Dossier Regione Calabria

Prima del "sistema museale" nella legislazione regionale

Introduzione

Nella normativa della Regione Calabria l’espressione ‘sistema museale’ compare nel 1995 in un testo che deriva in maniera consistente dalla normativa regionale umbra del 1990. Per ricostruire il modo in cui prende forma la politica della Regione Calabria in materia di ‘sistemi museali’, prima di arrivare al 1995, cioè alla data di elaborazione della norma specifica di regolamentazione di questo tema, è utile ricostruire il contesto storico in cui la legge si colloca per comprendere le motivazioni alla base della sua elaborazione e gli effetti successivi alla sua approvazione. Per delineare questo quadro in maniera completa è quindi utile da una parte contestualizzare il tema dei ‘sistemi museali’ nell’ambito più ampio della politica per i musei e, dall’altro, individuare gli strumenti legislativi e istituzionali di cui la Calabria disponeva all’atto dell’emanazione della norma del 1995. Questo percorso a ritroso è utile per comprendere in che maniera e con quali finalità il concetto di sistema museale sia stato adottato dalla Regione e per illuminare, alla luce di questa consapevolezza, anche i passi successivi .

1. Prima del ‘sistema museale’ nella normativa della Regione Calabria: fino al 1995

Negli anni Settanta la Regione Calabria non elabora una legge specifica per i musei e i sistemi museali e arriva con ritardo a creare le strutture istituzionali specificamente dedicate al settore. In una prima fase, dal 1972 al 1978, le funzioni legislative e amministrative in materia di ‘musei e biblioteche di enti locali’ sono di competenza regionale ma non vengono disciplinate. Nel 1972, infatti, le funzioni trasferite dal combinato disposto della legge delega (Legge 281 del 16 maggio 1970) e del primo decreto attuativo (d.P.R. 3 del 20 gennaio 1972) sono assegnate a Giunta e Consiglio regionale . Sei anni dopo, nel 1978, la Giunta Regionale viene organizzata e suddivisa in tre dipartimenti: il primo per l’assetto del territorio, il secondo per l’economia e il terzo per i servizi sociali. Quest’ultimo, denominato Dipartimento dei Servizi Sociali (art. 2, comma 3), aveva il compito di elaborare i piani e le iniziative legislative da sottoporre alla Giunta regionale in materia di «beni culturali, musei, biblioteche», nonché di formulare le proposte per gli atti deliberativi (art. 4) . A questo Dipartimento era stato anche attribuito il compito di studiare «la legislazione regionale riguardante il trasferimento di funzioni dallo Stato alla Regione e da questa agli Enti locali per il completo esercizio delle competenze delegate» per attuare le indicazioni delle norme per il decentramento amministrativo . Si trattava però di una struttura dipartimentale che si occupava non solo del patrimonio, ma anche di altri argomenti molto vari, dalla polizia locale all’assistenza sanitaria, dal lavoro allo sport (art. 2, c. 3).
Va sottolineato che la norma generale di riorganizzazione delle funzioni in materia di musei e biblioteche però non è stata elaborata e questo è un primo dato importante per comprendere la difficoltà organizzativa e gestionale che si è verificata negli anni Settanta e Ottanta in questa Regione. I provvedimenti di questi anni riguardano invece temi specifici oppure determinano il trasferimento di gran parte delle funzioni ai Comuni. Infatti, nel 1979 una norma regionale disponeva un primo intervento di riordino generale per riequilibrare i rapporti tra Regione ed enti locali in materia di cultura . Prima di tutto veniva disposta la soppressione dei quattordici Centri di servizi culturali ereditati dalla Cassa per il Mezzogiorno ed istituiti nel 1965 ; in secondo luogo, venivano passate le loro funzioni ed anche i loro beni ai Comuni nell’attesa dell’elaborazione di una norma regionale organica .
Va detto che questi Centri avrebbero potuto essere utilizzati come valido strumento di attuazione delle politiche sul territorio da parte della Regione. Essi erano stati infatti il risultato di un programma di sviluppo promosso dalla Cassa per il Mezzogiorno nell’ottica di dar vita ad una politica educativa e sociale capillare. In particolare i Centri della Calabria erano molto numerosi e attivi e avevano anche curato la redazione di progetti di mappatura del territorio. La loro attività dovette subire però rallentamenti e ritardi a causa dell’attribuzione a diversi enti: prima dalla Cassa passarono alla Regione (1972), poi dalla Regione ai Comuni (1975) ed infine furono soppressi (1979).
