 6/1998 così articolata è stata il risultato ottenuto da numerosi dibattiti e alcuni compromessi. Arrivata in Consiglio in gran parte modificata, la proposta di legge sul «museo diffuso», ha suscitato forti discussioni in sede di esame della I Commissione ed è stata ulteriormente emendata in alcune parti fondamentali durante la seduta per la definitiva approvazione .
Uno dei temi che ha reso particolarmente vivaci le riunioni della I Commissione è stato quello della destinazione dei finanziamenti e della modalità di erogazione. Nella versione vigente, i contributi concessi ai sensi della l.r. 6/1998 riguardano interventi per la ristrutturazione e l’adeguamento delle sedi; gli allestimenti e la strumentazione; il restauro dei beni mobili; la gestione ordinaria dei servizi; le attività culturali attinenti alla funzione propria del museo; la promozione e la pubblicazione di materiale ad uso del museo (art. 7, comma 2). Essi devono essere destinati «prioritariamente» ai soggetti aderenti al «sistema del museo diffuso», ma non esclusivamente: per incoraggiare l’adesione senza soffocare i non aderenti (art. 7, comma 1) . Il disegno di legge elaborato dalla Giunta era invece fortemente teso a privilegiare soltanto chi entrava a far parte del sistema. La formulazione originaria dell’art. 7 intendeva concedere i finanziamenti predisposti dalla Regione in modo esclusivo ai partecipanti al sistema. Tale procedura avrebbe dato «maggiori garanzie di successo del sistema» , anche se avrebbe rischiato di “strangolare” gli altri.
D’altra parte, sul versante opposto la scelta di concedere i contributi per l’organizzazione del «sistema del museo diffuso» in modo generico e senza condizioni rischiava di «vanificare» le finalità stesse della legge, attivando, al contempo, il ‘solito’ meccanismo della distribuzione a ‘pioggia’ che l’impostazione della nuova legislazione avrebbe voluto evitare .
A questo proposito è particolarmente chiaro l’intervento dell’assessore Troli durante la seduta del Consiglio Regionale per l’approvazione della legge. Rammaricandosi della radicale metamorfosi che l’originario progetto stava subendo, volle precisare che «l’esclusività dei fondi destinati a chi aderisce al sistema è condizione fondamentale perché il museo diffuso funzioni, altrimenti nessun incentivo ci sarà a che i musei delle Marche si mettano a sistema, pubblici o privati che siano» . «Il meccanismo dell’esclusività» proposto da Troli e da chi ha lavorato con lui alla formulazione del testo di legge voleva essere un chiaro incentivo per i musei a partecipare al sistema e un requisito necessario per il funzionamento del «museo diffuso». Anche nella proposta di legge presentata dalla Giunta emergeva chiaramente la volontà di riservare «solamente» agli interessati decisi a collaborare fra loro in base a libere scelte e accordi pattuiti, «i benefici erogabili» dalla Regione e dalle Province .
L’emendamento all’art. 7 relativo ai finanziamenti, dibattuto lungamente, venne approvato da chi vedeva definiti in maniera troppo rigida i metodi di finanziamento e riteneva opportuno non vincolare in alcun modo i musei lasciandoli liberi di scegliere se entrare o meno nel sistema.
Secondo Troli, la versione finale della legge, approvata dal Consiglio Regionale il 17 febbraio del 1998, riusciva comunque a mantenere i suoi maggiori pregi, anche nell’ottica di una effettiva realizzazione del «sistema del museo diffuso». L’assessore era infatti convinto che il sistema così ipotizzato poteva essere una opportunità conveniente e necessaria per tutti i musei, compresi quelli sottoposti alla giurisdizione ecclesiastica. Relativamente ai beni della Chiesa, infatti, la legge precisa che ad essi, all’interno del progetto di sistema, è rivolta una particolare importanza. Se disponibili alla logica di ‘sistema’, i musei, associandosi fra di loro avrebbero ottenuto, tramite quanto stabilito dalla legge, «rilevanti e immediati benefici» prima di tutto economici, sotto forma di contributi finanziari stanziati dalla Regione. Le «sinergie d’insieme» avrebbero garantito una maggiore «offerta di cultura», nonchè una «più elevata quantità e migliore qualità dei servizi»; le economie di scala, d’altronde, avrebbero permesso ai musei di fornire «prestazioni adeguate a costi compatibili» al fine di riuscire a sopravvivere.
La l.r. 6/1998 è la prima legge di settore della Regione Marche che punta alla «concertazione co-programmata con un protagonismo di tutti nel definire al meglio come deve funzionare il sistema» . È una legge che stabilisce principi e obiettivi che devono essere realizzati grazie agli interventi definiti nel piano triennale adottato dal Consiglio regionale ai sensi dell’art. 2 della l.r. 75/1997 (art. 5).
In sostanza la l. r. 6/1998 stabilisce che la Regione al fine di tutelare e valorizzare il patrimonio culturale regionale, imposta i suoi interventi principalmente sui musei e, in concorso con gli Enti Locali, si adopera affinché i musei possano non soltanto garantire i servizi che ‘normalmente’ competono loro - la conservazione, l’esposizione e la valorizzazione delle opere – ma anche svolgere attività di conservazione e valorizzazione relative sia alle loro collezioni sia a quei beni che si trovano nel territorio circostante; i musei devono inoltre provvedere alla promozione di itinerari e attività didattiche. Per raggiungere tali obiettivi, la Regione deve lavorare di concerto con gli Enti Locali e i vari soggetti titolari dei musei, incentivando la costituzione di forma associative fra enti pubblici e privati per la gestione congiunta delle strutture museali. Gli interventi impostati dalla Regione vengono attuati tramite il piano triennale redatto dal Consiglio regionale. I finanziamenti degli interventi – che riguardano tra l’altro anche la gestione ordinaria dei musei – privilegiano, anche se non in modo esclusivo, i soggetti che rientrano nel «sistema del museo diffuso», secondo quanto stabilito dalla stessa Regione nel citato piano di settore.
Fra i nodi critici che possono essere individuati per la l.r. 6/1998 è certamente il fatto che una definizione così generica dell’oggetto degli interventi finanziari lascia ampio margine di libertà nella scelta e nell’attuazione dei finanziamenti. Ciò ha causato, nel tempo, una dispersione dei fondi a discapito di un utilizzo razionale e coerente delle spese dirette al buon funzionamento del progetto di organizzazione in rete a livello regionale. È stata infatti recentemente rilevata l’«eccessiva polverizzazione delle risorse» messe a disposizione dalla Regione , senza che si realizzasse a pieno quel meccanismo di distribuzione dei finanziamenti a ‘piramide’, dall’alto della Regione verso le Province e in seguito verso i Comuni e le Comunità Montane.
Fra le maggiori mancanze riscontrabili nel testo di legge sul «museo diffuso» è inoltre la scarsa attenzione verso le problematiche della formazione professionale relativa al personale dei musei. Tale carenza è stata, in più di un’occasione e in più sedi di indagine, evidenziata come una delle urgenze maggiori per il riassetto del patrimonio culturale delle Marche . La Regione dimostrerà interesse verso tali problematiche soltanto a partire dal 2003, quando, considerando la grave e diffusa carenza di personale qualificato e non all’interno dei musei locali, imposta un corso di formazione di personale da inserire nei musei in vista dell’adeguamento agli standard museali indicati dal Ministero nel 2001.

