Dossier Regione Abruzzo

Prima del "sistema museale" nella legislazione regionale

Introduzione

Nel 1999 compare per la prima volta l’espressione «sistema museale» nella normativa della Regione Abruzzo grazie all’approvazione della legge regionale n. 61 del 9 agosto 1999 recante Salvaguardia e valorizzazione dei beni culturali e organizzazione in sistema dei musei locali . Ciò avviene dopo che dal 1972 al 1992, per venti anni, il settore dei musei era stato disciplinato dalla medesima norma varata nei primi anni Settanta che disponeva il trasferimento di funzioni e compiti amministrativi agli organismi regionali . La Regione Abruzzo si caratterizza per l’assimilazione di aspetti dalle Regioni confinanti: dal Lazio, dalle Marche e dall’Umbria, da cui vengono mutuate di volta in volta diverse caratteristiche e iniziative. Per comprendere il modo in cui viene declinato il concetto di ‘sistema museale’ nella normativa regionale e per verificarne le applicazioni è utile quindi ripercorrerne le presenze nella legislazione, negli atti della programmazione concordata e, dove possibile, nelle applicazioni reali.

1. Prima del "sistema museale" nella legislazione regionale

Con il d.P.R. n. 3 del 1972 veniva varato il trasferimento delle funzioni amministrative in materia di «musei e biblioteche di enti locali» dallo Stato alle Regioni. A tale decreto fece seguito l’emanazione, nel 1975 e nel 1977, di altre due norme – una seconda legge delega e un secondo decreto – che dovevano indicare modi e linee per completare il trasferimento dall’amministrazione statale a quella regionale delle suddette funzioni per «settori organici». Non si individuano nelle norme emanate dalla Regione Abruzzo in questi anni indicazioni di messa a sistema dei musei. Anzi queste ultime sono quasi assenti dalla legislazione tranne che in alcuni rari casi in cui, però, non sono trattati come soggetti specifici della norma, ma rientrano genericamente nel patrimonio culturale.
Nel 1972 la Regione Abruzzo emanava prestamente una norma di recepimento del DPR 3/1972 che determinava un primo adeguamento alla normativa nazionale . La legge 26/1972 aveva l’obiettivo minimo di regolamentare l’«esercizio delle funzioni trasferite» in attesa di una più organica legge di settore, che avrebbe dovuto essere emanata di lì a poco . Più precisamente, con questo atto venivano riconosciute al Consiglio regionale funzioni decisionali in materia di «orientamenti programmatici» degli enti culturali di competenza regionale e di stanziamenti finanziari (art. 2); mentre alla Giunta regionale venivano attribuite funzioni di carattere esecutivo e di «vigilanza» sulle mostre (art. 3). La norma di settore però non venne varata e negli anni successive furono approvate leggi che prendevano in considerazione il tema dei musei solo in maniera incidentale.
Nel 1979 fu approvata una seconda legge relativa al settore culturale, che si occupava soprattutto di regolamentare il tema della promozione delle attività culturali, ambito che peraltro era stato esplicitamente riconosciuto alle Regioni solo a partire dal d.P.R. 616 del 1977. La legge Norme sulla promozione culturale agiva in due direzioni. In primo luogo ampliava l’ambito di azione della Regione nella misura in cui recepiva la disposizione dell’art. 49 del D.P.R. 616/1977 in materia di trasferimento di funzioni amministrative relative alle attività delle «istituzioni culturali di interesse locale» legate alla sfera di produzione e ‘consumo’ culturale. La promozione della cultura era concepita nel senso dello «sviluppo della persona umana» nella prospettiva più ampia del «progresso civile e culturale della Comunità abruzzese» (art. 2), espressa con un lessico che riecheggia il dettato costituzionale. Ma sopratutto va sottolineato che la promozione della cultura, trovava nella «conoscenza», ovvero nella realizzazione di un «catalogo», la prima linea di intervento chiaramente indicata dal testo .
Inoltre per il coordinamento delle attività culturali in generale e per mettere in collegamento l’istruzione e l’ambito scolastico da un lato, i luoghi della cultura dall’altro, venivano indicati i Centri di Servizi Culturali, concepiti come organismi operativi alle dirette dipendenze della Regione . La promozione della cultura quindi veniva impostata sulle solide basi della costruzione di un catalogo dei beni presenti nella Regione e sulla connessione tra i Centri, intesi come strutture capillarmente diffuse sul territorio e molto vicine ai cittadini.
L’attribuzione alla Regione del coordinamento dei Centri, dei luoghi della cultura popolare, dei musei e biblioteche determina però l’‘allineamento’ dei musei ad altri enti culturali. Pertanto in questo assetto amministrativo i «musei e le biblioteche» sono concepiti al pari di emeroteche, cineteche, fototeche e quant’altro come una delle tante tipologie istituzionali, che è compito della Regione curare nell’assetto e nel potenziamento . Questi due aspetti, allargamento delle competenze regionali e concezione paritaria di musei ed altri enti culturali, caratterizzavano quindi l’operato della Regione Abruzzo di questi anni. Ciò corrispose però ad una politica molto poco impegnata sul fronte dei musei sia riguardo alla spesa effettiva, sia riguardo agli interventi normativi e istituzionali .
La medesima legge del 1979 disponeva anche la formazione della Consulta regionale per la cultura con funzione propositiva e consultiva rispetto alle decisioni della Regione. Della Consulta veniva limpidamente indicata la composizione, selezionando con precisione rappresentanti di tutte le componenti sociali e culturali rintracciate sul territorio. La medesima norma disponeva anche l’impiego di due strumenti di programmazione: il Programma pluriennale regionale che è parte del Programma Regionale di Sviluppo e la redazione annuale del Piano Regionale che doveva indicare gli obiettivi e le azioni concrete programmate per l’anno successivo.
Queste disposizioni normative degli anni Settanta indicavano una notevole precocità da parte della Regione Abruzzo nel cogliere le opportunità di sviluppo culturale messe a disposizione dalla normativa nazionale tramite il controllo delle istituzioni culturali locali soprattutto nell’ambito della promozione culturale. Per utilizzare queste opportunità l’Abruzzo cercava di collegare in maniera molto stretta l’ambito educativo e scolastico con quello delle istituzioni culturali tradizionali – musei e biblioteche –, ma anche con le nuove forme di produzione culturale che all’epoca si stavano evolvendo e risultavano essere più vicine al bisogno di istruzione e cultura anche delle classi meno elevate, come appunto emeroteche, cineteche, fototeche. Ma soprattutto i Centri per i Servizi Culturali avevano la funzione di agevolare il passaggio di contenuti culturali tra istituzioni e settori della società anche molto diversi.
Va ricordato inoltre che mentre la presenza dei musei nella normativa era sporadica e quasi incidentale, il settore delle biblioteche di ente locale o di interesse locale era stato invece precisamente disciplinato da una norma di settore . Nel 1977 veniva infatti approvata una legge che regolamentava «l’istituzione, lo sviluppo e il coordinamento» delle biblioteche. In questo ambito il ruolo della Regione era di primaria importanza e puntava alla creazione di un «servizio bibliotecario regionale, articolato in sistemi comprensoriali» .
Nell’organizzazione di questo «servizio» era prevista una stretta collaborazione tra Regione ed enti locali. In particolare era esplicitamente indicata la possibilità per gli enti locali di associarsi per dare vita a «sistemi bibliotecari». La loro estensione poteva essere a carattere comprensoriale oppure a carattere urbano, se dislocata in Comuni con un numero limitato di abitanti . Questo tipo di ordinamento era possibile per le biblioteche soprattutto per due motivi: in primo luogo perché le Soprintendenze ai beni librari erano state trasferite dallo Stato alle Regioni con la conseguente attribuzione di risorse umane e strumentali a queste ultime. In secondo luogo perché la tipologia istituzionale della biblioteca è più uniforme rispetto a quella del museo, soprattutto in ragione degli oggetti conservati nelle une e negli altri.
Occorre però sottolineare che l’ organizzazione dei sistemi bibliotecari con una sede con funzione di ‘centro decisionale’, l’importanza primaria della dimensione del servizio al pubblico, la definizione delle caratteristiche ‘minime’ del servizio da erogare sono aspetti che torneranno negli anni Novanta per i sistemi museali.