In questo modo la Regione sostanzialmente si ritirava dalla gestione diretta del patrimonio culturale, preferendo subdelegare strumenti e funzioni ai Comuni . Anche questo passaggio è molto significativo perché aggiunge un altro tassello importante nella nostra ricostruzione della politica della Regione Calabria. Mentre altre Regioni cercavano di detenere il ruolo di arbitro, decisore e controllore nella determinazione delle politiche locali, accentrando su di sé molte funzioni, oppure regolamentando in maniera precisa lo svolgimento delle funzioni delegate, la Regione Calabria, invece, trasferiva direttamente ai Comuni compiti e mezzi.
Intanto venivano pubblicate le prime guide ai musei e le prime indagini sulla consistenza e lo stato di conservazione del patrimonio culturale e in special modo museale. Nel 1978 veniva pubblicata una prima ricognizione che rilevava la presenza di poche istituzioni museali (sei musei statali, cinque musei di enti locali e due musei diocesani) per giunta caratterizzate da gravi carenze gestionali («alcune delle quali prive di organizzazione e di strutture, inadatte a svolgere una funzione culturale») .
Negli anni immediatamente successivi la situazione non cambiava né a livello normativo né a livello istituzionale e tale condizione continuò ad essere denunciata più volte. Nel 1980, Monsignor Francesco Pugliese, manifestando la necessità di proteggere e preservare i beni ecclesiastici calabresi attraverso l’istituzione di ‘musei d’arte sacra’, affermava: «La Costituzione attribuisce alle regioni il campo dei musei locali. In Calabria si fa troppo attendere una legislazione riguardante la conservazione del patrimonio antico, senza pregiudizi politici, ideologici, comunque, faziosi o clientelistici, ma rivolta alla realtà storica della regione ed ai valori che essa conserva. Alla realizzazione di questo servizio la Chiesa può dare un suo apporto determinante in beni, ma non certo in quattrini che non ha. A chi, con i tempi che corrono parlare di Museo? Dove trovare un interlocutore politico disposto ad ascoltare?» . Questa denuncia dimostra non solo che erano pochi i musei e mal tenuti, ma soprattutto che la Regione se ne disinteressava, mentre avrebbe dovuto essere il principale interlocutore sul territorio di enti come quelli ecclesiastici.
Qualche anno dopo, nel 1984, la situazione continuava ad essere descritta in termini fortemente negativi :
«Alla modestia globale del patrimonio museale corrisponde, fatta eccezione per i musei statali e qualcuno degli Enti locali, un disservizio generalizzato per mancanza di personale e, soprattutto, di personale qualificato; irrisorietà di fondi; assenza di una politica per i restauri; inidoneità degli edifici e dei criteri espositivi. Il tutto, grazie al disinteresse di politici e amministratori, al quale si contrappone la pervicace determinazione di alcuni operatori culturali [...]» . Questa Guida delineava un quadro completamente disarticolato della situazione calabrese, ma contestualmente cercava di realizzare un primo censimento e una preliminare schedatura delle sedi museali, dando anche informazioni storiche e collezionistiche sui singoli istituti: indicava l’esistenza di almeno cinquantaquattro musei nella Regione, di cui sette statali e la presenza di venticinque raccolte d’arte. Questa pur minuta pubblicazione faceva il punto della situazione regionale, denunciando chiaramente mancanze e insuccessi, ma sottolineava anche la ricchezza del patrimonio museale e lo spirito di iniziativa di alcuni virtuosi funzionari. Pochi anni prima era stata pubblicata la prima edizione della “guida rossa” del Touring Club Italiano che accorpava in unica trattazione la Calabria e la Basilicata .