2.2. La legge 75/1997

Fin dal 1974, come ha avuto modo di notare Eustacchio Montemurro durante la Conferenza Regionale sui Beni Culturali del 1997, quel che è mancato alle politiche culturali è stato «un disegno di programmazione generale» . Soltanto a partire dalla metà degli anni novanta, la Regione imposta una nuova politica di programmazione, prima di tutto tramite la già citata l.r. 75/1997 , che disciplina gli investimenti regionali per il settore cultura e che, al contempo, organizza il decentramento delle funzioni degli enti locali ai sensi della l. 142/1990. Non si tratta di una legge cosiddetta di delega, ma di una norma di programmazione che, ispirandosi al concetto di sussidiarietà, definisce «un trasferimento di poteri e risorse» agli enti locali.
Innanzi tutto la l.r. 75/1997 unifica le procedure di spesa relative ai beni e alle attività culturali stabilite dalla leggi precedenti (art. 1) . Così come la legge approvata dalla Regione Toscana nel febbraio del 1995 , alla quale la l.r. 75/1997 è «chiaramente ispirata» , la norma marchigiana prevede inoltre la creazione di un fondo unico per le spese regionali destinate alla cultura, da cui attingere volta volta in relazione ai reali bisogni di ciascun settore (art. 9, comma 1). La definizione della spesa per la cultura, così semplificata, avrebbe agevolato quella programmazione tanto auspicata dalla Giunta, ma ritenuta fino ad allora irrealizzabile proprio per la parcellizzazione delle risorse, basata sui «meccanismi molto isolati» di ciascuna legge .
In secondo luogo la l.r. 75/1997 predispone il Piano regionale per i beni e le attività culturali, ne stabilisce i contenuti (art. 2 ), le procedure di formazione e di attuazione (art. 3) e la durata (art. 4) . La Regione, infatti, elabora un documento preliminare che viene poi esaminato dalle Conferenze provinciali delle Autonomie; in seguito la Giunta prepara il Piano da sottoporre al Consiglio regionale per l’approvazione definitiva.
Oltre alle norme emanate dalla Regione Toscana, un altro fondamentale riferimento per il legislatore marchigiano è certamente anche la situazione maturata in Umbria a partire dal 1990. Lì infatti si era avuta già una prima, significativa formulazione del «sistema museale regionale» con la l.r. 35/1990, dal titolo Norme in materia di musei degli Enti locali e di interesse locale. Questa norma – così come sarebbe accaduto in ambito marchigiano – prevedeva l’attuazione da parte della Giunta regionale di un piano triennale che avrebbe favorito, tra l’altro, il «rafforzamento» del sistema museale regionale .
Per le Marche il piano triennale è lo strumento di programmazione attraverso il quale la Regione individua gli obiettivi, gli strumenti e le strategie d’intervento per la realizzazione dei progetti nel settore dei beni e delle attività culturali, distinti in due categorie, quelli di interesse regionale e quelli di pertinenza delle Province. Il piano infatti assegna alle amministrazioni provinciali nuove specifiche competenze (art. 2 e art. 5), prima fra tutte quella della possibilità di distribuire i fondi, ricalcando una struttura già delineatasi, qualche anno prima, in Toscana. L’esperienza toscana, indagata dall’assessore Troli e presa a modello per la stesura di alcune parti della legge marchigiana, presenta infatti alcuni esiti considerati positivi, tra i quali soprattutto «alcune tendenze al municipalismo e alcune giuste attenzioni alle aggregazioni di Comuni per progetti fatti insieme» .
La legge 75/1997 ideata per ordinare i finanziamenti ai beni e attività culturali ha affidato alla Provincia un ruolo che consiste essenzialmente nell’individuare i criteri per la predisposizione dei programmi provinciali e regionali degli interventi. Grazie alla legge 75, nelle Marche le Province coordinano e selezionano le richieste di contributi; distribuiscono i fondi stanziati dalla Regione ai comuni o ad altri soggetti – pubblici o privati – che ne fanno richiesta; verificano l’attuazione dei progetti e l’effettiva realizzazione delle attività finanziate; contribuiscono alla formazione del piano di programmazione, che discutono nella sua forma preliminare assieme alle associazioni e alle istituzioni culturali di «rilevanza almeno provinciale». Alla Regione spetta invece la promozione e l’attuazione di progetti «di particolare interesse regionale», ritenuti importanti per la «diffusione della conoscenza del patrimonio culturale e storico delle Marche» (art. 2, comma 1, lettera e), oltre alla verifica e all’eventuale revoca dei contributi concessi (art. 5, comma 5) . Attraverso il meccanismo istituito dalla legge 75/1997, caratterizzata da un forte carattere di sussidiarietà verticale, la Regione svolge la funzione di ente erogatore di contributi distribuiti dall’alto fino agli enti territoriali più piccoli, attraverso un procedimento definito ‘a piramide’.
Sul totale delle risorse messe a disposizione dalla Regione, il 48% spetta all’Ente maggiore per gli intereventi di rilievo regionale, mentre il restante 52% è destinato annualmente alle quattro Province per i progetti presentati ad iniziativa di soggetti pubblici e privati di ciascuna Provincia . Della somma concessa alle Province spettano ad Ancona, a Macerata, a Ascoli Piceno e a Pesaro Urbino, percentuali differenti. Relativamente alla prima applicazione della legge, entrata a pieno regime soltanto a partire dal 2000, in seguito all’approvazione del Primo Piano per i Beni e le Attività culturali, la Provincia di Ancona, ad esempio, ha ricevuto del totale assegnato alle Province, il 30% che ha destinato parte (il 12%) ai progetti direttamente programmati e gestiti dalla Provincia e gran parte (l’88%) ai progetti dei Comuni .
Ancora un volta – come ha avuto modo di rimarcare l’assessore Troli durante la fase di elaborazione della legge 75/1997 – per le procedure di suddivisione dei finanziamenti risulta fondamentale la codeterminazione delle scelte, che deve essere sostenuta da un ampio livello di partecipazione, con il coinvolgimento della Regione e della Conferenza delle autonomie provinciali, alle quali partecipano tutti i Comuni e le associazioni di volontariato . È da rilevare comunque che all’interno della legge mancano indicazioni relative all’associazionismo, le cui prerogative, come giustificano i promotori della legge, vengono garantite dagli enti locali.
La l. r. 75/1997 non rappresenta soltanto il tentativo di superare il criterio di finanziamento cosiddetto “a pioggia”, ma è derivata, secondo il giudizio espresso dal ex-presidente della Regione Marche, Vito D’Ambrosio, di una «felice intuizione» che, lasciando alla Regione il compito della programmazione e di indirizzo, ha consegnato alle Province il «governo della vita culturale» . Le Province occupandosi della programmazione «intermedia» in molti casi hanno infatti incoraggiato la propensione a elaborare progetti da parte degli enti locali più piccoli. Secondo quanto stabilito dalla l. r. 75/1997, le province, quindi, in un certo senso, hanno anche la responsabilità di incentivare la realizzazione del «sistema del museo diffuso» proposto dalla l. r. 6/1998, favorendo il finanziamento di quei progetti che dimostrino «la capacità di fare sistema», «la capacità aggregativa» dei singoli soggetti presenti sul territorio. La casistica delle realizzazioni, infatti, sarà caratterizzata da un alto numero di iniziative partite dal ‘basso’ e portate avanti da piccoli gruppi di enti locali che hanno condiviso risorse per raggiungere un obiettivo comune.
A partire dal 2000, le Province ogni anno formulano e diffondono i criteri di ammissibilità e di valutazione dei progetti elaborati dai comuni o da altri soggetti . In molti casi il Consiglio Provinciale delega una commissione, appositamente istituita, il compito di esaminare tali progetti, prima di ripartire i fondi a disposizione. Ogni amministrazione provinciale ha stabilito e applicato propri criteri di ammissibilità per l’assegnazione delle risorse regionali fino almeno al 2004, allorquando la Regione ha proposto un adeguamento e una coerenza nelle modalità di selezione e nella conseguente concessione dei contributi: all’interno del Secondo Piano triennale per i beni e le attività culturali, approvato sul finire del 2004, infatti, vengono indicati i principali criteri di selezione dei progetti, in riferimento agli obiettivi specifici provinciali .
La provincia di Ancona, ad esempio, per il 2004 ha concesso un finanziamento di 50.000,00 € all’Associazione Sistema Museale della Provincia di Ancona .
La Provincia di Macerata, durante il primo anno di attivazione della legge ha potuto beneficiare per l’anno 1999 di L. 1.528.800.000, di cui il 12% per uso diretto della Provincia stessa. Per quanto concerne il riparto dei fondi regionali disposti per il periodo 2000-2002, la Giunta provinciale di Macerata aveva previsto una suddivisione della quota complessiva tale da riservare al programma denominato Organizzazione del patrimonio culturale in Sistema del “museo diffuso”, la cifra più alta, corrispondente al 33% del totale.
A loro volta i comuni stabiliscono i propri criteri, le modalità di elaborazione e i termini di consegna dei progetti avanzati da parte dei soggetti privati e pubblici sotto la loro competenza. A tale scopo i comuni devono compilare un’istruttoria per ogni singolo progetto.
La l. r. 75/1997 quindi da un alto predispone un cospicuo passaggio di contributi regionali (il 52% del totale) alle Province affinché sostengano i soggetti che operano nel territorio di loro competenza, dall’altro istituisce il Piano di settore per i beni e le attività culturali di durata triennale.
Per quanto riguarda il progetto del «sistema del museo diffuso», è proprio all’interno del piano triennale che viene stabilito nel dettaglio lo sviluppo dei sistemi integrati di conservazione e valorizzazione.

2.3 Il Primo Piano regionale per i beni e le attività culturali

Il Piano regionale per i beni e le attività culturali, relativo agli anni 2000-2002, è il primo piano di settore regionale per la cultura varato dalla Regione Marche in collaborazione con gli Enti Locali in cui emerge chiaramente la centralità e la necessità del «fare sistema» riferita ai beni culturali . Al suo interno il Piano è organizzato in tre programmi-obiettivo, rispettivamente intitolati «sistema museale», «sistema bibliotecario archivistico», «sistema dei teatri». Così come è indicato nella premessa del Piano, per la realizzazione di tali sistemi risulta fondamentale il ruolo di connessione svolto dalle «reti», intese come «organizzazioni materiali ed immateriali di servizi e strutture» . Tralasciando l’espressione sintetica di «museo diffuso», codificata nella l.r. 6/1998, nel piano viene privilegiata la dicitura di «sistema museale regionale». Esso è basato sulla aggregazione di sottosistemi di livello provinciale e intercomunale; è realizzato tramite un’articolazione dei sistemi museali per ambiti provinciali o intercomunali, che accomunino i musei seguendo le suddivisioni amministrative dei vari livelli del governo del territorio.
Per la prima volta la Regione prescrive i metodi e le linee di intervento per la realizzazione di un sistema museale esteso a tutto il territorio regionale, o meglio, come si evince dal titolo di uno specifico programma di intervento, per l’Organizzazione e valorizzazione del sistema museale regionale.
Così come previsto dall’art. 3 della l. r. 75/1997, la redazione del piano ha coinvolto la Conferenza Regionale delle Autonomie, la Conferenza Provinciale, e, nella sua fase finale, anche le Associazioni culturali .
Già nel precedente e già citato Programma regionale di sviluppo 1998-2000 , l’organizzazione per sistemi era stata indicata come «la strategia di fondo che la comunità regionale deve adottare per assicurare soluzioni di sviluppo culturale che consentano l’integrazione e il coordinamento con problematiche della crescita economica e del riequilibrio territoriale» ; in quanto il sistema era considerato inoltre come la forma organizzativa più idonea a «valorizzare al meglio le potenzialità esistenti o in fieri» e, nello stesso tempo, a «ridurre al minimo le dicotomie di scala ed organizzative che caratterizzano il settore» .
Considerata la situazione del patrimonio storico artistico marchigiano capillarmente diffuso su tutto il territorio, ma non sempre gestito in modo quantitativamente e qualitativamente efficiente , la Regione Marche, attraverso gli obiettivi del piano di settore, avvia un concreto processo di sviluppo del sistema museale dall’estensione regionale per migliorare in primo luogo l’efficienza della gestione dei musei.
Il sistema museale regionale viene proposto in quest’ottica non tanto come una «rigida struttura organizzativa», bensì come una «condizione di fatto» che si realizza necessariamente qualora i musei e le strutture museali siano in grado di offrire e garantire «dotazioni, prestazioni e servizi» di analoghe e adeguate qualità e quantità . Ciò è reso possibile grazie al conseguimento di economie di scala realizzate dai sistemi e dalle reti, che favoriscano la riduzione di costi e la suddivisione delle spese fra più soggetti .
Perseguendo le stesse finalità espresse nella l. r. 6/1998, la Regione pone al centro dei programmi del piano triennale i musei e le raccolte degli enti locali, «per farne i cardini del ‘museo diffuso’» .
I musei locali sono il punto di partenza per un’azione di tutela rivolta a tutti i beni – chiese, edifici storici, siti archeologici – che si trovano sul territorio, sono gli strumenti adatti alla «conservazione globale» del patrimonio auspicata nella l.r. 6/1998. I musei che possono beneficiare dei finanziamenti disposti dalla Regione sono inseriti nell’elenco allegato al piano, steso utilizzando i dati disponibili presso il Centro Regionale per i Beni Culturali delle Marche, in attesa delle richieste di adesione al Museo diffuso ai sensi della l.r. 6/1998.
Ai musei infatti sono rivolte tutte quelle azioni attraverso le quali vengono attuati gli interventi relativi al settore dei Beni Culturali, all’interno del programma denominato Organizzazione del Patrimonio culturale in Sistema del Museo Diffuso: adeguamenti strutturali e funzionali; ristrutturazioni delle sedi, restauri conservativi o ricoveri temporanei delle opere in ambienti idonei; sostegno al funzionamento ordinario; schedatura dei musei e catalogazione dei beni in essi conservati; sostegno alle Associazioni d’area per la gestione congiunta dei musei; elaborazione di «progetti pilota» . I progetti pilota, in particolare, sono interventi attuati e promossi dalla Regione per prefigurare e sperimentare il «museo diffuso» in zone ampie che coinvolgono una o più Province e, potenzialmente assimilabili a progetti inerenti altri settori. Essi si sono caratterizzati in particolare come itinerari tematici, ideati sulla base di ricerche storico-artistiche effettuate in precedenza. È il caso, ad esempio, del progetto dedicato al “Romanico” che, fra 2000 e 2001, ha realizzato due percorsi, uno fra 17 comuni della province di Ancona e di Macerata, l’altro in 27 comuni delle province di Macerata e Ascoli Piceno, inserendosi nelle iniziative culturali del Giubileo. La Regione, spendendo quasi centocinquanta milioni di lire, ha elaborato un «sistema “a rete”» che favorisse anche una «conduzione economica» dei servizi di gestione dei beni inseriti nei due itinerari, all’insegna prevalentemente degli edifici religiosi e altri luoghi riconducibili al periodo del Romanico. Fra i progetti pilota avviati dalla Regione si possono menzionare almeno il progetto relativo al sistema archeologico e quello per la realizzazione del Parco Museo delle Miniere di Zolfo.
Dunque, tramite questo primo Piano triennale vengono disciplinati i contributi in favore di soggetti che intendono adoperarsi per costituire il «Sistema Museo Diffuso» per mezzo dell’attivazione di una serie di iniziative di gestione congiunta ed economicamente produttiva .
Tramite il primo piano di settore la Regione rafforza il suo ruolo, volto alla programmazione e al coordinamento delle attività degli Enti locali e, al contempo, orienta i finanziamenti pubblici ad essi destinati, in particolare quelli riservati alle Province . Come previsto dalla legge 75/1997 che lo istituisce, il Piano regionale nella suddivisione dei compiti tra Regione e Province conferma il ruolo centrale di queste ultime anche nell’erogazione di fondi ai musei e ai beni culturali. Il primo triennio del Piano, «sperimentale nella sua applicazione, anche nel decentramento di funzioni prima gestite a livello regionale», ha dato la possibilità al territorio di esprimere tutte le proprie potenzialità, potenzialità che in alcuni casi si sono rivelate nel tempo, secondo il parere della stessa Regione, «di grande qualità» .
All’interno del Piano Regionale vengono indicate le percentuali massime da destinare ai finanziamenti per i Beni (fino al 65%) e per le attività (fino al 25%);
Nel triennio 2000-2002 di prima applicazione del piano di settore, la Regione Marche ha stanziato un totale di 15 milioni e 652 mila euro, e le Amministrazioni provinciali hanno potuto disporre complessivamente di 8 milioni e 476 mila euro per interventi nei due settori dei beni e delle attività culturali.
Secondo quanto si legge nella nella premessa del successivo piano triennale disposto dalla regione nel dicembre del 2004, il primo Piano di settore avrebbe dovuto impegnare un complesso di risorse pari a circa 22 miliardi annui, corrispondenti a circa 11.362.000,00 milioni di euro. Tuttavia, a partire dal 2001 la Regione ha diminuito sempre più la dotazione finanziaria per la gestione della legge regionale n.75/97. Per poter garantire il finanziamento ai progetti regionali triennali approvati con il bando nell’anno 2000, la Regione ha dovuto utilizzare ulteriori risorse provenienti in gran parte dai fondi strutturali rivolti al sostegno di attività espositive .