Negli anni Ottanta la Regione cercava anche di utilizzare il turismo per il proprio sviluppo economico considerando soprattutto in questa prospettiva la valorizzazione culturale e museale. Dopo che, nel 1974, erano state istituite Commissioni Provinciali, composte da sei rappresentanti a livello locale con il compito di valutare le capacità “tecniche” delle guide turistiche , nel 1980 veniva emanata una Normativa organica sul turismo per la quale l’impegno finanziario preventivato della Regione sarebbe stato di quasi un miliardo (art. 48). Con questa legge la Regione mirava ad aumentare e migliorare l’offerta turistica mediante specifiche iniziative ed incentivi, tra cui anche facilitazioni per gli ingressi ai musei (art. 40). A questa linea di promozione turistica, si aggiungevano anche i contribuiti regionali per un’ampia gamma di interventi, «costruzione, ristrutturazione, trasformazione, restauro, realizzazione, ampliamento, ammodernamento ed adattamento» , da effettuare su musei e su molte altre infrastrutture di valore turistico-culturale. Oltre a questa norma del 1980, sette anni dopo ne fu formulata un’altra, dedicata specificamente alla regolamentazione dell’attività di guida turistica confermando l’attenzione della Regione alla valorizzazione culturale in stretta connessione con quella turistica . I musei rientrano quindi di nuovo in categorie ben più ampie, senza che sia rilevata una loro propria specificità.
In questo contesto negli anni Ottanta andava ad inserirsi la programmazione degli interventi straordinari sostenuti con finanziamenti di varia origine. Nel 1982 veniva approvato il Programma stralcio per la realizzazione di itinerari turistico-culturali, che andava a sommarsi agli interventi del prorogato Piano quinquennale 1976-1981 previsto per le regioni dell’Italia centro-meridionale . Più precisamente, questo Programma stralcio delineava otto direttrici nell’Italia meridionale e l’Abruzzo veniva inclusa in due di queste .
Purtroppo questo specifico intervento, come tutto il Programma stralcio non trovava immediata attuazione. Infatti già l’anno successivo un’interrogazione parlamentare posta ai Ministri del Mezzogiorno, del Turismo e dei Beni culturali poneva il problema del mancato impegno dei fondi ingenti messi a disposizione .
Nella stessa direzione, integrando le opportunità dei finanziamenti speciali e mirando a sostenere l’aspetto economico e occupazionale, nel 1989, la Regione portava a termine uno studio «sulle possibilità occupazionali nel settore dei beni culturali» che offrì l’occasione per compiere un censimento degli istituti museali . Questa constatazione servì alla Regione non solo per confrontarsi con le altre regioni più prossime, che avevano un numero di istituzioni museali molto superiore (il Lazio, senza Roma, aveva 51 musei, la Puglia 67 e le Marche 81), ma anche per evidenziare la relativa scarsità di musei rispetto alla media delle Regioni italiane. Il ‘numero’ dei musei sembra essere un fattore importante per la programmazione delle politiche delle amministrazioni locali in materia di patrimonio; naturalmente, pur essendo innegabile l’interesse di tale elemento per la programmazione delle politiche, è sostanzialmente vero che per gli addetti ai lavori tale informazione è sì importante ma ha un valore limitato, che è sempre necessario mettere i relazione con altri elementi, quali la consistenza delle collezioni, la storicità dell’istituzione, la sua interrelazione con il territorio, la sua gestione. Il ‘numero’ dei musei deve essere infatti tenuto presente in considerazione dell’obiettivo ma si nota che spesso è utilizzato dalle amministrazioni locali in maniera assoluta per decidere su come orientarsi nella gestione delle loro ‘risorse culturali’; è un dato facilmente comunicabile da parte delle amministrazioni ma anche assai aleatorio, in continuo mutamento e relativamente utile per una seria valutazione delle politiche, che deve quindi sempre essere correlato ad altre informazioni. Nel caso dell’Abruzzo questa constatazione numerica serviva all’amministrazione per prendere consapevolezza di un proprio ‘posizionamento’ in una sorta di classifica della concentrazione dei musei nelle singole regioni italiane.
Nei primi anni Novanta sembra crescere l’interesse per le condizioni dei musei sia a livello regionale, in rapporto all’indagine e al censimento voluto dalla Regione del settore museale, sia a livello nazionale, in considerazione dei tre progetti di legge che furono presentati tra 1989 e 1992 proprio sul ‘sistema museale nazionale’. L’Abruzzo non disponeva però ancora di una legge specifica per i musei e ancora faceva riferimento alla norma del 1979. Nel frattempo però la Regione si era dotata di una norma precisa sulle biblioteche e sui sistemi bibliotecari; aveva disposto finanziamenti per il settore turistico ed era stata inserita nelle direttrici dei percorsi turistico-culturali, come abbiamo già evidenziato. La legge del 1992, la 44/1992, Norme in materia di Musei di Enti locali o di interesse locale fu approvata in questo contesto di ripresa di interesse per i musei e non è forse un caso, allora, che nella sua relazione illustrativa compaia l’espressione ‘sistema museale’ . Questa norma del 1992 comporta un radicale cambiamento del quadro delineato dalle norme degli anni Settanta per tre fattori: l’accenno al concetto di «sistema museale», la relazione forte con il comparto turistico e l’introduzione del concetto non codificato di «bene museale».
In primo luogo è molto interessante notare che nella relazione illustrativa del disegno di legge si utilizza l’espressione «sistema museale» nel significato generico di «interazione programmata», intendendo così esprimere la necessità che i musei della Regione operassero in maniera coordinata e secondo linee condivise. Nonostante questa menzione significativa nella relazione illustrativa, però, nel corpo della norma non è ripreso o sviluppato tale concetto. Ancora nella relazione illustrativa si specificano sia gli enti che possono partecipare al sistema - istituti museali statali, locali, di privati e religiosi -, sia il fine a cui la norma punta, e cioè la creazione di un sistema museale «efficiente». Questa efficienza non è pensata però per i musei coinvolti ma veniva invece intesa come capacità di attrarre e rendere visibile e fruibile al turista la storia della Regione .
La legge 44/1992, inoltre, incentivava lo sviluppo della Regione attraverso la realizzazione di un sistema di comunicazione del patrimonio culturale che riuscisse a trasmettere in maniera chiara e semplificata alcuni aspetti della storia regionale: la storia antica attraverso l’archeologia e la storia recente attraverso la manifestazione delle culture popolari. In tal modo la categoria del ‘turismo culturale’ introduce una intersezione forte con il versante economico, ancora però presentato in chiave di sviluppo della cultura in senso lato .
A questa preliminare adozione della locuzione ‘sistema museale’ ed all’intersezione con il turismo, si aggiunga l’adozione del concetto di «bene museale», precedentemente assente dalla normativa delle Regioni italiane che invece è presente e ampiamente utilizzato in questa norma e sarà ripresa da altre norme di settore della stessa Regione Abruzzo .
Il risultato della combinazione di queste componenti si rintraccia nel tentativo di costruire una griglia classificatoria dei musei. Come espresso chiaramente nella relazione illustrativa, la Regione si ispirava ai principi di classificazione proposti dall’UNESCO nel 1985 e alla legge nazionale n. 1080 del 1960 . Nella legge 44/1992 veniva elaborata una classificazione dei musei in base alla «natura» e all’ «entità» delle collezioni, adottando criteri ibridi di tipo quantitativo e qualitativo: da un lato si indicava l’ampiezza in metri quadri della sede, riecheggiando anche il linguaggio della legge 1080 del 1960 che distingueva i musei in multipli, grandi, medi e minori, dall’altro si fissavano livelli di «interesse», ovvero «regionale», «territoriale» e «locale» (art. 3), adottando parametri di classificazione non del tutto perspicui e di non facile applicabilità .