Mentre quindi la situazione a livello regionale rimaneva sostanzialmente bloccata, priva di una legge generale, con le funzioni e le risorse trasferite ai Comuni e con un assessorato non specifico, a livello governativo erano in corso di elaborazione i programmi della Cassa per il Mezzogiorno, che doveva fornire finanziamenti straordinari a progetti di carattere infrastrutturale nelle regioni del Meridione. Nel 1982 veniva approvato il Programma stralcio del Progetto per gli itinerari turistico-culturali nel Mezzogiorno: esso individuava otto direttrici, lungo le quali si predisponevano una serie di interventi per «la costruzione, il completamento, la ristrutturazione e l'allestimento di musei» insieme a lavori di valorizzazione degli scavi e dei parchi archeologici . Si trattava di un’iniziativa di origine ministeriale che puntava alla programmazione di una serie di interventi di recupero, riapertura e riorganizzazione di alcuni luoghi culturali, in base alla loro appartenenza ad una o ad un’altra linea tematica. Questa impostazione è interessante perché indica una predilezione a finanziare progetti basati sulla volontà di integrare e collegare le testimonianze culturali. In particolare la Calabria rientrava in tre di questi percorsi culturali: nella direttrice della Magna Grecia (più precisamente nel Tratto da Taranto a Reggio), nella direttrice Arabo-Bizantina-Normanno-Sveva (nel Tratto bizantino-normanno-svevo della Calabria) e nella direttrice delle ‘Capitali del Barocco”.
In realtà la possibilità che tale progetto trovasse concreta attuazione si rivelò come estremamente ridotta. Una prima ragione di questo insuccesso fu la difficoltà del coordinamento in quanto si prevedeva che dodici diversi enti (due Ministeri, sette Regioni e tre agenzie) dovessero partecipare all’organizzazione degli interventi e soprattutto alla gestione dei finanziamenti. Essi però dimostrarono di non saper coordinarsi e nemmeno di essere in grado di elaborare una coerente programmazione .
Negli anni successivi la situazione calabrese, come quella nazionale, rimaneva ferma e gli interventi per gli itinerari ebbero gravi ritardi : un’interrogazione parlamentare del 1985 denunciava lo stato di abbandono e la mancanza di protezione del patrimonio archeologico del centro storico di Amendolara, che avrebbe dovuto essere inserito proprio in uno degli itinerari finanziati dalla Cassa per il Mezzogiorno . Inoltre nei bilanci di spesa della Calabria degli anni 1986-88 non si rintracciano fondi statali per questi interventi .
Dopo questo Progetto per gli itinerari, nel 1986 veniva approvato in Finanziaria la disposizione per i cosiddetti Giacimenti Culturali, che intendeva utilizzare il settore dei beni culturali per il rilancio occupazionale . Anche la Calabria fu coinvolta con l’elaborazione di ben tre progetti : il primo di rilevamento dei beni archeologici su fondo marino , il secondo di acquisizione digitale di informazioni sui beni ambientali e architettonici e il terzo di catalogazione di beni archeologici . Come il precedente programma stralcio per gli itinerari turistico-culturali, anche in questo caso si puntava ad ‘aggregare’ diverse occorrenze del patrimonio culturale per la realizzazione di progetti di studio o catalogazione. Questa iniziativa era caratterizzata dalla volontà di integrare diversi settori della pubblica amministrazione utilizzando il patrimonio come piattaforma per costruire qualcos’altro: in questo caso la finalità era offrire posti di lavoro.
A metà degli anni Ottanta dopo diversi anni di assenza di regolamenti o interventi di iniziativa regionale, venivano approvate le prime norme organiche regionali di settore. La L.R. n. 16 del 19 aprile 1985, Norme per interventi in materia di promozione culturale , come si apprende dalla relazione del p.d.l., veniva concepita come fondamentale strumento di svolta contro una politica culturale lassista ed autoreferenziale condotta fino a quel momento dalla Regione e come prima ed importante occasione della Calabria per entrare «nei circuiti culturali nazionali» . Si trattava però di una norma sulla ‘promozione’ culturale in senso lato, non sul patrimonio in senso stretto: essa regolamentava infatti l’incentivazione e il finanziamento di attività quali «conferenze, seminari, convegni, congressi, concorsi, premi, mostre, anche nel campo delle arti visive e delle altre attività espositive e divulgative» (art. 2), senza però mai fare riferimento alle realtà museali.
Ma è soprattutto con la L.R. n. 17 del 19 aprile 1985, Norme in materia di biblioteche di Enti locali o d’interesse locale , che si dispone la creazione di due organi importanti per la direzione delle politiche regionali in materia di cultura: un Comitato tecnico-scientifico per le biblioteche ed i musei di Enti locali e di interesse locale con compiti di diffusione, tutela e documentazione del patrimonio culturale e bibliografico calabrese ; una Consulta regionale per i beni culturali composta dalle più eminenti personalità del settore .