2.4 Altri interventi finanziari

Contestualmente all’emanazione del primo Piano regionale per i beni e le attività culturali (2000-2002), la Regione destina ai beni culturali e al patrimonio museale, anche altre risorse, provenienti prevalentemente da fondi europei. Con la legge regionale n. 43 del 1998, dal titolo Valorizzazione del Patrimonio storico culturale della Regione. Iniziativa III Millennio, ad esempio, vengono stanziati finanziamenti per oltre 50 milioni di euro, distribuiti mediante BOR (Buoni Ordinari Regionali), gestiti dalle amministrazioni provinciali e indirizzati in particolare alla realizzazione di interventi di restauro e di manutenzione straordinaria di beni immobili . Tale norma prevede, ancora una volta, un ruolo attivo e importante delle Province che, per concedere i contributi, devono stabilire «i criteri di priorità» (art. 6) e l’ordine di importanza degli interventi che possono beneficiare dei finanziamenti. Ancora una volta viene ribadito il ruolo principale delle Province, in questo caso chiamate a disporre della gestione in compartecipazione dei fondi regionali per il restauro di monumenti di interesse storico artistico. Nonostante la legge 43/1998 sia specificamente rivolta a favorire interventi di tipo conservativo, non sono mancati i casi in cui le province abbiano deciso di predisporre i fondi concessi dalla norma per agevolare la realizzazione di itinerari e reti museali. La Provincia di Macerata, ad esempio, stabilendo l’ordine di importanza dei criteri di priorità per concedere i finanziamenti previsti dalla legge 43/1998, ha indicato fra i requisiti per l’ammissibilità di un progetto, anche la «capacità di realizzare percorsi turistico-culturali integrati, ed integrazione con una rete di Musei, aree archeologiche, beni architettonici riferibili al Sistema Museale diffuso provinciale L.R. 6/98» .
Ma soprattutto, relativamente ai fondi comunitari destinati al «sistema museale» è necessario fare riferimento al programma Docup, il Documento unico di programmazione attraverso il quale la Regione utilizza finanziamenti europei per lo sviluppo del tessuto economico e produttivo. Possono beneficiare dei finanziamenti previsti da tale programma quei territori che presentino «difficoltà strutturali» e che necessitino di interventi che favoriscano la loro «riconversione economica e sociale» . I comuni maggiormente interessati sono infatti quelli situati in zone di montagna o «rurali». La Regione Marche ha usufruito dei fondi europei per la cultura a partire dal 1992, dapprima con l’«obiettivo 5 b» e l’«obiettivo 2», entrambi orientati infatti al settore del turismo e, soprattutto nei primi anni, dell’agriturismo . Tutti i programmi Docup, fin dalla prima versione cui ha aderito la Regione Marche, hanno avuto programmi per la valorizzazione dei beni culturali inseriti in più ampi progetti a sostegno del settore turistico. Fra 1992 e 1993, i primi interventi di recupero di strutture architettoniche, monumentali o riguardanti allestimenti museali realizzati all’interno dell’«obiettivo 5 b» hanno ricevuto un contributo di circa 10 miliardi di lire, mentre, nel triennio 1992-1995, per i 17 progetti approvati dell’«obiettivo 2» relativi a lavori di recupero, restauro e sistemazione di musei e aree archeologiche, sono stati stanziati altri 6 miliardi e mezzo di lire. Successivamente, il Docup Obiettivo 5b per gli anni 1994-1999 , tramite la misura 3.2.2. dedicata al recupero e valorizzazione del patrimonio storico e culturale delle zone rurali, ha finanziato 40 progetti per un importo complessivo di € 9.263.584,50 . Fra le azioni programmate dal Docup Obiettivo 2 per il triennio 1997-1999 è da segnalare che la promozione del recupero dei beni architettonici e culturali «ai fini turistici» così come la costituzione di una rete museale «per valorizzare le possibili sinergie» compaiono fra gli obiettivi dell’asse prioritario che punta all’incremento del turismo e delle «potenzialità dei centri storici» . Grazie alle prime edizioni del Docup la Regione Marche è riuscita a far confluire nel settore dei beni culturali ingenti cifre provenienti da fondi destinati ad altri ambiti di intervento. Successivamente, a partire dal 2000, all’interno dei programmi europei l’organizzazione sistemica del patrimonio culturale risulta un fattore rilevante di per sé degno di un canale specifico di finanziamenti.
Il Docup Obiettivo 2, relativo al periodo 2000-2006 contempla per il «sistema museo diffuso» un apposito capitolo di spesa mediante il quale venivano erogati finanziamenti ai Comuni e agli enti pubblici che presentano progetti di rete «su scala territoriale e in base a tematismi» e che corrispondono «alle priorità della programmazione regionale di settore ed alle priorità di carattere “trasversale” raccomandate dalla Commissione Europea, in relazione alla ricaduta occupazionale, al principio delle pari opportunità e della sostenibilità ambientale» .
Considerata la scarsa accessibilità del patrimonio storico culturale ed artistico che si trova nelle aree dell’«obiettivo 2», il programma europeo accoglie fra i suoi interventi il progetto «Sistema museo diffuso» nato dalla programmazione regionale per sfruttare al meglio, anche economicamente le potenzialità del patrimonio culturale marchigiano.
L’ultimo Docup «obiettivo 2» (2000-2006) relativo all’ambito «Cultura, Turismo e attività ricreative» infatti prevede nelle sue diverse misure e sottomisure un programma di investimenti specificamente rivolto al progetto del «Sistema museo diffuso». Seguendo le linee guida della Regione, che, quasi contemporaneamente, aveva immaginato per i musei un sistema dall’ampiezza regionale, ma articolato in vari sottosistemi, il Documento di programmazione europeo intende privilegiare quei progetti che favoriscano la costituzione di reti a scala territoriale o in base alla scelta di un tema peculiare. In particolare, esso aggiunge ai finanziamenti di tipo strutturale diretti al recupero e al restauro di sedi espositive, aiuti economici ad iniziative che riguardano la «organizzazione, promozione e animazione integrata dei beni culturali diffusi sul territorio» .
L’azione contenuta nella scheda misura 3.2, dal titolo Recupero, valorizzazione e promozione delle potenzialità locali, per una cifra totale prevista di Meuro 18,449873 – è stata indirizzata soprattutto al completamento del programma di interventi per il sistema regionale del «Museo diffuso». Si voleva in primo luogo implementare reti territoriali di riconosciuta funzionalità ed economicità; in secondo luogo predisporre investimenti mirati alla realizzazione di forme di collaborazione fra enti ed operatori culturali come soggetti d’impresa con le conseguenti positive ricadute occupazionali; poi creare nuove mete e nuovi itinerari di interesse culturale per favorire il turismo; e, infine, valorizzare le aree protette.
Il programma di finanziamento si suddivide in ulteriori misure e linee d’azione, rivolte ancora più precisamente al progetto del «museo diffuso». Tali sottomisure chiariscono le tipologie dei progetti ammissibili ai finanziamenti. Le tre submisure sono: 1) Sistema Museo Diffuso: progetti integrati su scala territoriale, ovvero che riguardino interventi concentrati su un stessa area, un ambito territoriale ben definito, che possa «prefigurarsi come unità funzionale del sistema Museo diffuso»; 2) Sistema museo diffuso: progetti integrati in base a tematismi; 3) Sistema museo diffuso: promozione e immagine.
L’obiettivo specifico del programma è «contribuire al recupero, alla valorizzazione, fruizione e promozione» del patrimonio culturale marchigiano, sia per «diversificare e destagionalizzare l’offerta turistica», sia per migliorare e favorire il «riequilibrio e lo sviluppo socioculturale delle comunità locali».
Il documento identifica inoltre i destinatari della misura, i «potenziali fruitori degli interventi», e, in generale, nella «popolazione locale».