Inoltre, la norma introduceva la possibilità che la giunta favorisse la predisposizione di «idonei strumenti di informazione turistico-culturale» per favorire la «penetrazione turistica» presso le sedi più rappresentative della storia culturale abruzzese «al fine di indirizzare l’utenza secondo itinerari tematici». Questa aggiunta è molto interessante ai fini di questa ricerca per due motivi: innanzi tutto perché dimostra la forte intersezione della pianificazione in ambito culturale con il settore turistico; poi per l’introduzione di una metodologia di analisi del territorio proveniente dall’ambito economico. Tale metodo consiste nel tentativo di organizzare il territorio, individuando al suo interno ‘linee tematiche’ che possano consentire una ‘penetrazione’ dei flussi turistici verso alcune sedi museali. Questa concezione fortemente rivolta a funzionalizzare il patrimonio per fini turistici contrasta con la concezione del 1972 che mirava al «progresso civile e culturale della Comunità abruzzese» e a dotare il territorio in maniera capillare ed uniforme di centri di servizio per la cultura che integrassero educazione, istruzione e produzione culturale. Qui la prospettiva sembra invece quella di semplificare il profilo del territorio per renderlo più chiaro e comprensibile, dunque più facilmente avvicinabile, a chi di quel territorio sa molto poco: il turista. Ed è importante sottolineare che lo strumento di questa facilitazione è proprio il tracciato di itinerari. Una conferma di questo orientamento è data dalla stessa Regione che, con una visione retrospettiva, alla fine degli anni Novanta, prendeva consapevolezza del fatto che, negli anni precedenti, il museo era stato configurato non «quale fine, ma quale mezzo di sviluppo culturale, sociale ed economico, coordinando in una visione unitaria le concorrenti competenze statali (tutela e consulenza tecnico-scientifica), regionali (programmazione e valorizzazione) e locali (gestione), e coinvolgendo al concorso finanziario i titolari dei musei» .
Gli strumenti di programmazione predisposti della legge 44/1992 risultano essere di vario tipo: con il Piano annuale degli interventi la Regione destina i finanziamenti diretti, indicandone la partizione; con i programmi pluriennali vengono disposte le linee generali che poi vengono annualmente rimodulate nei piani annuali (art. 8).
I compiti di musei ed enti locali rientrano in una linea più tradizionale. I compiti dei musei consistono nel garantire la conservazione delle raccolte, nel curare la conoscenza e assicurare la fruizione. Agli enti locali è attribuito il compito di assicurare il funzionamento dei musei ed è consentito associarsi per la gestione dei musei e dei loro servizi (art. 6). In questo quadro la Regione svolge un ruolo di coordinamento, vigilanza e controllo: descrive linee di metodo per il censimento e la conservazione, ma soprattutto elabora il Piano annuale con cui vengono stabiliti i finanziamenti da concedere alle singole istituzioni. Sono previsti due strutture di supporto: il Comitato Tecnico-Scientifico per i Beni Museali, a cui viene dato il compito di esprimere pareri e indicazioni ad esempio sull’ammissibilità a finanziamento delle strutture museali e più in generale sull’attività che la Regione intenda svolgere o semplicemente sostenere; ed il Centro Regionale Beni Museali, ufficio operativo con competenze in tema di conservazione, conoscenza e valorizzazione del patrimonio museale e che opera in base ad un piano annuale delle attività approvato dalla Giunta Regionale .
Oltre ai consueti modi del finanziamento diretto erogato dagli enti di riferimento, è contemplata anche la possibilità di organizzare forme di collaborazione e di costituire associazioni con altri enti pubblici e con privati.
La Giunta regionale rilascia la «dichiarazione dell’interesse locale» con cui un museo viene formalmente inserito in una categoria fissata per legge (art. 9): in tal modo la dichiarazione d’interesse è funzionale all’inserimento dei musei in una classificazione, che ne indichi dimensione, ampiezza e potenzialità di sviluppo.
L’intento generale di questa norma rispondeva comunque alla necessità di incrementare e razionalizzare il numero dei musei principalmente favorendone la riapertura e non la creazione ex novo. Va anche notato che soprattutto nella relazione illustrativa è ribadita più volte l’intenzione di evitare il «proliferare» dei piccoli musei, considerati ininfluenti e inefficaci per una promozione turistica del territorio e soprattutto antieconomici rispetto alle loro capacità attrattive .
In questo modo cominciava a prender vita l’idea dell’organizzazione di un «sistema museale» proprio negli anni in cui il medesimo argomento aveva un rilievo nazionale per l’istituzione della Commissione ministeriale guidata da Luigi Covatta che, sulla base di un’analisi della situazione dei musei italiani, nel 1992 avrebbe presentato un disegno di legge per il «sistema museale nazionale». È dunque sintomatico che in questi stessi anni riecheggi a livello regionale questa espressione, anche se poi gli esiti e le accezioni ad essa attribuite variano da caso a caso.
Negli anni immediatamente successivi si rintracciano anche tentativi concreti di attuazione della norma, almeno per quanto riguarda la prima fase della classificazione.
Dal 1993 fino al 2004 veniva inserito annualmente nel bilancio regionale un capitolo di spesa riservato agli oneri derivanti dall’applicazione della legge 44/1992 ; intanto nel 1994 un’altra norma di carattere finanziario disponeva fondi aggiuntivi regionali e precisava modi e tempi dell’istruttoria valevoli ai fini del conseguimento dei fondi . In tal modo la Regione si faceva direttamente carico del sostegno finanziario di alcuni intereventi diretti: non solo l’acquisizione di nuove collezioni, ma soprattutto il finanziamento di impianti di allestimento per alcuni di musei . Inoltre la Regione si faceva anche carico del finanziamento dell’istituzione del Centro regionale per i beni museali, che avrebbe dovuto anche provvedere alla catalogazione dei beni dei musei e alla creazione di una banca dati dei beni culturali della Regione. Altro importante compito era la concessione di finanziamenti a musei classificati secondo le indicazioni della legge del 1992.
È interessante notare che nella relazione illustrativa della norma a carattere finanziario del 1994 (L.R. 66/94), come già nella norma di settore del 1992 (L.R. 44/92), viene esplicitata la finalità di realizzare una «rete museale integrata a livello regionale»: anche in questo caso circola l’idea del ‘mettere insieme i musei’. Essa trova espressione ora nel termine «sistema», ora invece nella parola «rete», ma senza una precisa valenza classificatoria o giuridica. Non si elaborava dunque ancora una esplicita politica in materia di sistemi museali, ma da un lato cominciava a diffondersi il concetto – o la retorica – del ‘fare sistema’, dall’altro però si agiva direttamente sul funzionamento dei musei che fossero stati riconosciuti come tali.
La combinazione della legge di settore del 1992 con la finanziaria del 1994 ebbe comunque il risultato di sviluppare in modo più consistente l’attenzione pubblica per i musei. Con l’introduzione del riconoscimento regionale come condizione imprescindibile per ottenere benefici finanziari , i musei abruzzesi riconosciuti di interesse locale aumentarono considerevolmente da ventisette a sessantasette . Questi istituti si attivarono per poter usufruire dei finanziamenti messi a disposizione; questo avvenne nonostante pochi anni prima la Regione nella relazione illustrativa della legge del ‘92 esprimesse con chiarezza l’intento di valorizzare il patrimonio museale esistente e non tanto di incrementare il numero di istituti in cerca di risorse.
Negli stessi anni Novanta la Regione Abruzzo, dovendo far fronte ad una situazione di forte criticità economica e occupazionale, puntò all’utilizzo dei Fondi Strutturali comunitari. Il buon uso di questi Fondi infatti permise di passare dalla condizione di Regione Obiettivo 1 del primo triennio (1994-1996) alla condizione di Obiettivi 3 e 4 nel secondo triennio (1997-1999). Questo positivo mutamento di condizione ha determinato però anche una difficoltà nella programmazione degli interventi in quanto la Regione ha dovuto modificare necessariamente le proprie azioni e priorità operative, mostrando nel periodo successivo una difficoltà di riprogrammazione e un sostanziale ritardo rispetto alle altre regioni .
Negli anni successivi non si colgono notevoli cambiamenti nella gestione del patrimonio museale abruzzese. Al contrario di altre regioni, in cui Comuni e Province si fanno subito promotori di iniziative di messa a sistema in maniera autonoma dall’ente regionale, nel caso abruzzese invece non si percepisce il medesimo dinamismo a livello sub-regionale. È infatti di nuovo la Regione che interviene nella materia dei musei e specificamente dei sistemi museali alla fine degli anni Novanta.
Nel 1998 il ‘nuovo’ Programma regionale di sviluppo (PRS) si apre con la positiva constatazione dell’avvenuto superamento da parte dell’Abruzzo della situazione di Regione Obiettivo 1: la prospettiva è dunque quella del consolidamento dei risultati conseguiti, che passa attraverso il riconoscimento dei «sistemi locali». Con questa espressione sono solitamente riconosciute «le risorse della varietà di territori connotati da valori ambientali, agglomerazioni industriali, insediamenti della ricerca, attività mercantili, produzioni agricole pregiate, strutture turistiche, patrimonio storico-artistico». Ciò significa che tutte le caratteristiche del territorio vengono prese in considerazione in questa nuova programmazione che vede nel settore turistico e nella tematica ambientale due fattori caratterizzanti l’atteso sviluppo economico: si ritiene però che nonostante l’«importanza del patrimonio storico artistico» la Regione debba «ancora esprimere tutte le sue potenzialità, sia come fattore d’offerta turistica che come risorsa per la produzione di cultura» .