Questa legge sulle biblioteche è molto importante perché allinea la Calabria almeno su questo versante tematico e dal punto di vista della dotazione normativa alle altre Regioni italiane che avevano già disciplinato il settore. I decreti delegati avevano infatti disposto non solo il trasferimento alle Regioni delle funzioni amministrative utili a svolgere le funzioni legislative nelle materie indicate dall’articolo 117 della Costituzione, ma anche il passaggio di risorse umane e strumentali alle stesse. In altri termini il trasferimento delle Soprintendenze ai beni librari alle Regioni determinava il passaggio ‘per settori organici’ di un comparto della pubblica amministrazione. Grazie a questi provvedimenti quindi le Regioni cominciarono, in ordine sparso, ad emanare norme per regolamentare questo settore di nuova competenza: tra le prime la Puglia, il Piemonte e la Liguria approvarono leggi che concepivano la biblioteca come un luogo di sviluppo della cultura e come servizio da offrire ai cittadini nel modo più capillare ed efficace possibile. In conformità con questa impostazione concettuale si proponevano organizzazioni ramificate delle biblioteche e ci si preoccupava di fornire servizi anche nei luoghi più difficilmente raggiungibili (idea del bibliobus in Piemonte ). In queste norme compariva il concetto di ‘sistema bibliotecario’ ad indicare proprio la necessità di costituire un’organizzazione diffusa e capillare, capace di erogare con continuità il servizio.
Come già era avvenuto negli anni precedenti in altre regioni italiane, anche la Calabria con la norma del 1985 riprendeva questi concetti. Proponeva un inquadramento a ‘sistema’ delle biblioteche attraverso la «costituzione di un sistema regionale di biblioteche», incoraggiando le stesse a farsi centri di aggregazione e promozione culturale e a realizzare accordi con altre istituzioni culturali del territorio. Da un’analisi più precisa del Titolo III (artt. 8 e 9), interamente dedicato ai «Sistemi bibliotecari» emerge infatti un’impostazione estremamente simile se non analoga alla norma regionale piemontese emanata sette anni prima, la L.R. 78/1978, che disciplinava tali sistemi, anche se forse in modo più complesso ed elaborato .
A prescindere da una più o meno diretta derivazione da questa norma piemontese, la L.R. 17/85 calabrese prevedeva una definizione chiara dell’organizzazione sistemica: in primo luogo i «sistemi» dovevano essere costituiti da servizi non solo bibliotecari ma anche archivistici: e questo indica una volontà forte di collegare strettamente due tipi diversi di istituzione, funzioni e competenze. In secondo luogo i sistemi bibliotecari intercomunali venivano predisposti dalla Regione utilizzando per la loro articolazione la ripartizione delle unità sanitarie locali e le sottoscrizioni di convenzioni fra i comuni aderenti. Infine ogni sistema doveva essere retto da un ‘centro di sistema’ ed essere dotato di un consiglio di gestione.
Questa visione dei sistemi bibliotecari indica quindi la volontà di interrelare i diversi tipi di competenze presenti in un territorio e di condividere risorse e servizi anche in parte diversi tramite la stipula di accordi e convenzioni. Ciò che risulta invece difficile da accettare è il criterio di ripartizione delle ripartizioni territoriali in cui organizzare i servizi: l’adozione delle aree sanitarie risulta infatti discutibile per il settore dei servizi bibliotecari, comprensibile solo in virtù di criteri puramente teorici e amministrativi.
Negli anni Ottanta venivano pertanto varate norme sulla promozione della cultura in senso lato e sulle biblioteche, ma ancora non si regolamentava il settore museale. Nel frattempo alla fine del decennio la Regione siglava con una norma apposita, l’atto di nascita dell’Istituto regionale per le antichità calabresi e bizantine (IRACEB), con sede a Rossano , sottolineando l’importanza della diffusione e valorizzazione della cultura calabra (art. 2) mediante convegni, pubblicazione di saggi, creazione di una biblioteca e la realizzazione di una banca dati sui beni culturali calabresi .