2.5 Tipologia e organizzazione dei sistemi museali

Uno dei primi atti concreti per l’istituzione del «sistema del museo diffuso» da parte della Regione è stato quello di pensare di dotarlo di un logo identificativo, privilegiando, fra i molti aspetti del progetto, quello della comunicazione. L’immagine realizzata da Ugo Nespolo, è «uno spazio teatrale», come ha dichiarato lo stesso artista, «dove mettere in scena le Marche», un marchio che cerca di «sintetizzare le numerosissime realtà museali delle Marche: dall’architettura alla pittura all’archeologia» . A partire dal 1998 e, in particolare, dopo l’emanazione della legge sul «museo diffuso» e la successiva attuazione del piano di settore in essa contemplato, iniziano a prender forma nel territorio regionale i primi sistemi museali, a carattere prevalentemente territoriale. Secondo quanto emerge dalla l.r. 6/1998, uno degli scopi della Regione è quello infatti di agevolare la gestione unitaria dei musei e di organizzare il sistema museale proprio attraverso l’associazione di più soggetti (art. 4). Secondo la stessa legge inoltre, il Consiglio Regionale determina quali siano le raccolte, i musei e i servizi connessi che possono essere inseriti nell’organizzazione in sistema del museo diffuso. Il Consiglio, inoltre, deve stabilire i livelli minimi qualitativi e quantitativi delle dotazioni e delle prestazioni che ogni museo deve avere sia per favorire la tutela e la valorizzazione del patrimonio, sia per garantire la funzionalità e la qualità dei servizi (art. 5). La Giunta regionale, invece, stabilisce con apposito atto il modello di convenzione tipo per aderire all'organizzazione in sistema del museo diffuso e il regolamento tipo per l'organizzazione e il funzionamento dei musei locali (art. 5).
La forma privilegiata e proposta dalla Regione per la gestione dei sistemi museali è quella dell’associazione, considerata il modello più idoneo per l’avvio di un processo di pianificazione che sia realizzato grazie al metodo della cooperazione e del coordinamento fra i vari soggetti coinvolti.
Per quanto riguarda l’esperienza marchigiana, l’importanza riservata alle aggregazioni fra enti per la gestione di servizi culturali è confermata dalla legge regionale n. 52 del 1997, che prevede e disciplina l’ «adesione della Regione ad enti, fondazioni, associazioni e organismi vari», purché attive nella promozione e realizzazione di «iniziative» che abbiano «notevole valore scientifico o culturale di rilevante interesse» (art. 1). In virtù di tale normativa, ad esempio, dal febbraio del 1998 la Regione Marche aderisce come socio sostenitore all’associazione «Fondo Mole Vanvitelliana», che gestisce l’attività espositiva dell’antico lazzaretto di Ancona .
Sebbene non esplicitamente considerata nel testo della legge, l’estensione territoriale privilegiata dalla Regione per la gestione dei sistemi in rete è quella provinciale. Lo studio di fattibilità e analisi per la riorganizzazione del Sistema dei Musei delle Marche, commissionato dalla Regione all’Associazione per l’Economia della Cultura nel 1996, aveva ad esempio individuato in quello provinciale il livello ottimale per la gestione in rete dei musei diffusi sul territorio . La nascita e lo sviluppo di aggregazioni di musei e di enti locali a livello provinciale è motivata inoltre dal fatto che il sistema culturale delle Marche è caratterizzato da un importante ruolo politico-decisionale delle Province, che, tra l’altro, svolgono anche la funzione di snodo e distribuzione dei finanziamenti della Regione. Tanto grande e importante è il ruolo di tali enti locali che i due maggiori sistemi museali sono stati promossi da due province, quella di Ancona e quella di Macerata, e raccolgono l’adesione di quasi tutti i comuni del territorio di loro competenza.
A pochi mesi dall’emanazione della l. r. 6/1998, a incentivare le Province alla realizzazione dei sistemi museali interviene la Regione, che, allo scadere dell’anno, stanzia 500.000.000 di lire per «l’avvio dell’integrazione funzionale» dei musei e delle raccolte degli enti locali .
A questo proposito è interessante citare il caso della Provincia di Ascoli, perché anticipa le condizioni successivamente (favorite) predisposte dalle norme: nell’estate del 1996 aveva attivato in forma sperimentale il programma Piceno da scoprire ideato e promosso dall’Assessore alla cultura della Provincia di Ascoli Piceno, Carlo Verducci. L’esperienza, che è stata poi ripetuta durante le festività natalizie fra 1996 e 1997 e nella Pasqua successiva, ha accolto l’adesione di 53 comuni e, successivamente di 70 comuni del territorio provinciale. Il ruolo dell’amministrazione provinciale consisteva nel sostenere parte dei costi per il personale impiegato per l’apertura ordinaria dei musei, che i comuni non riuscivano a coprire totalmente. Le amministrazioni comunali interessate, da parte loro, si impegnavano a garantire la percentuale della spesa rimanente, oscillante di solito fra il 25 e il 50 per cento. Il progetto Piceno da scoprire prevedeva in pratica l’organizzazione di visite guidate, appuntamenti musicali, itinerari artistici, nonché l’apertura serale di alcuni musei.
L’obiettivo della Provincia era allora quello di «realizzare, entro breve tempo, un museo diffuso a livello provinciale, in modo da creare occupazione stabile per i giovani» . Lo scopo perseguito era inoltre quello di creare una rete museale comprendente 21 pinacoteche civiche, 13 musei, 1 area e 2 parchi archeologici, senza tralasciare piazze, chiese, castelli, ville e, infine, alcune persistenze di archeologia industriale. Il sistema museale allora progettato avrebbe reso fruibili per tutto l’anno i beni culturali del territorio provinciale non sempre aperti al pubblico, favorendo, tra l’altro, posti di lavoro grazie alle risorse del Fondo Sociale Europeo (FSE).
Tramite l’FSE l’Unione Europea ha predisposto, in particolare nel periodo 2000-2006, finanziamenti rivolti alla formazione professionale. «Piceno da scoprire» è da considerare quindi un precoce tentativo - in gran parte riuscito se pensiamo al successo di pubblico – per la promozione e la valorizzazione del patrimonio culturale su scala provinciale che ha visto collaborare assieme moltissimi comuni, diocesi e enti privati, con la precipua finalità sociale della piena occupazione. L’esperienza attuata dall’amministrazione provinciale di Ascoli Piceno, che nel 2004 ha beneficiato anche dei fondi statali predisposti dall’Accordo di Programma Quadro, è emblematica delle attività precipue realizzate dai sistemi museali costituitisi successivamente nelle altre Province delle Marche: rendere fruibile al pubblico una consistente parte del patrimonio artistico presente sul territorio provinciale, non sempre facilmente e continuativamente accessibile .
Dopo la l. r. 6/1998, due associazioni di musei si realizzano su scala territoriale di livello provinciale: nel 1998 il Sistema museale della Provincia di Ancona e nel 2001 il Sistema museale della Provincia di Macerata. I due sistemi sono due casi emblematici della gestione in rete di musei verificatisi nelle Marche ai sensi della l. r. 6/1998, non soltanto i primi in ordine temporale, ma anche i più ampi e i più longevi, tuttora vivacemente attivi . Dei due sistemi provinciali, inoltre, è stata recentemente valutata la «forte attività di coordinamento» che hanno svolto nel tempo, nel senso che i due sistemi sono riusciti ad attivare progetti condivisi e realizzati da più soggetti.
Entrambi i sistemi sono stati attivati e promossi dall’amministrazione provinciale, e, in virtù di questo aspetto organizzativo, essi sono sempre presieduti da un rappresentante (amministratore o dirigente del settore competente) dell’ente promotore, che sovrintende i rappresentanti dei proprietari dei musei coinvolti, molto spesso dei comuni.
Entrambi i progetti, inoltre, prendono l’avvio in seguito a indagini, censimenti del patrimonio provinciale e studi di fattibilità coordinati dalle amministrazioni provinciali. La prima occasione in cui fu comunicata e organizzata la costituzione del Sistema anconetano è stata la Conferenza dei Musei per la costituzione del ‘Sistema Museale Provinciale’, del 1996, alla quale aderirono molti dei comuni che sarebbero poi divenuti soci. L’anno successivo la Provincia di Ancona ha commissionato all’ISTAO (Istituto Adriano Olivetti) uno studio di fattibilità finalizzato alla creazione della rete museale provinciale. L’indagine aveva l’obiettivo di valutare le potenzialità e l’impatto economico dell’iniziativa sul territorio e di individuare le modalità operative per l’attuazione della rete museale a partire dai primi gruppi di Comuni interessati.
Già a partire dal 1995, la Provincia di Macerata aveva avviato, in collaborazione con l’Università presente in città, un censimento sistematico e «molto intenso» dei beni culturali del territorio provinciale , che ha portato alla stesura di una prima bozza di sistema museale provinciale.
Poco prima di attivare il sistema, inoltre, tra la fine del 2000 e l’inizio del 2001, la Provincia di Macerata aveva inoltre intrapreso un progetto di «schedatura analitica e sistematica» di tutti i luoghi di interesse culturale «suscettibili di essere inclusi nella organizzazione del Museo Diffuso» , redatto da Roberto Perna, coordinatore del Centro di Catalogo e Documentazione e sostenuto dall’Assessorato ai Beni e alle attività culturali della Provincia di Macerata. Tale ricognizione, a cui hanno partecipato molti dei Comuni che in seguito hanno aderito all’Associazione, ha costituito una decisiva fase preliminare e propedeutica alla realizzazione del sistema museale.
Sia la Provincia di Ancona, sia la Provincia di Macerata hanno creato un organismo ad hoc e hanno scelto di dotarsi dello status giuridico dell’Associazione, la personalità giuridica privata costituita da un insieme di persone - in questo caso di enti - che si riuniscono per perseguire un preciso scopo stabilito nello statuto. Aderiscono all’Associazione gli enti locali (Province, Comuni o Comunità Montane), alcuni soggetti privati (come Fondazione Bancarie o consorzi di gestione), ma anche le diocesi, come nel caso di Macerata .
Come si legge all’art. 4 dello statuto redatto dall’Associazione anconetana, ma simile in sostanza a quello dell’analoga Associazione maceratese, possono aderire al sistema tutti i proprietari, pubblici o privati, di collezioni storiche, artistiche, scientifiche, antropologiche e di interesse culturale cha abbiano già aperte al pubblico o che intendano allestire e rendere di generale fruizione, sia in forma permanente che stagionale, o limitata nel tempo .
In entrambi i casi la tipologia dei musei coinvolti nell’organizzazione sistemica è molto varia, così come la loro proprietà, che per la maggior parte è pubblica, e segnatamente comunale. I musei inseriti nel Sistema di Ancona sono infatti tutti civici, ad eccezione del museo di Scienze naturali «L. Paolucci» di Offagna che è di proprietà della Provincia; fra quelli appartenenti al Sistema di Macerata, invece, non mancano strutture private (come la Raccolta Archeologica e il Museo della Civiltà Contadina dell’Abbazia di Fiastra di Tolentino, o il Museo Palazzo Ricci Arte del Novecento di Macerata della Fondazione Cassa di Risparmio della Provincia di Macerata) o appartenenti ad enti ecclesiastici (fanno parte dell’Associazione anche molte chiese). È da segnalare comunque l’intenzione dell’Associazioni di Ancona di coinvolgere la diocesi, agevolando, con adeguate modifiche allo Statuto, l’ingresso nella rete dei musei diocesani .
Le motivazioni e le finalità espresse nei due statuti – peraltro molto simili fra loro, perché quello di Ancona è stato uno dei modelli per il sistema di Macerata – possono essere riassunte congiuntamente: fra gli scopi dei due sistemi infatti vi è, da una parte, la gestione «in forma coordinata o cooperativa» dei servizi per i musei e i beni mobili e immobili di proprietà pubblica e privata che «possono essere integrati funzionalmente alla organizzazione del sistema museale, secondo comuni standard»; dall’altra l’opportunità di offrire agli aderenti servizi di rete connessi alla promozione del patrimonio artistico e all’organizzazione di itinerari turistico-culturali che possano ampliare l’offerta culturale del territorio. È inoltre opportuno sottolineare, a questo proposito, come, in entrambi i casi, in tutte le iniziative volte alla valorizzazione e soprattutto alla promozione del patrimonio culturale, sia sempre stata sottolineata con grande attenzione la relazione fra i musei presenti nel territorio provinciale e il contesto urbano, territoriale e storico di cui sono diretta espressione. In questo senso, possiamo affermare che i due sistemi, al pari di altri progetti più piccoli di messa in rete di musei, hanno inteso e messo in pratica lo spirito contenuto nella legge n. 6/1998.
Tuttavia, nonostante l’estensione territoriale che riflette i confini dell’amministrazione provinciale, non tutti i comuni proprietari di musei presenti sul territorio di competenza della Provincia, di Ancona come di Macerata, partecipano al sistema. Molte amministrazioni comunali, proprietarie di musei importanti, ne rimangono volontariamente fuori. Ciò conviene presumibilmente perché l’adesione al sistema museale non è apparsa conveniente ai musei ben strutturati, dipendenti per lo più dal Comune stesso, e comprendenti, almeno, tra il personale impiegato, la figura del direttore (piuttosto rara, in Italia, soprattutto nelle realtà provinciali e nei musei di piccole dimensioni). L’adesione al sistema, infatti, comporterebbe per questi musei la perdita dell’autonomia gestionale, che passerebbe nelle mani dell’organizzazione comune.
Nel caso di Macerata, infatti, mancano fra i soci del Sistema alcuni comuni di media grandezza, come San Severino Marche, Tolentino, Cingoli, Apiro, Recanati, dove si trovano musei civici di una certa importanza. Tuttavia, come ha recentemente affermato il direttore dell’Associazione, Roberto Perna, negli ultimi anni il Sistema è riuscito a comprendere tutti i comuni della Provincia. Fra i comuni dell’Anconetano, invece, Ancona e Fabriano hanno accettato di aderire soltanto poco tempo fa, inserendo nel sistema soltanto un numero esiguo di strutture museali di loro proprietà. Continuano invece a rimanere distaccati da qualsiasi logica di sistema il comune di Jesi e quello di Sanigallia, nonostante i ripetuti inviti da parte dell’Associazione anconetana. Il coinvolgimento dei comuni più grandi avrebbe dato al sistema museale un maggiore respiro culturale. Essendo i depositari di un patrimonio maggiormente conosciuto e visitato avrebbero inoltre attirato i visitatori verso i musei meno rinomati. Questo è infatti quanto emerso durante una discussione in sede di Consiglio provinciale del giugno del 2000 . I musei di Jesi hanno un direttore e un personale impiegato a tempo indeterminato. Direttore di ruolo. Secondo il regolamento comunale della pinacoteca dei Musei Comunali di Jesi, classificata come ‘museo minore’ in seguito all’emanazione della l. 1080 del 22 settembre 1960, è il comune che si occupa del «mantenimento e del funzionamento» della Pinacoteca. Il comune di Jesi è fra i pochi, nel territorio della valle dell’Esino che possiede un adeguato staff di prrsonale tecnico scientifico per i suoi musei. Il comune di Jesi, avendo a disposizione per i suoi musei personale scientifico qualificato e in pianta stabile, ha valutato poco conveniente l’adesione all’Associazione del Sistema museale di Ancona, preferendo occuparsi direttamente del mantenimento e del funzionamento del Museo e del Pinacoteca comunale, come previsto nel loro regolamento . Pur mantenendo la gestione delle strutture museali e di gran parte dei loro servizi, il comune di Jesi partecipa comunque alle iniziative organizzate dal Sistema museale rivolte alla promozione, cartacea e on line. Caso particolare all’interno del Sistema Museale della Provincia di Ancona è il comune di Osimo, che, pur aderendo all’inizio del 2000, ha da poco deciso di recedere dall’Associazione, valutando più conveniente aderire, a partire dall’anno 2006 esclusivamente al Sistema Turistico Locale – Riviera del Conero .
Nella Provincia di Pesaro Urbino sono poche le aggregazioni in rete di musei locali: una delle motivazioni risiede certamente nel fatto che molti strutture museali di proprietà comunale si avvalgono di personale scientifico dipendente dall’amministrazione comunale stessa. È il caso, ad esempio della città di Fano, che alla direzione del Museo Malatestiano ha posto un funzionario di categoria D. un’eccezione riguarda la rete Musei partecipati che coinvolge infatti piccoli musei, per lo più demoantropologici, i quali per il fatto di essere dislocati in un’area montana, hanno potuto beneficiare dei finanziamenti previsti dalla cosiddetta legge per la montagna del 1997 .
Altre reti e sistemi che si sono costituiti ai sensi della l.r. 6/1998 e che sono stati agevolati dai finanziamenti previsti dalla l.r. 75/1997, possono essere tutti classificati come “territoriali”. Pochi sono, infatti, i progetti di messa in rete dei musei marchigiani caratterizzati da un “tema” (che definiamo “tematici”) o connotati in modo decisivo da una medesima tipologia delle strutture (intesi come “tipologici”). Le uniche eccezioni potrebbero essere costituite, per quanto riguarda i progetti “tipologici”, dalla rete dei ‘Musei Partecipati’ e dal progetto Archeoprovincia, che dal 2002 riunisce i musei e le aree archeologiche della Provincia di Pesaro-Urbino. Il primo, i Musei ‘Partecipati’, si configura come sistema tematico in quanto raggruppa esclusivamente musei e beni demoantropologici, di proprietà pubblica e privata, che testimoniano la cultura materiale e le tradizioni popolari del territorio. Una via di mezzo fra sistema tematico e sistema tipologico è costituita dal Museo Diocesano di Arte Sacra Intercomunale denominato Musei Sistini e promosso, a partire dal 1998, dalla Diocesi di San Benedetto del Tronto, Ripatransone–Montalto, con l’intento di realizzare una forma associativa fra ente ecclesiastico e enti pubblici dello stesso territorio per la gestione congiunta dei musei e dei servizi connessi. Esso, componendosi soltanto di musei d’arte sacra e di chiese, si configura quindi come sistema che possiamo definire “tematico-tipologico”, di matrice ecclesiastica, e legato, nello stesso momento, al “tema”, alla figura del papa marchigiano Sisto V .
L’adesione della Regione Marche ai programmi di finanziamento offerti dall’Unione Europea, fra il 1997 e il 2006 ha contribuito alla nascita di moltissime reti museali, per lo più di piccole dimensione e dall’estensione sovracomunale.
Alcuni investimenti attuati dal Docup «obiettivo 5b» hanno favorito l’istituzione e l’avvio di alcuni itinerari e reti museali in zone montane o collinari antecedentemente all’entrata in vigore, nel 1998, della legge a loro dedicata.
Nella Provincia di Ascoli Piceno, ad esempio, un finanziamento di quasi 100.000 € ha reso possibile il recupero e la valorizzazione dell’itinerario denominato Rocche e Castelli attuato dal Comune di Arquata del Tronto fra il 1997 e il 1998. U secondo esempio è l’atto preliminare per i successivi sviluppi del sistema museale della Provincia di Ancona è il finanziamento concesso alla Comunità Montana Esino Frasassi per il progetto di promozione di itinerari culturali del sistema integrato e itinerari archeologici, finalizzato alla valorizzazione delle potenzialità endogene della Comunità Montana e dei Comuni Contigui .
Per quanto concerne i finanziamenti concessi tramite i programmi del Docup «obiettivo 2b» il caso più significativo è rappresentato dalla rete Museipiceni.it, costituita nel giugno del 2003, dai comuni di Offida - il capofila - Ripatransone, Monterubbiano e Montefiore dell’Aso.
Il Museo Territoriale del Parco Nazionale dei Monti Sibillini, avviato del 2003 e gestito dall’Ente Parco è stato ammesso ai benefici dell’«obiettivo 2» ottenendo un cospicuo finanziamento .
Fra i progetti di rete che hanno beneficiato del cofinanziamento europeo è da segnalare anche Il Museo di rete: cultura ambiente tradizione tra il Fiastra ed il Chienti, che, dal 2005, riunisce tre Comuni della Provincia di Macerata (Loro Piceno, capofila del progetto, Serrapetrona e San Ginesio).
Oltre alle già ampiamente citate leggi di settore esclusivamente dedicate ai musei (l.r. 6/1998) e alle procedure di finanziamento alla cultura (l.r. 75/1997), interviene a favorire l’attivazione di progetti di messa in reti di musei, la l.r. n. 35 del 20 giugno 1997, la cosiddetta legge ‘sulla montagna’. Tale norma promuove lo sviluppo economico delle aree montane ha finanziato quella che può definirsi come la prima “rete” museale attiva nelle Marche, il progetto intitolato Leggere il territorio. Sia Leggere il territorio, sia l’analogo progetto intitolato la Valle dell’Arte, sono stati attivati grazie all’iniziativa delle Comunità Montane,