In questa ricognizione dei «sistemi locali» la componente culturale è solo una delle tante caratteristiche assieme a quelle di altro tipo,come ad esempio quella industriale, commerciale o ambientale. In questa prospettiva i beni culturali costituiscono un tramite per arrivare a realizzare un obiettivo a loro ‘esterno’ o comunque non del tutto coincidente con essi, corrispondente allo sviluppo economico della Regione. Tanto è vero che, proprio nel PRS, il recupero dei centri storici minori, così come anche la realizzazione del Centro regionale per i beni culturali, sono azioni rese necessarie dalla volontà di sviluppare le aree urbane , soprattutto quelle di medie dimensioni; così come si fa rientrare nel settore «turismo» la necessità di «valorizzare» i beni culturali .
Nell’ambito del programma «Ambiente e sviluppo» del PRS rientra il sottoprogramma «Beni culturali» che è di estremo interesse perché menziona, ben prima della legge del 1999, lo strumento del «sistema museale». Il contesto in cui questo concetto è citato è appunto quello del programma regionale di sviluppo del 1998 in cui i beni culturali vengono considerati in funzione dello sviluppo turistico della Regione: in questa prospettiva allora la «valorizzazione» mira ad aumentare la «attrattività»; la cooperazione transregionale mira ad inserire l’Abruzzo in più ampi circuiti turistici per conseguire «importanti economie di scala»; l’incentivazione dei servizi è finalizzata a esigenze leggere e di divertimento («crescente domanda di tempo libero»). Questo quadro, che utilizza il patrimonio storico–artistico come attrattiva turistica ai fini dello sviluppo economico, mirava anche a suggerire interventi che comportassero «maggior visibilità e ritorno» .
Tale formulazione delinea quindi un quadro in cui gli interventi sui beni culturali sono concepiti non in funzione della conoscenza dei beni, del loro recupero e mantenimento o dello sviluppo culturale in generale, quanto piuttosto in funzione dello sviluppo turistico e guardando soprattutto a mercati lontani: una visione sostanzialmente opposta a quella espressa dalle norme degli anni Settanta, che invece puntavano sui servizi educativi, sull’interazione con le scuole e con lo sviluppo della cultura.
Il «sistema museale» compare qui come azione da porre in atto per perseguire queste finalità ancor prima della legge organica del 1999 . Più precisamente il PRS 1998-2000 coinvolgeva Comuni e Comunità montane nella realizzazione di un non meglio descritto sistema museale regionale per il quale veniva messo a disposizione un finanziamento di 18.254 milioni di lire per il biennio 1997-1998 ; inoltre sempre per la realizzazione del “sistema museale” venivano stanziati per il medesimo biennio 86.160 milioni di lire, messi a disposizione però di Comuni di maggiori dimensioni, di enti museali e di centri di coordinamento dei musei .
Queste previsioni, di cui risulta difficile rintracciare gli esiti pratici, comportarono successivamente l’elaborazione di altri due atti: l’emanazione di una legge regionale per la definizione e la regolamentazione del «sistema museale» nel 1999 e la produzione, nel 2000, di un ulteriore atto, una Intesa istituzionale di Programma, volta a precisare le linee di attuazione del quadro teorico delineato dal PRS 1998-2000.
Nella successiva Intesa Istituzionale di Programma non si formulavano però misure specifiche e concrete per la realizzazione del primo obiettivo corrispondente alla «valorizzazione delle risorse storico-culturali e ambientali» ; pertanto la Regione Abruzzo non stipulò, in quell’occasione, alcun Accordo di Programma con il Ministero per i beni e le attività culturali, rimandando quindi l’attivazione di interventi concreti su musei e patrimonio. Invece veniva prevista la stipula di un successivo accordo di programma solo per il settore infrastrutturale dei beni culturali, che si concretizzava nel settore telematico . Si può ritenere che ciò avvenisse anche come conseguenza logica dell’impianto normativo previsto dagli accordi: la valorizzazione dei beni culturali nel quadro delineato dal PRS 1998-2000, infatti, doveva corrispondere soprattutto ad un aumento della presenza della Regione sui mercati del turismo internazionale e in questa ottica le risorse culturali valevano soprattutto come elemento di attrattiva. Dunque, proprio tenendo presente questo inquadramento concettuale, si capisce perché il sistema museale sia stato concepito per il miglioramento dell’offerta di servizi museali che poi si sia realizzato soprattutto sul piano della comunicazione attraverso le nuove tecnologie. Nei successivi atti di programmazione locale, inoltre, non erano previsti interventi a favore dei musei .

Comparsa del "sistema museale" nella legislazione regionale

2. Comparsa del "sistema museale" nella legislazione regionale

Nel 1999 compare per la prima volta l’espressione «sistema museale» nella normativa della Regione Abruzzo con l’approvazione della legge regionale n. 61 del 9 agosto 1999 recante Salvaguardia e valorizzazione dei beni culturali e organizzazione in sistema dei musei locali .
Tale norma era strettamente connessa anche ad altre iniziative legislative di pochi anni prima, che sono già state menzionate; ma soprattutto l’ampio spazio dedicato al concetto di ‘sistema museale’ nella legge del 1999 trova alcune anticipazioni in altri atti ufficiali. Nel 1997 la Regione dichiarava di voler riordinare il settore dei beni culturali e rivitalizzare la programmazione regionale, promuovendo il concetto di «musealità diffusa» di pari passo con un ampio recupero dei centri storici e dei «contenitori di assoluto pregio architettonico ad utilizzo museale».
L’uso di questa espressione proprio in questi anni risente dell’ampia fortuna che essa ebbe nella normativa della Regione Marche sul ‘museo diffuso’. Il Programma regionale di sviluppo fin dal dicembre del 1997 indicava nel «sistema museale» un modo per migliorare la qualità dei servizi informativi e per rendere più nota la Regione Abruzzo nei circuiti del turismo internazionale tramite la ‘divulgazione’ delle sue componenti storico-artistiche. In quegli anni però non si prevedevano concrete misure per mettere in atto questo concetto, che necessitava, d’altra parte, ancora di una compiuta formulazione normativa di livello almeno regionale. Inoltre nel 1998 si intendeva prestamente appropriarsi di funzioni e compiti trasferiti dal decentramento amministrativo disposto dalle leggi Bassanini, approntando la norma di attuazione del trasferimento .
La legge del 1999 si articola organicamente in sei titoli che regolamentano diversi aspetti istituzionali e organizzativi. In primo luogo si chiarisce che la Regione intende favorire la collaborazione tra tutti gli enti ai fini della «salvaguardia e valorizzazione» del patrimonio culturale «abruzzese» (Titolo I Finalità). Questa specifica aggettivale è molto importante in quanto indica l’opportuna delimitazione del campo di competenza avocato a sé dalla Regione Abruzzo, tanto più significativa se si prende in considerazione l’utilizzo del termine «salvaguardia» che, potendo essere considerato sinonimo di «tutela», potrebbe rendere non del tutto corretto il dettato normativo. In tal senso la Regione reclama una funzione di coordinamento e controllo plenari sul patrimonio collocato nel territorio regionale.
Un secondo aspetto da sottolineare è la pluralità di valenze attribuite al patrimonio culturale: non solo quelle tradizionali, di sviluppo culturale e sociale, ma anche quelle meno proprie di motore di sviluppo economico . Proprio in relazione a questa inusuale direzione di «valorizzazione sociale ed economica» sembra essere rivolta l’organizzazione dei musei e dei beni culturali regionali in sistema. Il «sistema museale regionale» viene infatti esplicitamente definito come un «valore aggiunto di specie culturale ed economica rispondente al generale interesse della Comunità» (art. 2, c. 1): quindi al ‘sistema museale’ in modo specifico, come a tutto il patrimonio culturale e museale della Regione, veniva attribuita una precisa utilità socio-economica oltre che culturale.