È interessante rilevare che la Regione fin dagli anni Ottanta aveva mostrato interesse non tanto a disciplinare in modo più definito ed organico il settore dei musei, quanto piuttosto a provvedere alla creazione di una serie di organi deputati alla valorizzazione culturale e all’organizzazione del territorio e dei relativi musei e biblioteche presenti. Lungo la medesima linea di condotta, dopo la soppressione dei Centri di servizi culturali (1979) e il passaggio delle loro risorse umane e strumentali ai Comuni, furono istituiti il Comitato tecnico-scientifico per le biblioteche ed i musei di Enti locali e di interesse locale, la Consulta regionale per i beni culturali (L.R. 17/1985) e l’Istituto regionale per le antichità calabresi e bizantine (IRACEB) (1989). In seguito, nel 1994, fu decisa l’Istituzione di strutture organizzative nelle province di Crotone e Vibo Valentia , con l’importante compito di riordinare e potenziare sia i Musei che gli archivi di competenza regionale e degli Enti Locali.
Nel frattempo non era stata ancora emanata una norma regionale relativa al patrimonio culturale e ai musei. Inoltre, a questa politica di creazione di istituzioni locali non corrispondeva però il medesimo impegno nel riservare risorse adeguate per il patrimonio culturale e soprattutto museale: infatti per il biennio 1986-1987 la Regione dimezzava le spese in bilancio per i beni culturali . Occorre evidenziare che i bilanci regionali di questi anni sono piuttosto opaci in quanto riportano voci molto aggregate: il capitolo relativo al «patrimonio artistico», ad esempio, comprendeva in maniera indistinta dagli altri temi proprio la materia «musei degli enti locali». Inoltre nei bilanci regionali veniva dato «scarsissimo peso agli investimenti»: il 3% della spesa regionale nel 1988. La forte limitazione negli investimenti è dannosa soprattutto per settori come quello culturale, che necessitano di lunghi tempi di programmazione; così la scarsezza degli investimenti corrisponde alla mancata programmazione e alla erogazione di fondi a pioggia e senza un disegno più ampio e di lunga durata. Nello stesso tempo si registrava un altro difetto nei meccanismi finanziari direttamente collegato alla mancanza di una seria programmazione: l’incapacità di spesa e l’accumulo crescente di residui passivi. Al contrario la Regione incominciava a mostrare molta più attenzione per i settori dello spettacolo e delle attività culturali a cui riservava oltre i due terzi della spesa globale .
Tutto questo si può sintetizzare in un quadro in cui molti poteri erano stati fin dal 1979 subdelegati ai Comuni, che erano ritenuti i principali responsabili della gestione del patrimonio culturale, con le negative conseguenze che erano state indicate da Cavalcanti già nel 1984. La Regione risulta dunque assente in questi anni dalla politica per i musei: solo nel 1985 vengono elaborate le prime norme di respiro regionale, ma riguardano la promozione delle attività culturali e le biblioteche. I musei sono assenti dall’apparato normativo della Regione.

Comparsa del "sistema museale" nella legislazione regionale

2. Il ‘sistema museale’ nella normativa della Regione Calabria

Dagli anni Settanta e per tutti gli anni Ottanta la Regione Calabria non riuscì ad approvare una norma sui musei, lasciando in gran parte il settore alla gestione diretta dei Comuni.
Solo nel 1995, con la L.R. n. 31 del 26 aprile, Norme in materia di musei degli Enti locali e di interesse locale, la Regione disciplinava per la prima volta in maniera ampia il settore museale . Ma bisogna in primo luogo precisare che il testo della norma non fu elaborato dagli organismi regionali calabresi, bensì da quelli umbri. In realtà, infatti, tale legge 31/1995 è ricalcata alla lettera su quella emanata cinque anni prima dalla regione Umbria, la L.R. n. 35 del 3 maggio 1990, con differenze minime nel dettato riguardanti - comprensibilmente - le norme transitorie e le disposizioni finanziarie .