Dopo il "sistema museale" nella legislazione regionale

3. Dopo il "sistema museale" nella legislazione regionale

Grazie all’emanazione della l.r. 6/1998, il concetto di «sistema museale» compare nella produzione normativa della Regione Marche contestualmente all’espressione di «sistema del museo diffuso». Utilizzato dalla Regione sia nella normativa sia nei documenti di programmazione, il binomio «museo diffuso», sottintendendo un rapporto molto stretto tra musei e territorio è emblematico, tra l’altro, dell’attenzione rivolta alla tutela del patrimonio storico artistico dalla Regione, anche in rapporto all’urbanistica e alle politiche di pianificazione territoriale. È quanto possiamo rilevare, ad esempio, nel Piano di Inquadramento territoriale (PIT), il piano strategico adottato dalla Regione nel 2000, che indica «le linee fondamentali di assetto del territorio» che forniscano i presupposti per una corretta elaborazione dei programmi di sviluppo economico in linea con i contenuti del Piano Paesistico e Ambientale Regionale in riferimento «alla tutela e valorizzazione delle risorse culturali, paesistiche, ambientali e naturalistiche». Approvato dal Consiglio regionale delle Marche con delibera amministrativa nel febbraio del 2000, il PIT considera la valorizzazione degli ambienti della storia e della cultura come azione fondamentale per lo sviluppo e la «strutturazione» del territorio . A due anni di distanza dalla pubblicazione della l.r. 6/1998 sul «museo diffuso», il PIT prevede inoltre che l’istituzione di «strutture integrate a diverse scale territoriali» e la messa in rete di insediamenti storici, parchi, aree archeologiche, musei, biblioteche, teatri e altri luoghi della cultura, grazie anche a «intese e patti d’area», possano garantire la conservazione e la «rivitalizzazione degli insediamenti storici minori disposti sui rilievi collinari» .