Il patrimonio culturale si configurava come articolato in due livelli dal punto di vista organizzativo. Le raccolte e i musei corrispondono ad un primo livello che costituisce il «museo diffuso». Il secondo livello è invece costituito dal «sistema museale regionale» che si configura come il risultato di una serie di interventi di riorganizzazione del patrimonio ‘in rete’. Più chiaramente, il «museo diffuso» si trasforma in «sistema museale regionale» in seguito ad una serie di operazioni realizzate dagli enti locali: all’acquisizione di conoscenza, all’esposizione ordinata dei beni e alla chiara comunicazione al pubblico, anche mediante l’organizzazione di visite e percorsi didattici . Questo è un passaggio molto significativo perché indica la volontà di trasformare un patrimonio presente, ma latente e poco conosciuto, in una coordinata culturale presente, nota alla cittadinanza e al pubblico.
La composizione di tale «museo diffuso» è quindi la più ampia e varia possibile: contribuiscono alla sua realizzazione non solo le raccolte e i musei locali di proprietà pubblica e privata, ma anche tutti i singoli «beni mobili e immobili di proprietà pubblica e privata, nonché i siti d’interesse archeologico, naturalistico o comunque culturale» che possano essere «integrati funzionalmente» nel sistema (art. 1, c. 6). Il «museo diffuso» non è dunque circoscrivibile a priori, ma potenzialmente include tipologie molto disparate di beni culturali. Questa apertura è molto interessante perché rende possibile un intervento molto ampio da parte degli enti locali ma, al contempo, sfuma il concetto di ‘museo’, rendendolo condivisibile anche con altre entità – beni mobili e immobili, percorsi e itinerari – che non rispondono alle caratteristiche più proprie del ‘museo’ riconosciuto.
Più precisamente le caratteristiche indicate nel testo normativo del «sistema museale abruzzese» possono aiutare a comprendere il taglio di politica culturale impostato dalla Regione. Come già anticipato, la partecipazione al sistema museale è aperta a beni mobili e immobili, musei e raccolte, senza che siano definiti con precisione i requisiti necessari per l’accesso al sistema. L’adesione risulta quindi libera e plasmabile a seconda delle opportunità: l’unica regola imposta dalla normativa per partecipare al sistema museale abruzzese è la definizione di una convenzione tra la Regione e gli enti titolari dei musei locali.
La volontà di collegare e connettere i beni presenti sul territorio si esplica nella formulazione di linee operative secondo cui l’organizzazione delle multiformi tipologie di beni è finalizzata alla costituzione di un sistema «operativamente unitario». Questa precisazione, assieme alla specifica della necessità di garantire almeno i livelli minimi di dotazione e prestazioni, va integrata con l’indicazione del mantenimento dell’autonomia degli istituti . La volontà di assicurare servizi di qualità è espressa ma in maniera assai generica, poiché si indica «l’idonea qualificazione tecnica e scientifica degli addetti» come «condizioni imprescindibili» per la salvaguardia e la valorizzazione del patrimonio, esprimendo quindi un concetto diffusamente condiviso ma che poco aggiunge dal punto di vista della obbligatorietà delle procedure.
La principale preoccupazione è dunque quella di consentire ai membri aderenti al sistema regionale di garantire servizi minimi utilizzando al meglio le risorse disponibili. In tal modo la concezione della sistematizzazione elaborata dalla Regione Abruzzo risulta quanto mai aperta e scevra da irrigidimenti soprattutto se si considera che sono previste due ulteriori possibilità di organizzazione. Da un lato, infatti, si indica esplicitamente la possibilità di articolare il sistema in ulteriori sub-sistemi in cui ogni istituto è autonomo; dall’altro, inoltre, sono possibili forme di collaborazione interregionale . Infatti nella relazione illustrativa del disegno di legge si affermava che «l’elemento territorio significante ai fini sistemici, è, infatti, un territorio culturalmente omogeneo, nel quale le espressioni antropiche, i valori ambientali, naturalistici e storico-artistici nonché le potenzialità economico-sociali si sintetizzano e si riassumono nei reperti museali» .
A livello organizzativo, la norma fonda l’amministrazione del settore cultura sui principi della concertazione , della leale collaborazione interistituzionale e del richiamo al principio della sussidiarietà orizzontale quale strumento efficace di condivisione delle decisioni e delle funzioni . Vengono chiamati in causa e definiti anche i singoli livelli: Comuni (art. 4), Province (art. 5), Regione (art. 6).
Gli strumenti operativi sono un Comitato e il piano di settore. Per garantire il controllo e il coordinamento del sistema la norma dispone anche la costituzione di un Comitato tecnico-scientifico per assicurare la qualità scientifica e culturale delle attività dell’intero sistema
Il Piano di settore è lo strumento di programmazione della politica culturale ed è impiegato per diversi aspetti. Dal punto di vista della qualità, spetta al piano la definizione dei livelli minimi di dotazioni e servizi, la rilevazione delle condizioni di fruibilità dei musei e l’indicazione degli adempimenti necessari per la successiva ammissione delle raccolte e dei musei al sistema. Dal punto di vista organizzativo il Piano di settore mette a disposizione un «regolamento-tipo» per l’adesione al sistema, definisce il modello di convenzione per accedere al sistema, formula convenzioni per l’affidamento di servizi a privati, decide i servizi comuni che possono essere affidati ad una gestione su-regionale, regionale o interregionale e attribuisce alle diverse istituzioni del sistema i compiti e le funzioni. Dal punto di vista della comunicazione determina le iniziative culturali, didattiche e promozionali del sistema; infine dal punto di vista della qualità dei servizi indica le modalità, le priorità e le professionalità necessarie per raggiungere tali livelli minimi e stabilisce i profili professionali e il loro percorso formativo, in armonia con quanto viene previsto dal Programma Regionale di Sviluppo annuale.
Dal punto di vista finanziario (Titolo IV), si prevede che la Regione eroghi contributi regionali, statali o comunitari esclusivamente in favore di enti che fanno parte del sistema museale regionale. I finanziamenti erogati alle Province, subordinati alla previa congruità della loro programmazione annuale con quella regionale, possono essere ugualmente impiegati per i soggetti appartenenti al sistema. La Regione dunque è centro di erogazione di contributi sulla base del Piano di settore.
Il quadro delineato dalla legge attribuisce quindi una funzione determinante e centrale alla Regione. Almeno per quanto abbiamo potuto direttamente appurare, risulta però che tale legge non abbia mai avuto completa applicazione, visto che il Consiglio Regionale non ha mai adottato alcun Piano di settore. Non è chiaro il motivo di questa procrastinazione che sostanzialmente confina nella teoria tutto ciò che era stato previsto e normato per i musei e soprattutto per i sistemi museali .
Risulta evidente che la Regione ha infatti continuato a rifarsi, per l’ambito museale, alla legge regionale 44/92 che è infatti stata rifinanziata annualmente con apposite norme o capitoli di bilanci, in base a priorità definite dal Comitato tecnico scientifico per i beni museali .
Risulta però interessante notare che la legge del 1999 prevedeva un’organizzazione dei finanziamenti particolarmente favorevole per i sistemi museali, innovata però dalla possibilità data alla Regione di costituire una Società per Azioni costituita da enti pubblici e privati, finalizzata alla valorizzazione del patrimonio culturale (Titolo V, art. 10).
Ebbene, proprio in virtù di questa indicazione, nel 2000 veniva emanata una legge che prevedeva la fondazione di una società per azioni, La Civitella di Chieti , con il compito di «gestire imprenditorialmente e con criteri e metodi di mercato» il complesso archeologico statale la Civitella. La società mista era aperta, oltre che alla Soprintendenza archeologica, considerata socio necessario, ai Comuni, alle Province e alla Regione, che secondo la legge di istituzione doveva erogare ben 300 milioni di lire per il primo anno, «per far fronte alle spese di prima organizzazione» .
Come si desume dalla seduta del consiglio comunale di Chieti questo tipo di gestione veniva interpretata come l’unica soluzione per risolvere il problema gestionale e di reperimento di fondi in concomitanza di una proprietà statale del sito . Preventivando sia per la gestione che per la fruizione del complesso costi troppo alti per essere ascritti al Bilancio dello Stato, si doveva escludere a priori una gestione pubblica ma anche un accesso gratuito al sito. La costituzione di una società privata a partecipazione statale invece avrebbe permesso di utilizzare strumenti di diritto privato per la gestione dei proventi e per l’organizzazione dei servizi, mantenendo però il controllo allo Stato. In realtà però non si conosce il motivo per cui la società non è stata mai fondata e il sito archeologico la Civitella ha continuato ad essere gestito da varie società private.