Va anche detto però che già nel 1982 la Giunta regionale aveva in discussione un disegno di legge sui musei e le biblioteche, Norme su musei e biblioteche di enti locali . Di questa bozza però sappiamo solo che conteneva un interessante riferimento ad una gestione coordinata delle attività dei comuni proprio in merito al settore dei musei, insieme a quello delle biblioteche, degli archivi e dei centri di servizi culturali. Da questo essenziale riferimento possiamo sottolineare due interessanti elementi: il primo è che questa gestione consorziata non era pensata a livello regionale o provinciale, ma a livello comunale; l’altro è che si prevedeva di realizzare una messa a ‘sistema’ a livello comunale ma integrata in quanto avrebbe riguardato non solo le attività museali ma anche quelle di altri tre importanti settori della cultura (biblioteche, archivi, centri di servizi culturali). In seguito un altro simile disegno di legge venne presentato, non essendo stato trasformato in legge il precedente. La relazione illustrativa di questo secondo disegno di legge indicava tra i compiti della Regione quello di promuovere «l'istituzione, il potenziamento e l’integrazione dei musei in sistemi intercomunali coincidenti con l'area delle U.S.L.» . Neppure questo disegno di legge è stato convertito in legge, ma è interessante sottolineare che qui invece l’interesse era puntato sui musei e che, come per le biblioteche, l’organizzazione territoriale doveva seguire la ripartizione delle aree sanitarie.
Se questo testo di legge fosse stato approvato, avrebbe potuto offrire alla Regione uno strumento di regolamentazione del settore. Questo però non venne fatto, e solo molti anni dopo la Regione finalmente avrebbe emanato una legge per i musei. La legge approvata nel 1995 però non era stata originalmente e autonomamente elaborata dalle autorità regionali e neppure si rifaceva al disegno di legge del 1982: si preferì invece importare direttamente la legge umbra ritenendola giustamente un’ottima legge ma senza riflettere che era stata maturata in un contesto regionale estremamente diverso da quello calabrese.
Va inoltre segnalato che tale norma era stata concepita in base alla conformazione normativa e istituzionale impostata sui decreti delegati degli anni Settanta, non aggiornata pertanto al quadro di federalismo amministrativo a costituzione invariata disposto dalle norme Bassanini tra 1997 e 1998 . In considerazione del fatto che questa è sostanzialmente la prima norma sui musei varata dalla Regione e, in aggiunta a ciò, considerando che compare qui per la prima volta l’espressione ‘sistema museale’ nell’ambito della produzione legislativa calabrese, risulta allora opportuno descriverne le caratteristiche.
La finalità della legge 31/1995 era esplicitamente indicata nella «[…] generale esigenza di conseguire la piena conoscenza, tutela, valorizzazione ed uso dell'intero patrimonio culturale della Calabria, quale risorsa fondamentale per lo sviluppo civile, sociale ed economico della comunità» . Si tratta di un’asserzione ambiziosa in quanto la Regione intendeva in tal modo ampliare il settore di sua competenza facendo riferimento ad un tipo di gestione del patrimonio culturale, che prevedeva anche la tutela e riguardava il patrimonio culturale nella sua interezza.
Oltre alle finalità, vengono descritte le linee di azione: alla Regione spettavano la cura delle sedi museali e del funzionamento dei servizi, la programmazione degli interventi e il controllo della loro esecuzione. Ma soprattutto, riguardo alla messa in atto di politiche per i sistemi museali, va rilevato che una importante linea d’intervento della Regione è individuata proprio nella «costituzione e attivazione di un sistema museale regionale integrato e funzionalmente unitario» (art. 1, c. 2).
Il concetto di «integrazione» e del «funzionamento unitario» definiscono dunque l’insieme dei musei in quanto sistema. Per quanto riguarda il primo aspetto, si precisa che il sistema dovrebbe comprendere «tutti gli istituti e i servizi museali riconosciuti di interesse regionale» . L’«integrazione», quindi, si spiega in funzione della volontà di coordinare i servizi di diversi tipi di enti culturali (musei, raccolte, servizi culturali), purché riconosciuti dalla Regione. Questa specifica indica quindi la necessità da parte della Regione di provvedere ad una operazione di censimento dei musei, alla loro classificazione e alla conseguente definizione dei loro servizi.