3.1. Fondi statali e europei

Anche nell’ambito della programmazione negoziata, la Regione Marche concentra parte della sua azione relativa al patrimonio culturale sul ‘sistema museale regionale’. L’Accordo di programma quadro in materia di beni e attività culturali (APQ), stipulato nel 2004 fra il Ministero dell’Economia e delle Finanze, il Ministero per i Beni e le Attività Culturali e la Regione Marche, promuove l’organizzazione in sistemi per incrementare l’offerta culturale, per favorire la realizzazione di economie di scala e per predisporre, tra l’altro, una sinergia fra «attività connesse alla cultura e attività produttive» . All’interno dell’APQ, la realizzazione di reti e sistemi è presentata come «uno strumento diretto a ottimizzare la gestione di istituti e beni culturali». I progetti territoriali volti alla creazione del sistema devono inoltre armonizzarsi con la pluralità «dell’offerta del territorio» . Questi obiettivi generali sono in linea con le previsioni del PRS e degli altri documenti programmatori della Regione, ma sottolineano fortemente la dimensione economica e turistica.
Il sostegno economico proveniente dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali – per un totale di 11.332.026,00 € - si affianca al programma di investimento regionale già attuato o in fase di realizzazione tramite fondi europei (Docup obiettivo 2 per gli anni 2000-2006 e Fondo Europeo di Sviluppo regionale). I fondi stanziati dal Ministero vengono infatti ad integrare le limitate risorse regionali, cercando di «moltiplicarne gli effetti» .
Il programma di finanziamento ministeriale si articola in tre distinte linee di azione. La prima riguarda gli Interventi di integrazione della ‘filiera’ culturale ed individuazione di modelli sperimentali di gestione del patrimonio culturale. Considerati i positivi effetti della programmazione regionale incentrata sulla «logica del museo diffuso», che ha consentito di armonizzare, tramite le associazioni territoriali, le unioni fra musei con la fruizione di altri beni dell’offerta del territorio, la prima linea dell’Accordo di Programma Quadro intende incentivare il sistema culturale come «un insieme complesso di beni e servizi, strutturato e gravitante attorno alle ‘emergenze’ culturali, esteso alle altre componenti economiche e sociali potenzialmente interessate» (p. 15).
Fra i progetti ammessi ai finanziamenti del Ministero per i Beni e delle attività culturali è da segnalare quello relativo alla «promozione e sviluppo risorse storico/culturali/ Piceno da Scoprire», sviluppatosi nell’ambito della provincia di Ascoli Piceno. I finanziamenti statali indirizzati ai sistemi museali favoriscono non tanto un ente pubblico o un’associazione di enti locali, bensì un soggetto privato: Piceno da scoprire è infatti una società per azione, cui partecipano la stessa Provincia e Italia lavoro spa. Fra le molte esperienze di gestione in rete dei musei locali delle Marche, Piceno da scoprire attivato nel 1999 è stato quindi valutato come uno dei progetti più coerenti con le linee di programmazione regionale relative al «sistema del museo diffuso», volte alla realizzazione di nuove ed efficaci forme di gestione del patrimonio culturale regionale. Esso tuttavia riesce a risolvere soltanto in parte i problemi gestionali dei musei locali, dal momento che garantisce soltanto l’apertura di molte strutture museali durante le festività e nella stagione estiva.
L’obiettivo della seconda linea di interventi predisposti dall’APQ è l’integrazione e il completamento delle reti dei beni culturali, per rafforzare la logica del «museo diffuso». Il recupero strutturale e l’adeguamento funzionale dei beni culturali deve essere mirato a «migliorare l’accessibilità del patrimonio culturale e ad ottimizzare la fruizione delle collezioni musealizzate, nonché di beni inseriti in circuiti di visita». Si sottolinea infine l’ampio quadro di riferimento delle reti già attive o in via di ultima definizione. Al luglio 2004 si ricordano le quattro reti della provincia di Pesaro, le due di Ancona, le quattro di Macerata, le tre nella provincia di Ascoli Piceno, e, infine, le due interprovinciali relative al Parco dei Monti Sibillini. A proposito delle nuove erigende reti museali si precisa – in linea con quanto affermato fin dalle prime battute dell’APQ – l’importanza decisiva di individuare forme di partecipazione finanziaria locale, caratterizzando le nuove iniziative in maniera tale da aumentare l’appetibilità dei progetti.
Anche per i 22 interventi strutturali relativi a parchi e musei archeologici e naturalistici, previsti nella terza e ultima linea d’azione, risulta determinante la capacità di trovare forme di «cofinanziamento di parte locale, anche con integrazione di risorse pubbliche e private, nell’ambito della rete territoriale o tematica di riferimento» .
Oltre al cospicuo sostegno economico proveniente dal Ministero, un altro importante canale di finanziamento per i sistemi museali è costituito dai più recenti programmi comunitari, che hanno ovviato in larga parte alla carenza di fondi messi a disposizione dalla Regione.
Tra questi si distinguono, a partire dal 2004, i fondi provenienti dall’Interreg III, il programma di Iniziativa Comunitaria che favorisce la cooperazione fra regioni italiane, paesi della costa adriatica e dell’area danubiano-balcanica. La regione Marche partecipa in quest’ambito ad alcuni progetti mirati alla creazione di sistemi e reti utilizzando risorse pari a € 1.231.000,00 . Il progetto Rome, ad esempio, il cui capofila è la regione Umbria, intende valorizzare l’antica rete viaria dei Romani, coinvolgendo la regione Puglia, l’Albania, la Grecia, l’Austria, la Repubblica Slovacca, e l’Ungheria; Archeosites, coordinato invece dalla regione Molise, prevede l’elaborazione di programmi di intervento per la valorizzazione e la gestione dei parchi archeologici (in particolare, nelle Marche, è stato assunto come caso di studio il parco di Urbisaglia); Musanet, infine, è realizzato con i partners stranieri dei paesi dell’Adriatico orientale e promuove la realizzazione di una rete che favorisca «lo scambio e il trasferimento di buone prassi per la gestione di sistemi integrati di beni e attività culturali» .

3.2. Il secondo Piano regionale per i beni e le attività culturali (2005-2007)

Il primo Piano regionale per i beni e le attività culturali relativo al triennio 2000-2002, con proroghe e aggiornamenti annuali, è rimasto in vigore fino alla fine del 2004, allorquando la Regione ha emanato il piano successivo, approvato dal Consiglio Regionale con Delibera n. 160 del 21 dicembre del 2004. Secondo l’amministrazione regionale, l’applicazione del primo piano triennale e del decentramento di funzioni in esso contenuto, aveva dato alcuni buoni risultati, sfruttando al meglio le «potenzialità» del territorio .
Il secondo Piano regionale per i beni e le attività culturali per gli anni 2005-2007 ripropone sostanzialmente le stesse linee programmatiche e gli stessi obiettivi generali del precedente, soprattutto per quanto riguarda la necessità di organizzare in sistema l’offerta culturale regionale nel suo insieme. Il nuovo piano pone però maggiore attenzione ai problemi riguardanti la gestione dei musei. Nella premessa dell’ampio documento programmatico viene presentata l’urgenza e la necessità di impostare politiche regionali attente soprattutto all’aspetto gestionale del patrimonio storico-artistico, fondamentale per il «rilancio dell’immagine regionale nel suo complesso, con una spiccata matrice di promozione territoriale complessiva ed unitaria, che fonde i concetti di ‘bene’ e di ‘attività’ culturale all’interno di quell’idea di ‘museo diffuso’ che da anni costituisce la matrice dell’azione regionale di settore» . Il «museo diffuso» è presentato come «un’immagine» delle Marche, da promuovere come linguaggio unitario ed efficace. Per realizzarlo occorre attivare «iniziative coordinate ed integrate in grado di rendere incisiva la comunicazione e di razionalizzare la spesa» .
Nel nuovo documento di programmazione del settore culturale, la Regione ribadisce ancora una volta l’intenzione di coinvolgere sempre più, «in una logica di reale coordinamento», fra Enti, Istituzioni, Università, Associazioni, considerati «le forze vive» della comunità regionale che operano nell’ambito culturale .
Fra le novità contenute nel nuovo ciclo di interventi definiti nel secondo piano è la maggiore attenzione rivolta dalla Regione all’arte contemporanea e alla definizione dei compiti dell’istituendo Osservatorio Regionale per la Cultura, previsto dalla legge 75 del 1997 e già menzionato nel primo piano di settore . L’Osservatorio è un organismo che ha la funzione di coadiuvare l’amministrazione regionale nelle scelte di politica culturale, occupandosi di ricerca, documentazione e monitoraggio; deve inoltre favorire occasioni di studio e confronto, e predisporre progetti «strategici e innovativi» nel settore dei beni, dei servizi e delle attività culturali. Nel testo del Secondo Piano triennale l’Osservatorio viene presentato come «uno strumento irrinunciabile e non ulteriormente rinviabile della azione di decentramento» che possa controllare e valutare lo stato di attuazione degli interventi approvati e avviati con il sostegno regionale . Tuttavia l’Osservatorio venne istituito il 5 settembre del 2005 e iniziò la sua attività il successivo 19 ottobre.
All’interno del Secondo piano regionale, la nuova suddivisione degli obiettivi specifici, in regionali e provinciali, assente nel piano 2000-2002, dimostra l’importanza sempre maggiore riservata dalla Regione alle Province nell’amministrare il patrimonio culturale e in particolare nella creazione e nello sviluppo del sistema museale. La Regione deve, infatti, organizzare e promuovere il «sistema del museo diffuso»; dotare di «un grado minimo di efficienza ed efficacia» i musei presenti sul territorio regionale «con riferimento agli standard minimi di qualità del Documento ‘Criteri tecnico scientifici e standard per i musei’ (articolo 150, comma 6, d.lgs. 112/1998)»; stipulare intese con il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali tramite Accordi di Programma. Le Province, da parte loro, sono tenute a attivare e promuovere lo sviluppo di sistemi provinciali territoriali o tematici ; devono sostenere economicamente i musei perché possano raggiungere gli standard di qualità minimi (sempre in riferimento al d.lgs 112/1998); infine, sono tenute a sostenere progetti rivolti alla didattica museale che «pongano in relazione scuola e museo» .
A margine del piano del 2004 viene pubblicata l’indagine promossa dall’Amministrazione regionale relativa alle strutture museali presenti nella Regione di proprietà statale, comunale, privata, universitaria ed ecclesiastica. Essa include anche i sistemi e le reti museali già attive o che si andavano allora costituendo .