Intanto nel 2005 la Provincia di Chieti ha deliberato l’esecuzione di uno studio di fattibilità sull’individuazione della «migliore forma di gestione del complesso archeologico la Civitella e anche del sistema museale cittadino» .

Dopo il "sistema museale" nella legislazione regionale

3. Dopo il "sistema museale" nella legislazione regionale

Alla fine degli anni Novanta, le potenzialità offerte dai nuovi strumenti di programmazione regionale disciplinati dalla Finanziaria 1997 (l. 662/1996, art. 2, c. 203ss.) si integrano con altre importanti fonti di finanziamento: da un lato quelle offerte dal Docup 2000 e dall’altro quelle degli Accordi di Programma Quadro stabiliti a partire dal 2002 e poi annualmente rinnovati almeno fino al 2006 . A questi si aggiungono, inoltre, i Programmi Operativi Regionali (POR) 2000-2006, che classificano l’Abruzzo tra le regioni Obiettivo 3. A questo Obiettivo 3 era destinato il Fondo nazionale per le Aree Sottoutilizzate (FAS) 2000-2006, finalizzato allo sviluppo territoriale attraverso il potenziamento di risorse, imprese, esportazioni, infrastrutture, investimenti e turismo. Proprio in quest’ultimo ambito – il turismo – veniva fatta rientrare la promozione e valorizzazione dei beni culturali .
Il panorama di questi anni è dunque assai complesso e difficile da seguire e presentare in maniera chiara. La realizzazione di vari sistemi museali ed archeologici locali e di numerosi restauri è indicata come azione prioritaria nell’Accordo di Programma Quadro, sottoscritto il 20 dicembre 2002 dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, dal Ministero per i Beni e le Attività culturali e dalla Regione Abruzzo . Questi elementi saranno presenti anche nelle successive quattro integrazioni.
La Relazione tecnica dell’ Accordo presenta l’espressione ‘sistema museale’ in maniera non univoca: da una espressione generica, che sembra semplicemente indicare l’insieme dei musei presenti nel territorio, ad una accezione più precisa che distingue tipi diversi di sistema.
Per quanto riguarda il primo significato, un primo dato importante è che, dal 1992 al 1999 grazie alla L.R. 44 del 1992 che introduce il riconoscimento di un ‘interesse’ regionale come meccanismo per accedere ai finanziamenti regionali, il numero dei musei sul territorio è aumentato considerevolmente. Il sistema museale così come è progettato dalla Regione Abruzzo annovera istituti non vincolati ad una gestione integrata dei servizi e delle attività, ma aperti a forme di collaborazione ‘interregionale’. Questa progettazione avrebbe quindi consentito ai musei di ottenere maggiori finanziamenti e di attivare collaborazioni con altri istituti presenti nel territorio. Questo allargamento all’interazione con le strutture del territorio veniva finalizzato alla decongestione dei flussi turistici e alla valorizzazione dei beni meno noti, utilizzando il principio del ‘grande attrattore’ .
Per quanto riguarda il secondo aspetto, cioè l’elaborazione teorica più articolata del concetto di ‘sistema museale’, si evidenziano alcuni aspetti presenti anche nei testi di legge di altre regioni italiane. In primo luogo la distinzione tra «sistemi territoriali», che collegano diversi musei in base alla loro ‘accentuazione tematica’ e istituiscono servizi, e «sistemi tematici», che devono avere estensione regionale e costituire una serie di attività comuni. Nell’uno e nell’altro caso emerge invece chiaramente il riferimento alla necessità di attivare una gestione integrata –«cooperazione ed integrazione costante»- dei musei . Questo significato lo troviamo anche per i sistemi delle aree e parchi archeologici descritti .
Dal monitoraggio effettuato nel giugno 2006 dal Ministero dello Sviluppo Economico sullo stato di attuazione degli interventi, è emerso che, tra i sistemi museali locali finanziati, risulta concluso solo quello relativo al ‘Polo museale dell'Ordine Domenicano di Teramo’ che prevedeva una serie di restauri ma non operazioni di attivazione di servizi integrati . Inoltre risultano non ancora conclusi gli interventi per l’attivazione di una serie di progetti indicati nella prima Integrazione dell’Accordo di Programma quali l’istituzione del Sistema museale Francescano nel Polo museale del Castello Medievale di Monteodorisio, l’attivazione della Rete museale di Giulianova e del Polo museale geopaleontologico Alto Aventino nel complesso del Castello Ducale a Palena. Ancora aperti risultavano anche gli interventi attivati con il secondo atto integrativo (Delibera CIPE n. 17/2003) quali il Sistema Museale di Lanciano e il completamento del Museo Aufidenate dell'Alto Sangro (Sistema Archeologico Sangro Aventino).
Da ultimo, per chiudere questa panoramica dei molti interventi attivati in base ai finanziamenti e alle intese stabilite in base alla programmazione negoziata nell’ambito della misura specifica destinata al Sistema museale regionale, dal 2006 sono stati finanziati la realizzazione di un sistema museale territoriale nel complesso della S.S. Annunziata di Sulmona, la valorizzazione e il potenziamento del museo civico e del parco urbano dell'arte e dell'archeologia diffuso in ambito urbano a Collelongo.
Questo dovrebbe far riflettere in generale sul rapporto tra dichiarazioni ufficiali e intenzioni iniziali e successive applicazioni concrete. In tutti questi casi citati, ad esempio, si individuano soprattutto legittimi ed importanti interventi di recupero strutturale, che sono però solo il primo passo verso la realizzazione di un ‘sistema museale’ regionale’. Questi interventi costituiscono il livello base dei doveri delle amministrazioni pubbliche e sono il presupposto indispensabile per la successiva messa a sistema, che invece agisce più propriamente sull’instaurazione di legami e collaborazioni. Pertanto, nel momento in cui sia programmata una filiera completa di interventi – dal recupero strutturale alla riattivazione dei servizi al pubblico, alla creazione di un’immagine unitaria tramite guide, depliant e siti - allora sembra ragionevole adottare l’espressione ‘sistema museale’. Altrimenti, nel momento in cui non è programmata l’intera filiera, ma solo il primo atto del recupero dei beni, allora pare non del tutto adeguata l’espressione ‘sistema museale’.
In altri termini, dall’analisi dei singoli interventi previsti proprio per l’area tematica «Sistemi museali territoriali e sistemi museali tematici», risulta evidente che gli interventi previsti sono soprattutto, se non esclusivamente, lavori di completamento e rifunzionalizzazione delle sedi museali .
Oltre a questo Accordo di Programma del 2002, bisogna fare un veloce riferimento ad un altro Accordo, del 2004 , con il quale l’Abruzzo, insieme alle altre regioni del Meridione - Sicilia, Calabria, Campania, Basilicata Molise e Puglia - è rientrato nel progetto Sensi Contemporanei promosso dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali e dalla Fondazione La Biennale di Venezia . L’iniziativa aveva lo scopo di diffondere in queste regioni l’arte contemporanea, attraverso mostre, itinerari e recuperi architettonici di sedi da destinare a mostre d’arte contemporanea.
In Abruzzo concretamente sono state realizzate solo quattro mostre elaborate e gestite dalla Biennale ; solo una di queste si ricollega alla storia dell’arte moderna abruzzese, attraverso opere di artisti locali che avevano partecipato alla Biennale; per quanto riguarda gli itinerari, vi è stata solo la pubblicazione di una Guida agli itinerari, che però sembra essere rimasta un’iniziativa isolata e il recupero strutturale non ha incluso l’Abruzzo, ma solo quattro edifici di tre regioni
Nonostante questo debole tentativo di ricollegarsi al territorio, sembra prevalere la sensazione che ad essere celebrati non fossero tanto gli artisti, ma la Biennale in quanto tale. La possibilità che il progetto di “Sensi contemporanei” potesse avviare la creazione di un sistema interregionale dell’arte contemporanea è stata sostituita invece dalla realizzazione di un sistema interregionale del marchio “Biennale”, totalmente momentaneo e quasi completamente svincolato dalla singola realtà regionale.