Per quanto riguarda il secondo aspetto, è utile precisare che il sistema è costituito da istituti culturali che vengono organizzati non solo in base alla suddivisione amministrativa provinciale ma anche in relazione ai loro compiti specifici , in base cioè alla concertazione dei ruoli attribuiti agli enti nell’ambito del medesimo sistema (art. 6) . Ciò significa che il «funzionamento unitario» dipende dalla distribuzione dei ruoli in base ai compiti concordati, non in base ad altri parametri quali le dimensioni o la tipologia della collezione. Pertanto integrazione dei servizi e funzionamento coordinato in base ad impegni da concordare sono due importanti peculiarità che contraddistinguono il sistema museale regionale nel suo complesso.
L’istituzione del sistema inoltre deve comportare vantaggi ed obblighi. In questo caso, in cambio dell’accesso ai finanziamenti regionali e della partecipazione ai servizi unitari garantiti dal sistema museale in quanto tale, la norma stabilisce che gli enti aderenti curino un inventario dei beni e adottino un regolamento . Il conseguimento della dichiarazione d’interesse regionale è il presupposto per entrare a far parte del sistema museale regionale e poter accedere conseguentemente ai finanziamenti.
Oltre a delineare questo impianto teorico, la norma definiva anche i successivi passi applicativi e i termini d’intervento della Regione: entro sei mesi da tale legge la Giunta doveva elaborare e proporre al Consiglio l’«atto preliminare di definizione del sistema museale regionale», individuandone le finalità, le caratteristiche, i partecipanti e gli standard di funzionamento ; tale elaborazione doveva poi prendere concreta e ufficiale attuazione nella programmazione triennale ed annuale della regione, alla cui elaborazione avrebbero potuto fornire consulenza e supporto il Comitato tecnico-scientifico per le biblioteche e i musei di Enti locali e d'interesse locale, costituito con la precedente legge 17/1985, ed una istituenda Conferenza dei capi degli istituti museali . Però sia la programmazione pluriennale sia l’atto preliminare per la definizione del sistema non furono concretamente realizzati: solo nell’aprile del 2004 è stato diffuso l’atto di definizione del sistema (su cui vd. Infra).
La norma, come già detto, non era stata elaborata autonomamente dalle Commissioni calabresi, bensì mutuata direttamente dalla Regione Umbria. Di questo si colgono molti riflessi, a partire, ad esempio, dall’inquadramento così ampio delle finalità, che risentiva, naturalmente, della lunga esperienza che la Regione Umbria aveva maturato fin dagli anni Settanta. L’Umbria, infatti, aveva intrattenuto importanti collaborazioni con gli istituti centrali, avviando attività di restauro e catalogazione, e si era occupata in maniera molto seria della formazione degli operatori e degli standard di servizio. Sulla base di questi presupposti era dunque arrivata ad elaborare il concetto di ‘sistema museale regionale’ inteso come insieme dei musei umbri che avessero dimostrato di possedere determinati requisiti.
In Calabria però la situazione era completamente diversa. Nel 1995 la Regione non aveva ancora prodotto norme di settore; non aveva avviato operazioni di catalogazione o di formazione del personale; aveva dato vita ad istituzioni locali che rimanevano però isolate perché prive di un coordinamento regionale. In questa situazione, l’importazione della buona norma umbra è certamente un dato positivo, ma di difficile applicazione in relazione ad un substrato ancora privo di norme specifiche per l’ambito museale e povero di esperienze istituzionali avanzate nel settore.
La relazione illustrativa della legge 31/95, assai stringata e concisa, non contribuisce a chiarire le dinamiche culturali e politiche che portarono all’emanazione di questo testo normativo e non riporta alcun riferimento alla derivazione diretta di tale norma calabrese del 1995 da quella umbra del 1990. Presumibilmente, la norma umbra costituiva un modello nell’ambito dell’amministrazione nazionale riguardo al patrimonio museale; ma questa Regione era arrivata a formulare un testo così ambizioso e complesso proprio sulla base di una precedente ed intensa attività di censimento delle istituzioni, di catalogazione dei beni, di formazione del personale e di elaborazione degli standard funzionali. La situazione della Regione Calabria era invece molto diversa: nel 1995 non esisteva ancora una norma che disponesse la ripartizione delle funzioni amministrative tra Regione ed Enti locali ai sensi dei decreti degli anni Settanta e fino al 1995 non era nemmeno mai stata elaborata una legge organica e specifica dell’ambito museale.