3.3. Formazione professionale

Dopo il 2000, la Regione sviluppa anche un grande interesse per il tema della formazione professionale.
In seguito all’Indagine ISTAT sui Musei delle Marche del 2000-2001, il Servizio Tecnico alla cultura della Regione Marche ha realizzato il documento I musei degli enti locali delle Marche verso gli standard di qualità – Primo rapporto sullo stato del personale e della gestione dei musei degli enti locali delle Marche (2002). Tale analisi, a conferma dei dati emersi qualche anno prima durante l’elaborazione del Primo Piano di Settore (2000-2002), ha evidenziato la grande e grave carenza di personale tecnico-scientifico qualificato all’interno della maggior parte dei musei marchigiani. Il rapporto redatto dal Centro Beni Culturali offre innanzitutto un primo, parzialmente negativo, giudizio sui triennio iniziale di applicazione della l.r. 6/1998, rilevando come essa sia stata «un pò trascurata», soprattutto dalla stessa Regione che non ha saputo impostare concretamente il funzionamento del «sistema del museo diffuso» . Una delle colpe maggiori dell’amministrazione regionale è stata quella di non aver svolto appieno il ruolo «fondamentale di raccordo» delle iniziative provenienti dal basso e, al contempo di non avere attuato un’efficace azione di «promozione unitaria» del sistema museale regionale. Secondo quanto emerge dal documento pubblicato nel maggio del 2002, la Regione inoltre non ha fornito un adeguato «supporto tecnico» agli enti locali, lasciando le Province e i Comuni privi di qualsiasi indicazione sulle forme migliori di gestione per le strutture museali di loro competenza.
La breve premessa sulla situazione riscontrata nelle province marchigiane, successiva, tra l’altro, alle nuove disposizioni per l’affidamento dei servizi locali privi di rilevanza industriale, introdotte dall’art. 35 della legge finanziaria del 2002, presenta i casi di sistemi e reti museali allora attivi sul territorio: in ogni Provincia sono presenti uno o più sistemi museali, di diversa entità ed estensione. In un paio di casi essi sono promossi dalla stessa amministrazione provinciale (come ad Ancona, Macerata e Ascoli Piceno) , in altri sono aggregazioni create da enti locali più piccoli in accordo tra loro, come comuni o Comunità Montane. Tra i sistemi individuati sono presenti anche distretti culturali, reti museali e reti archeologiche, senza tuttavia che venga presentata la distinzione di significato di tali accezioni.
Il testo redatto dalla Regione ipotizza inoltre, nella sua parte principale, una serie di «distrettuazioni in sistemi territoriali» di musei delle Marche. L’individuazione e l’ideazione di TOT cosiddetti ‘distretti’ suddivisi per Provincia ha coinciso inoltre con la formulazione di ipotesi per l’«ottimizzazione» delle figure professionali necessarie ai musei per espletare le loro «funzioni indispensabili» . Tale suddivisone è ripresa, qualche anno dopo, dall’ Indagine a campione su specifici profili di gestione dell’attività museale nella Regione Marche, realizzata dalla sezione regionale delle Marche della Corte dei Conti.
La Regione, recependo l’Atto di indirizzo sui criteri tecnico-scientifici e sugli standard di funzionamento e sviluppo dei musei, contenuto nel decreto del Ministro per i Beni e le Attività Culturali 10 maggio 2001, ha impostato un progetto che accomuna il problema della formazione del personale da impiegare nei musei e l’adeguamento delle strutture museali agli standard previsti a livello nazionale.
Utilizzando i finanziamenti del Fondo Sociale Europeo, l’Ente regionale marchigiano ha organizzato fra 2002 e 2003 il primo corso di formazione di personale qualificato (tecnico scientifico e della comunicazione museale), suddiviso in ore teoriche e tirocini formativi - definiti work experiences – da svolgere in diversi istituti culturali marchigiani. Già con la l. r. 6/1998 sul «museo diffuso», la Regione aveva avuto il compito di stabilire standard minimi di servizio e di occuparsi del personale dei musei, provvedendo al sostegno «tecnico-scientifico» dei vari sistemi subregionali, cercando di «prevedere le specialità mancanti» . Tuttavia, durante i primi quattro anni di applicazione della legge, l’impegno della Regione si è rivolto esclusivamente al sostenere economicamente i musei locali, attraverso le procedure previste nel Primo Piano di settore. Adesso, per la prima volta, considerando la forte e dilagante carenza di organici sia a livello comunale sia a livello provinciale, impiegati nei musei, la Regione intraprende un’azione volta a controllare, migliorare e creare un gruppo di ‘addetti ai lavori’ che possa garantire il buon funzionamento dei musei oltre il mero aiuto finanziario regionale.
Tuttavia, il termine del corso e del periodo dei tirocini formativi non ha coinciso con un vero e stabile sbocco professionale auspicato all’inizio del corso.

3.4. Printemps des museés

Fra i progetti attivati dalla Regione in favore dei musei riveste una certa importanza, perché evidenzia alcuni punti critici dei sistemi museali marchigiani, l’iniziativa denominata Printemps des musées, ideata dalla Direzione nazionale dei Musei di Francia. La Regione Marche nel corso del 2003 aderisce alla quinta edizione affidandone il coordinamento al Servizio Tecnico alla Cultura della Regione, che ha gestito i rapporti con i musei e ha curato la promozione dell’evento. La primavera dei musei marchigiana aveva consentito l’apertura e l’ingresso gratuito in più di settanta strutture, fra musei e luoghi di interesse culturale . Ripetuta l’anno successivo, l’iniziativa fu ampliata a centoventi musei aderenti . Il primo anno i visitatori sono stati più di 11.000, mentre la seconda edizione ha visto aumentata la partecipazione per un totale di quasi 100.000 persone.
Secondo quanto riportato da Marta Paraventi, allora responsabile Comunicazione e Musei del Servizio Tecnico alla Cultura della Regione, il progetto Printemps des museés ha ottenuto un «ottimo risultato» grazie «alla pianificazione mirata e a strategica della comunicazione dell’evento giunta a vari livelli di utenza in maniera diversificata» . All’iniziativa sponsorizzata dalla Regione hanno partecipato anche l’Associazione museale della Provincia di Macerata e quella della Provincia di Ancona. Per l’Associazione di Macerata, l’adesione al progetto regionale aveva il valore aggiunto di costituire un esperimento, un banco di prova di alcune scelte di gestione che di lì a poco essa avrebbe adottato. L’orario unico di rete, ad esempio, è stato attuato dall’Associazione museale della provincia di Macerata in seguito all’esperienza della Primavera dei Musei. L’Associazione si fa carico di parte delle spese per l’integrazione degli orari di apertura, affidando il servizio a cooperative. Il sistema museale, quindi, aiuta economicamente i comuni (o gli altri enti proprietari delle strutture museali) soci dell’Associazione, che non riescono a coprire con il loro personale gli orari di apertura stabiliti nel progetto. In tal modo il sistema riesce a garantire un’apertura coordinata, favorendo inoltre gli aspetti legati alla promozione. Nella primavera del 2003, aderendo al progetto regionale Primavera dei Musei, l’Associazione maceratese ha proposto un’apertura prolungata e gratuita delle strutture museali. In quell’occasione il Comune di Macerata conformò l’orario dei musei civici a quello previsto nel progetto di rete, concorrendo alla spesa per l’estensione dell’orario consueto soltanto per il 40 % del totale, e lasciando che il costo rimanente venisse integrato dall’Associazione Sistema Museale . Nello stesso periodo, la copertura di 352 ore aggiuntive all’orario consueto da parte dell’Associazione Museale della Provincia di Macerata ha permesso l’apertura straordinaria del museo di Villa Colloredo Mels di Recanati .
Il successo del progetto Primavera dei Musei, il primo esperimento realizzato dall’Associazione Museale di gestione in rete di alcuni servizi museali, ha posto le basi per le successive, analoghe iniziative di apertura coordinata dei musei organizzate dal Sistema Museale, denominate «Musei d’Incanto». La messa in rete di servizi comuni da parte dell’associazione di Macerata si limita quindi quasi esclusivamente all’apertura delle sedi museali in orari comuni prestabiliti. Dopo due anni di Musei d’incanto, la necessità che il Sistema museale dovesse allargare e incrementare l’offerta dei servizi comuni gestiti in forma coordinata, era ben chiara anche all’amministrazione provinciale.
Nel novembre del 2004, l’allora neopresidente della Provincia, Giulio Silenzi, presentando le Linee programmatiche di mandato della Provincia di Macerata, desiderava infatti che l’Associazione facesse «un salto di qualità» e che migliorasse non soltanto la gestione dei singoli musei, riducendone i costi, ma che realizzasse strutture e progetti per la didattica e la documentazione. Nell’ottica di «articolare la rete museale» e di creare un sistema con una reale suddivisione dei costi e dei servizi, Silenzi sottolineava l’importanza di individuare musei «Polo», che fornissero «servizi di qualità ad un determinato ambito territoriale, favorendo quindi la nascita di sottosistemi territoriali» .
Anche il Sistema Museale della Provincia di Ancona aveva già sperimentato programmi come quello della Primavera dei Musei, creando le condizioni perché i musei aderenti potessero offrire un’apertura prolungata e straordinaria. A differenza, però, del Sistema museale di Macerata, il progetto anconetano denominato Musei da Scoprire ha in parte coinciso anche con l’elaborazione di altri servizi come laboratori e servizi didattici, itinerari turistici e programmi di promozione collettiva.
Le principali attività dei due sistemi museali provinciali, i maggiori e più significativi della realtà marchigiana, sono rivolte quindi prevalentemente alla gestione dei servizi di apertura al pubblico dei musei aderenti. Essere e lavorare in rete significa quasi esclusivamente riuscire a rendere fruibili le strutture museali coinvolte, promuovendone, soltanto in alcuni casi, la loro conoscenza.
I sistemi e le reti museali delle Marche sono stati creati e organizzati per agevolare la gestione dei beni e per attingere più facilmente ai finanziamenti altrimenti inesistenti o difficilmente accessibili, ma prima di tutto per attirare un numero più alto di visitatori o incrementare il turismo (vista, tra l’altro, la mancanza in entrambi di un biglietto unico). Recentemente, infatti è da rilevare come, segnatamente per il caso del Sistema di Ancona, si sia sempre più cercato di ampliare il grado di integrazione delle strutture museali con altre risorse del territorio. La principale attività organizzata dal Sistema Museale di Ancona, denominata Musei da scoprire, suscita sempre più occasioni di approfondimenti eno-gastronomici, di itinerari turistici volti alla conoscenza dei luoghi.
Un caso che merita un’attenzione particolare nel panorama delle aggregazioni fra musei nelle Marche è quello relativo alla rete museale MuseiPiceni, che, al momento, riunisce i musei di quattro comuni nel territorio collinare non lontano dalla costa, in provincia di Ascoli Piceno: Offida, Montefiore dell’Aso, Ripatransone e Monterubbiano. A differenza delle maggiori è più longeve istituzioni provinciali, la rete museale picena, infatti, non si limita ad offrire servizi, di natura promozionale o gestionale. L’obiettivo principale del progetto MuseiPiceni è quello di Obiettivo primario è quello di dotare la rete di una direzione museale congiunta.