A questi interventi sono seguiti quelli del DocUP Abruzzo 2000–2006, che prevedeva all’Asse III la “Tutela e Valorizzazione delle Risorse ambientali e Culturali” e si concretizzava nel restauro e recupero di beni storico-archeologici e nella realizzazione e nel potenziamento del «sistema dei musei» ; non viene però specificato se quest’azione fosse riferita in modo indefinito all’insieme dei musei della Regione o ad un preciso sistema museale regionale.
In contemporanea al DocUP e all’APQ, per il periodo 2000-2006 i finanziamenti regionale stanziati all’Abruzzo sono stati utilizzati sia per la creazione di sistemi museali locali e per far fronte ad un aggiornamento del sistema museale soprattutto dal punto di vista virtuale e tecnologico (2 milioni di euro) , sia per rispondere alle esigenze di tutela e valorizzazione del patrimonio culturale, finalizzate a migliorare le condizioni di fruizione soprattutto in supporto alle politiche del turismo. Un esempio di questa politica è l’adesione al progetto nazionale “Teleguide”, avviato nell’ottobre 2005 e promosso dal MiBAC. Il turista “disorientato” in cerca di maggiori informazioni di carattere storico-culturale sui luoghi visitati e più precisamente su beni o monumenti, può comporre dal suo telefono mobile o fisso un numero che gli fornirà, a pagamento, informazioni dettagliate. Questo progetto confermava la persistenza a livello regionale di una concezione dei beni culturali soprattutto in funzione della fruizione turistica.
Nel 2002 diveniva finalmente operativo il Centro Regionale dei Beni Culturali. Va precisato che la Regione Abruzzo aveva già previsto tale Ufficio, denominato però Centro Regionale per i Beni Museali, con la L.R. 44/92, insieme ad un altro con competenze complementari, il Comitato tecnico-scientifico per i beni museali. La L.R. 61/99 aveva confermato il ruolo del Comitato tecnico-scientifico nel valutare la «qualità scientifica e culturale» del sistema museale e modificato la denominazione del Centro Regionale per i Beni Museali in Centro Regionale dei Beni Culturali (CRBC) .
Questo Ufficio, attivato nel 2001, è divenuto operativo a partire da gennaio 2002 nella sede unica di Sulmona e, attraverso il Sistema Informatico di cui è dotato, si occupa della valorizzazione dei beni culturali della Regione in stretta collaborazione con le Soprintendenze Regionali e l’ICCD.
Uno dei progetti più importanti cui il CRBC ha aderito è il MuVi (Musei Virtuali Internazionali). Il Progetto MuVi , iniziato nel 1995, prevedeva la creazione di un motore di ricerca riservato alle istituzioni museali nazionali e internazionali che così avevano la possibilità, attraverso specifici collegamenti a schede illustrative, di farsi conoscere e di “esporre” con visite virtuali approfondite i loro patrimoni . Dal 2002 questo motore di ricerca è divenuto parte integrante del Centro Regionale Beni Culturali e supporto tecnico di ricerca per un altro e più ambizioso progetto, la creazione del “Sistema Museale Telematico” della Regione Abruzzo che, a sua volta permette di rendere ampiamente visibile il patrimonio culturale di ben oltre 100 musei e pinacoteche abruzzesi.
Sembra dunque che nella realtà non esista alcuna organizzazione regionale sistemica dei musei, ma solo alcune piccole reti di musei comunali e Provinciali.
La Regione ha deciso per il momento di convogliare tutte le risorse a disposizione nella costruzione di un ‘sistema museale virtuale’. Peraltro questo accoglie solamente siti di musei e pinacoteche, e non aderisce pienamente all’accezione di “Museo diffuso sul territorio” della L.R. 44/92, inteso come insieme di beni mobili e immobili, pubblici e privati, aree archeologiche e naturalistiche. Piuttosto, di questa legge il portale sembra accogliere l’idea di valorizzazione dei beni culturali che si esplicita soprattutto in forme di promozione del turismo culturale. Per usare le parole del Servizio Valutazione e Verifica degli Investimenti pubblici della Giunta Regionale abruzzese, le iniziative finanziabili in molteplici settori che compongono il panorama dei beni culturali sono tese ad implementare «quella politica di sviluppo, promozione e valorizzazione del territorio perseguita negli ultimi anni ed inserita nella più ampia concezione dei beni culturali intesi non più come patrimonio da tutelare, ma come risorsa Comune da consolidare e da promuovere per consentire a tutti la sua conoscenza e, ad un tempo, la sua valorizzazione» . Si legano cioè in maniera consequenziale la valorizzazione del patrimonio culturale, il turismo culturale e le strategie di rilancio delle aree interne depresse. Il canale prioritario di questa strategia è il sito internet.
La Corte dei Conti ha constatato, a dicembre 2002, la mancata realizzazione di un sistema museale regionale, come previsto dalla L.R. 61/99, e la presenza sul territorio di «agglomerati di musei che presentano, sotto qualche aspetto, forme di aggregazione». Ne elencava tre: il Polo museale civico di Giulianova (TE), composto da sei musei, quasi tutti di proprietà comunale e soggetti a una gestione finanziaria unitaria. Gli altri due sistemi attestati sono quello costituito dal Comune di Teramo, che avrebbe aggregato il Museo Archeologico comunale, la Pinacoteca civica e tre siti archeologici con una bigliettazione unica, e quello formato da tre musei civici di Pescara, gestiti in modo unitario e finanziati dal Comune e dalla Regione. A Pescara bisogna però rilevare la presenza di un altro sistema costituito da quattordici musei e visitabili con un unico biglietto con formule pensate tanto per i turisti, quanto per i residenti, programmato in base allo Studio di fattibilità: distretto culturale Provincia di Pescara .
Nel quadro dell’interesse manifestato dagli enti locali per l’economia e la cultura, si innesta lo studio di fattibilità del 2004 per la creazione del distretto culturale della Provincia di Pescara. L’elaborazione dello Studio di fattibilità del distretto culturale della Provincia di Pescara realizzato da Pier Luigi Sacco con il gruppo di ricerca GoodWill, viene commissionato e finanziato dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Pescara e di Loreto Aprutino (CARIPE) e risulta in forte sintonia con quanto previsto in quel periodo dalla politica regionale abruzzese in materia di beni ed attività culturali. A cinque anni dall’emanazione della legge regionale n. 61/1999 che introduceva per la prima volta l’organizzazione in sistema dei musei locali abruzzesi, la Regione Abruzzo, disponeva infatti, prima fra tutte, l’istituzione dei distretti culturali.
La pubblicazione dello studio avvenuta nel luglio 2004, è in strettissima concomitanza cronologica con la presentazione della proposta di legge regionale elaborata dalla 5° Commissione riguardante l’istituzione dei distretti culturali nella Regione abruzzese divenuti poi, in via definitiva, oggetto dell’apposita legge regionale n. 22 del 3 marzo 2005 .
Nello Studio di fattibilità, il distretto culturale pescarese pensato da Sacco, si propone di superare il modello di distretto culturale sperimentato sino a quel momento in Italia , modello in cui l’attività del distretto si era risolta per lo più, secondo il giudizio dello stesso Sacco, in un’operazione di “marketing territoriale strategico” rivolta esclusivamente al target turistico. Tale tipologia di distretto, imperniata sulla valorizzazione di un patrimonio a fini esclusivamente turistico-ricreativi, aveva finito per alienare la popolazione locale dal consumo culturale del luogo di residenza.
Il modello proposto da Sacco prende le distanze anche dal distretto culturale finalizzato sostanzialmente alla produzione e alla vendita di merchandising e oggettistica, un modello che riprende in maniera fin troppo pedissequa quello industriale, da cui tuttavia, deriva il distretto culturale .
Lontano dalla ‘concezione miracolistica’ in voga alla fine degli anni Novanta che vedeva nel distretto il mezzo che avrebbe fatto della cultura un rilevante fattore di sviluppo economico strettamente correlato al settore turistico, Pier Luigi Sacco propone invece un modello di distretto culturale finalizzato ad apportare benefici sociali ed economici di cui avrebbe fruito in primis la popolazione locale.
Tale tipologia di distretto, definita dallo stesso Sacco ‘evoluta’, prendeva le mosse da alcuni esempi presenti all’estero in cui la cultura ha svolto «un ruolo sinergico tra i settori del sistema locale dando così avvio a processi di sviluppo altrimenti irrealizzabili» . Rispetto ai modelli italiani il distretto applicato in alcune città estere, punta sulla cultura non per soddisfare una domanda turistica prevalentemente di massa, ma per migliorare il tessuto sociale.
In sostanza nel modello di Sacco la cultura agisce come ‘attivatore sociale’ per altri settori del sistema produttivo conferendo all’economia del territorio un valore aggiunto immateriale che si traduce in «valore simbolico ed identitario» . Il modello di Sacco si rifà ai distretti di Linz, Stoccolma, Valencia, città prive di un vasto patrimonio artistico e monumentale dove le politiche pubbliche e le iniziative private hanno determinato un aumento dell’offerta culturale con ricadute positive sulla qualità della vita degli abitanti. Ben diverso risultava il modello italiano applicato sino a quel momento e basato esclusivamente sul richiamo turistico delle emergenze artistiche o eno-gastronomiche.
Per la prima volta tale modello di ‘distretto culturale evoluto’ viene applicato in Italia alla Provincia di Pescara, un territorio privo delle grandi emergenze culturali nazionali ma ritenuto al contempo “curioso” nei confronti del mondo della cultura. Partendo dall’offerta culturale presente nella Provincia pescarese, lo studio individua i margini di miglioramento raggiungibili nei vari settori culturali.
Nel breve periodo, in particolare, viene messa in luce la necessità di migliorare la comunicazione tra gli attori del sistema culturale, potenziare i contenitori culturali e incentivare la formazione degli operatori. Tali azioni, sostenute dall’amministrazione pubblica (governance locale) e da tutti gli operatori del sistema locale, dovrebbero favorire l’ampliamento dell’offerta culturale pescarese e, grazie ad una campagna di comunicazione mirata ed efficace, si raggiungerebbero i diversi strati della popolazione determinando così un graduale aumento dei consumi culturali. Un così vivace contesto culturale, genera secondo Sacco, creatività, immaginazione ed innovazione, elementi sui quali, dovrebbe innestarsi non solo un processo di sviluppo sociale, legato alla qualità della vita, ma anche lo sviluppo di opportunità sociali ed economiche.
Rispetto ai precedenti modelli di ‘distretto culturale’ applicati in Italia, il distretto della Provincia di Pescara presenta dunque elementi innovativi quali il coordinamento fra le realtà sociali ed economiche e del territorio: mentre negli altri modelli si era dato vita ad uno sviluppo di filiera verticale, orientato alla produzione di oggetti o pacchetti turistici, nel caso del distretto pescarese, l’obiettivo è di creare un’ integrazione orizzontale tra filiere che richiami, attorno ad un progetto culturale Comune, tutti gli operatori e i portatori di interesse a vario titolo.
Tali interventi, nel medio e lungo periodo, dovrebbero condurre ad un netto miglioramento dell’offerta culturale, ad un maggiore coinvolgimento della popolazione e a suscitare l’interesse anche degli attori privati determinando così positive e durature ricadute sul piano occupazionale ed economico del territorio pescarese.
Nello Studio di fattibilità la cultura gioca un ruolo strategico in quanto funge da catalizzatore tra i vari processi di integrazione e di sviluppo che dovrebbero portare alla crescita economica e sociale del territorio.
Il progetto elaborato per la Provincia di Pescara è dunque un progetto generale di sviluppo che investe tutti i settori della cultura e la cui realizzazione è strettamente correlata alla condivisione generale degli operatori, sia pubblici che privati. Un progetto la cui attuazione, come osservato dallo stesso Sacco, richiede un cambiamento di mentalità da parte degli attori coinvolti, ragione per cui la cui realizzazione non sembra né facile né tanto meno immediata.
Non stupisce pertanto che, a distanza di tre anni dallo Studio e a due dalla legge istitutiva dei distretti culturali, oggi il distretto culturale della Provincia di Pescara è ancora un’ipotesi in fase di elaborazione. Appartiene al medesimo contesto l’esperienza di Cantiere Cultura un progetto di distretto culturale finanziato anch’esso da una fondazione bancaria, la Cassa di Risparmio della Provincia dell’Aquila.
Il distretto culturale, ancora in fase progettuale, coinvolge la Provincia aquilana e, sebbene presenti alcune analogie con lo Studio di fattibilità elaborato da Pier Luigi Sacco, è meno imperniato allo sviluppo sociale del territorio e dedica maggiore attenzione alle potenzialità turistiche che la Provincia aquilana, attraverso l’attivazione del progetto, dovrebbe essere in grado di sviluppare.

Intanto risulta crescente e costante la volontà della Regione di far fronte all’evidente limite di conoscenza e visibilità che grava su di essa a livello nazionale e internazionale, dovuta al fatto che la Regione Abruzzo è conosciuta da sempre più come “polmone verde d’Europa” (slogan ormai ufficiale della Regione, per la presenza dei tre Parchi nazionali e uno regionale e per il suo 30% di territorio protetto), che per le sue consistenti ricchezze del patrimonio artistico-culturale, sparse su tutto il territorio . Di riflesso a questa volontà di sottolineare le rilevanze culturali abruzzesi, nel 2005, la Regione, puntando sulla cultura, ha emanato la L.R. n. 19 del 3 marzo 2005 , che disciplina la creazione sul territorio di Consorzi dei Beni Culturali. Questi nuovi consorzi, che si vanno ad aggiungere a quelli gia esistenti delle Province di L’Aquila e Teramo, hanno come finalità quella di sostenere e incentivare la conoscenza e la valorizzazione dei beni del territorio e possono essere costituiti da Province, Comuni, Comunità Montane ed Enti pubblici e privati territoriali. Per l’anno 2005 ai consorzi è stato stanziato un finanziamento di 200 mila euro.
Oltre a questa Legge, la Regione Abruzzo, prima fra tutte, ha approvato una normativa riguardante «l’Istituzione dei distretti culturali» , grazie alla quale si riserva il riconoscimento dei distretti e la valutazione dei progetti culturali da ammettere a finanziamento.
Non sappiamo in che misura tale norma sia stata ispirata dallo studio di fattibilità di Pierluigi Sacco , ma in base all’art. 2, il distretto viene definito come un «sistema territoriale definito e delimitato di relazioni, che integra il processo di valorizzazione delle datazioni culturali, siano esse materiali che immateriali; con le infrastrutture e con gli altri settori produttivi che a quel processo sono connessi». Gli Enti locali e/o soggetti privati che si candidano, in qualità di distretti, devono avere come obiettivo quello di incentivare la cultura territoriale e tutto l’indotto economico e sociale ad esso collegato, attraverso una maggiore capacità di comunicare cultura e maggiore assistenza nei territori .
Di recente è stata emanata una legge che apportava una serie di modifiche e integrazioni finanziarie alle legge finanziaria regionale del 2006. La legge prevede il finanziamento di una serie di attività scientifico- culturali, fra le quali non vi è però alcun riferimento né ai musei né ai sistemi; troviamo solo una modifica alla legge regionale 61/99 sui sistemi museali, che aggiorna l’onere finanziario rispetto al bilancio del 1999 .
In conclusione, abbiamo visto che dal punto di vista della normativa, la legge regionale 61/1999, che poteva essere determinante per l’ambito museale e per la costituzione e gestione dei sistemi museali, non ha avuto piena applicazione pratica; il settore quindi ha continuato ad essere normato dalla legge 44/92, che è stata rifinanziata annualmente grazie alle indicazioni e raccomandazioni del Comitato tecnico scientifico, che però in base a un recentissimo disegno di legge, è stato soppresso. Alla luce di questo importante cambiamento, non risulta chiaro in che direzione intenda quindi agire la Regione e soprattutto in che modo gestire e controllare l’ambito senza le indicazioni e i pareri di questo comitato. Sembra più che altro che la tendenza normativa e programmatica regionale rilevata sia quella di avviare una sorta di frammentazione del territorio, strutturata in distretti culturali, consorzi e sistemi museali locali; infatti sono stati stanziati cospicui finanziamenti, in particolare nell’Accordo di Programma Quadro, a favore di questo tipo di gestione, di cui però risulta difficile e in alcuni casi prematuro, valutarne l’esito. Quasi a supplire quindi alla mancanza di interventi per la creazione di un sistema museale regionale, risulta invece efficiente il sistema museale regionale telematico, coordinato dal Centro Regionale dei Beni Culturali di Sulmona.

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Dossier a cura di DENISE LA MONICA, TIZIANA MAGGIO

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