3.5. Conclusioni

La Regione Marche ha inteso istituire un ‘sistema museale regionale’ con un’apposita legge nel 1998 e ne ha promosso la realizzazione incentivando, in concorso con gli enti locali e talvolta con il sostegno economico dell’Unione Europea, la costituzione di molti subsistemi territoriali.
La cosidetta legge sul «museo diffuso», al pari dell’analoga normativa emanata poco prima dalla regione Lazio , rappresenta, secondo il giudizio di Jalla, un caso di «sicura eccellenza, pur rimanendo fondamentalemente isolato negli anni immediatamente successivi» . Secondo Jalla, infatti, una delle possibilità di risolvere la annosa questione della «contrapposizione fra i sostenitori del primato della tutela sulla valorizzazione e viceversa» si basa proprio su alcuni principi che stanno alla base dell’esperienza marchigiana: prima fra tutti una logica di sussidiarietà che tenda a integrare a livello locale tutela, valorizzazione e gestione, servendosi di un’ampia rete di musei – civici in particolare - «per costruire un sistema diffuso di presidi di tutela attiva del patrimonio» che deve essere garantito e sostenuto anche grazie al «contributo essenziale delle autonomie locali» .
Partito inizialmente con una legge regionale che è stata definita dall’Ufficio Studi del Ministero «idonea a generare convenienti effetti» , il progetto del sistema museale nelle Marche è da considerarsi realizzato solo in parte . Sebbene esistano significativi e apprezzabili progetti di messa in rete di musei a livello territoriale, di varia estensione e tipologia, il ‘sistema museale regionale’ non è mai stato realmente applicato se inteso come «un sistema operativamente unitario» cui partecipano tutte le raccolte e i musei presenti sul territorio.
Quella «integrazione» dei musei auspicata dalla Regione non è mai stata portata a termine a causa probabilmente della mancanza di un’effettiva collaborazione fra gli organi centrali e le autonomie, gli enti ecclesiastici e le università locali. È mancata infatti quella «codeterminazione dei programmi e dei modi di intervento» fra tutti i soggetti coinvolti a vario titolo nelle politiche di tutela e valorizzazione dei beni culturali, che era a fondamento della normativa del 1998. E’ mancata, inoltre, una precoce e continua attività di controllo e di monitoraggio delle iniziative finanziate dalla Regione, a causa del ritardo nell’attivazione dell’Osservatorio regionale per la Cultura, preventivata dalla Giunta fin dal 1997. Secondo il giudizio della stessa amministrazione regionale, l’attività dell’Osservatorio Regionale avrebbe costituito «un filo conduttore in grado di collegare le attività realizzate direttamente dalla Regione e quelle decentrate alle Province». L’Osservatorio è divenuto operativo soltanto nell’ottobre del 2005 e da allora eso viene indicato come lo strumento della nuova linea della cultura regionale, in quanto dovrà funzionare come organo in grado di consigliare e controllare la programmazione della Regione per i beni e le attività culturali.
Altro elemento da tenere in considerazione per una valutazione del progetto sul museo diffuso, è la diminuizione dei finanziamenti regionali per i beni culturali. Già a partire dall’emanazione del Secondo Piano regionale per i beni e le attività culturali del 2004, la Regione ha diminuito significativamente le risorse riservate alla cultura, fino ad arrivare a drastiche riduzioni degli ultimi due anni: per realizzare gli obiettivi contenuti nel primo piano triennale (2000-2002), l’ente Regione aveva stanziato 18 milioni di €, mentre, recentemente, per il 2006 e il 2007, è riuscita a metterne a disposizione l’ultimo aggiornamento del Piano, soltanto 3 milioni di € .
Nel 2004, la stessa amministrazione regionale evidenziava all’interno del secondo piano regionale per i beni e le attività culturali, la «contrazione delle risorse a disposizione del settore», tale da incoraggiare la Regione e gli enti locali nella sperimentazione e nell’attuazione di «forme di collaborazione tra diversi soggetti pubblici o di tipo pubblico/privato, finalizzate principalmente alla attivazione di nuovi canali di finanziamento delle iniziative, anche al fine di innescare alternative e proficue modalità di intervento» .
La sempre minori quantità di risorse finanziarie riservate dal bilancio regionale al settore cultura ha fatto sì che l’ente Regione andasse vieppiù perdendo quel ruolo di erogatore di contributi che si era attribuito per legge fra il 1997 e il 1998.
Questo è avvenuto - come è stato evidenziato recentemente in alcune analisi critiche sul «management» dei due Piani regionali fino ad oggi prodotti dalla Regione – soprattutto a causa da un alto dell’eccessiva «polverizzazione delle risorse» e, dall’altro, della «mancanza di meccanismi di feed-back rispetto alla programmazione regionale» .
Alla negligenza, per così dire, ‘amministrativa’ si devono inoltre aggiungere una carenza e una inadeguatezza delle strutture museali e del personale impiegato, più volte messe in risalto dalla stessa Regione , senza tuttavia riuscire a impostare concrete azioni per risolvere tali inefficienze.
Dopo un iniziale, positivo incremento di iniziative volte all’aggregazione in sistemi e reti di musei conseguenti all’emanazione della legge sul «museo diffuso», l’azione della Regione a sostegno dei sistemi museali si è andata affievolendo. Fin dai primi anni del 2000 la stessa Amministrazione regionale ha ammesso l’insufficienza dei provvedimenti attuati ai sensi della legge regionale n. 6/1998: molti documenti ufficiali prodotti dalla Regione stessa manifestano un’aperta autocritica che porterà, soltanto a partire dal 2006, ad una rinnovata attenzione al problema del sistema museale e archeologico da parte del governo regionale. A quasi dieci anni di distanza dall’emanazione della legge, il progetto del «museo diffuso» ritrova la sua centralità nelle politiche sui beni culturali della Regione. Il nuovo assessore regionale alla Cultura, Luigi Minardi, in carica da metà del 2006, ha infatti rilanciato l’idea del «museo diffuso» come strumento importante per il rafforzamento dell’identità regionale, ponendo la creazione e l’organizzazione di «sistemi» e «reti» fra gli obiettivi connessi al miglioramento dell’offerta culturale della Regione. Dopo che per oltre un decennio gli investimenti regionali sono stati finalizzati per lo più al recupero strutturale e funzionale dei musei, i recenti indirizzi della politica culturale dell’VIII legislatura regionale delle Marche sono stati rivolti soprattutto all’aspetto gestionale e al miglioramento dei servizi . Il «museo diffuso» viene presentato come «la matrice dell’azione regionale di settore» .
A partire dal 2006, gli sviluppi recenti della politica culturale della Regione Marche ritornano a privilegiare il sistema museale. La nomina del nuovo assessore alla cultura, Luigi Minardi, risalente alla scorsa estate, ha significato infatti un nuovo orientamento delle scelte culturali della Regione e ha inaugurato una nuova fase di grande fermento propositivo. L’assenza dalla scena politica regionale di Gino Troli, assessore alla cultura ideatore e sostenitore del progetto sul «museo diffuso», aveva in parte significato un sostanziale arresto delle attenzioni della Regione verso i problemi dell’organizzazione in rete dei musei locali. A partire dal 2000, infatti, all’assessorato alla cultura è mancata una guida motivata e competente che si prodigasse per la causa del miglioramento del sistema museale regionale. Lo stesso ex-presidente della Regione Vito D’Ambrosio, in carica per ben due mandati (dall’aprile del 1995 e l’aprile del 2005) ha recentemente riconosciuto la grave situazione in cui allora riversava l’assessorato alla cultura. Tale situazione lo costrinse infatti a prenderne in consegna la gestione e a mantenerne la delega durante la sua seconda esperienza presidenziale. Fino alla nuova legislatura, iniziata dopo le elezioni del 3-4 aprile 2005, D’Ambrosio si è occupato personalmente delle questioni regionali in materia di cultura, al fine di garantire «una strategia forte e complessiva, al massimo livello» .
Inoltre, il processo stabilito dalla l. r. 6/1998, invecchiato prima ancora di aver raggiunto una prima e piena maturità, è adesso, dopo quasi dieci anni, al vaglio di una commissione che deve decidere quale sia in definitiva la sostanza della norma sul «Museo diffuso» che può e deve essere trasmessa e inserita nel Testo Unico sui Beni Culturali della Regione. La preparazione della nuova norma ha fatto sì che la predisposizione e l’emanazione del terzo piano triennale per i beni e le attività culturali previsto dall’art. 4 della l. r . 75/1997, fossero dapprima rimandati - con proposta di atto amministrativo del 15 novembre 2005 - e in seguito revocati - con proposta di atto amministrativo del 21 settembre 2007. Nei documenti stilati dalla Giunta nel 2005 e nel 2007 al fine di presentare cambiamenti e aggiornamenti al Piano regionale per la cultura, sono presentati in maniera esplicita gli obiettivi e i criteri - «i principi ispiratori [...] le dichiarazioni programmatiche e le “parole d’ordine”» - della nuova politica culturale della Regione.
Per impostare un discorso conclusivo sulla politica della Regione Marche in materia di sistemi museali e sui suoi recenti sviluppi, risulta assai utile la lettura de Il Bilancio sociale della Cultura nella Regione Marche, realizzato dall’Osservatorio regionale per i Beni e le Attività culturali per conto dell’amministrazione regionale. Tale documento, pubblicato nell’ottobre del 2006, è lo strumento tramite il quale la Regione intende fare il punto sullo «sviluppo del settore in relazione agli indirizzi perseguiti dal Governo regionale», meditando anche sulle «criticità» relative all’attuazione dei due Piani di settore, il primo del 1999-2001 e il successivo del 2005-2007, al momento ancora in corso.
Per quanto riguarda le reti territoriali in vista della pubblicazione del bilancio sono state effettuate due analisi, una di tipo «quantitativo» e l’altra di tipo «qualitativo». Per la prima è stato indicato il numero di reti presenti sul territorio, per la seconda sono stati considerati aspetti legati alla funzionalità delle reti stesse. Da questo punto di vista le reti possono essere classificate in «reti promozionali», «reti gestionali», «reti strumentali» oppure «reti tra pari (simmetriche) o asimettriche» . Le «reti promozionali» sono quelle che condividono servizi rivolti soprattutto al miglioramento e all’incremento delle attività di promozione e di «valorizzazione reciproca sul mercato»; le «reti gestionali» puntano invece sulla realizzazione di economie di scala unificando alcuni servizi e risorse; le «reti strumentali» sono semplici unioni fra musei spesso sbrigative e di breve durata, volte esclusivamente al reperimento di fondi altrimenti difficilmente accessibili senza una coalizione o la presenza di un obiettivo comune. Tale tipologia di rete, che accomuna solitamente un nucleo ristretto di enti locali, è la più diffusa sul territorio regionale, grazie soprattutto agli ingenti finanziamenti messi a disposizione dall’Unione Europea. Proprio per la loro grande diffusione esse rappresentano i casi emblematici e di maggiore criticità del sistema museale marchigiano: alla ristrutturazione e all’apertura delle strutture museali con i fondi europei, non sempre corrisponde una volontà, sia da parte del capofila del progetto, sia da parte di ogni singolo aderente, di avviare una efficace gestione ordinaria dei musei coinvolti .
Quello che è emerso relativamente ai progetti in rete di tal genere (15 al momento in fase di conclusione o appena chiusi) è la necessità di effettuare un «monitoraggio sulle effettive capacità gestionali delle diverse reti, anche per valutare la loro ricaduta occupazionale e le eventuali economie di gestione derivanti dalla attivazione di reti» . Tali indicazioni lasciano sospeso, anche se soltanto rimandato, un giudizio critico da parte della stessa Regione sull’operato delle reti museali attive o in fase di attivazione sul territorio regionale.
Molti sono i dati presentati nel documento prodotto dall’Osservatorio regionale relativi ai 344 musei delle Marche e al sistema museale regionale, il cosiddetto «museo diffuso»: quest’ultimo, in particolare, viene presentato come il mezzo per il rafforzamento dell’identità regionale, mentre la creazione e l’organizzazione di «sistemi» e «reti» sono sempre fra gli obiettivi connessi al miglioramento dell’offerta culturale della Regione, nei suoi vari aspetti, in vista di una sempre maggiore integrazione con le attività «produttive, in particolare il turismo» . Questa volta, però, alle intenzioni teoriche dovranno seguire reali e positive attuazioni pratiche guidate e sostenute, non soltanto finanziariamente, dall’ente regionale. La situazione attuale infatti è caratterizzata da una forte e decisa spinta ‘dal basso’: le iniziative che maggiormente suscitano un giudizio positivo e dimostrano una certa vitalità sono quelle portate avanti dagli enti locali, di media e piccola entità. Attualmente sembra inoltre superata la situazione frammentata rilevata dalla stessa Regione nel 2002 . Molti comuni hanno aderito alle associazioni istituite dalle Province e altre piccole realtà di musei in rete hanno consolidato la loro struttura. In base ai sondaggi, approfonditi ma non certo esaustivi, effettuati per questa ricerca, è possibile segnalare il caso della rete museale MuseiPiceni come l’unico in grado di favorire una gestione ordinaria dei musei aderenti. Il progetto dei MuseiPiceni infatti è una delle poche reti territoriali delle Marche in cui l’aspetto gestionale emerge come problema prioritario da risolvere attraverso la realizzazione di una direzione scientifica unica che garantisce e sovraintende alla gestione integrata di tutta la rete museale, coordinando la messa in rete delle risorse gestionali (umane, finanziarie e strumentali).

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Dossier a cura di IRENE AMADEI

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