In seguito all’emanazione di questa organica e strutturata legge - che come la L.R. 17/1985 è vigente tutt’oggi senza aver subito negli anni alcuna modifica o adeguamento alla realtà normativa nazionale radicalmente mutata - la situazione museale regionale negli anni Novanta rimaneva bloccata quanto alla dimensione dei finanziamenti. Questa generale staticità dipendeva anche dalla mancata elaborazione dei provvedimenti applicativi annuali e triennali previsti dalla medesima legge . Inoltre la messa in atto delle previsioni della norma necessitava di una conoscenza approfondita e dettagliata delle istituzioni museali del territorio, delle loro problematiche e necessità; al contrario la regione Calabria era completamente impreparata a mettere in pratica tale norma, non disponendo nel 1995 di strumenti conoscitivi aggiornati, tali da compensare quella differenza di preparazione culturale e politica che la separava dalla situazione più evoluta dell’Umbria, da cui aveva “mutuato” la legge .

Dopo il "sistema museale" nella legislazione regionale

3. Dopo il ‘sistema museale’ nella normativa della Regione Calabria: dal 1995 al 2006

La legge regionale 31/1995 sarebbe rimasta ancora per molti anni l’unica norma di settore relativa a musei e biblioteche. Nel 2002 la Regione ha recepito le disposizione dei decreti Bassanini e ha curato l’emanazione di una legge generale sui beni culturali (L.R. n. 34 del 12 agosto 2002), senza però abrogare la legge 31/1995 . Questa norma era il prodotto di ben diciassette progetti di legge, presentati dal 1998 al 2001, per aggiornare l’impianto normativo regionale alle mutate condizioni nazionali .
Mentre si discutevano i meccanismi di adattamento della normativa regionale al quadro nazionale, nell’assenza di una nuova specifica disposizione sui musei continuava a valere la L.R. 31/1995. I compiti di gestione e valorizzazione venivano attribuiti ai Comuni e alle Province in virtù del principio di sussidiarietà; alla Regione spettava il ruolo di concertatore con lo Stato riguardo alle attività di catalogazione e restauro dei beni (art. 143, c. 1, lett. b) e c).
Le legge 31/1995, dunque, pur buona, era stata approvata a ridosso delle norme Bassanini ed entrò in vigore in un contesto istituzionale e normativo che già stava cambiando; la Regione non aveva mai avuto un ruolo forte e centrale della determinazione delle politiche per la cultura e il varo delel riforme costituzionali, in nome del principio della sussidiarietà, non ebbe l’esito di un rafforzamento della Regione nei confronti degli enti subregionali. Oltre a questi mutamenti normativi a livello nazionale, va ricordato che si stavano verificando anche interessanti novità in altri settori. Dalla fine degli anni Novanta cominciavano a presentarsi nuove e considerevoli opportunità di finanziamento di origine comunitaria; inoltre gli strumenti della programmazione negoziata precisati dalla Finanziaria 1997 (l. 662/1996) davano alle Regioni un più largo ambito di azione e la possibilità di agire in maniera più concreta. Queste opportunità vennero applicate in Italia al settore culturale soprattutto a partire dagli anni 1998-1999 anche in considerazione della riforma ministeriale, della riorganizzazione della normativa e del nuovo assetto delle competenze determinato dal d.lgs. 112/1998.
Nell’ambito del Programma Operativo Monofondo (POM) 1994-1999, la Calabria aveva avviato un progetto di censimento e successivamente di realizzazione di una banca dati multimediale del patrimonio museale, ma solo mo-antropologico, calabrese . Contemporaneamente a questo, veniva elaborato il ben più ampio Programma Operativo Plurifondo (POP) Calabria 1994-1999 che prevedeva tre specifiche misure per i beni culturali: la prima indirizzata genericamente ai beni culturali, con cui si pianificava una serie consistente di interventi di restauro e di adeguamento strutturale, in particolare di edifici ecclesiastici ; la seconda dedicata alla ricerca scientifica e tecnologica, la terza alla formazione .
Questi due atti prevedevano quindi la realizzazione di interventi di base - di catalogazione e conservazione - del patrimonio: sia il progetto del Programma Operativo Monofondo, sia quelli approvati nell’ambito della misura 3.4 del Programma Operativo Plurifondo, dimostravano chiaramente la volontà e soprattutto la necessità della Regione di provvedere in modo prioritario alla ricognizione ed al risanamento del patrimonio culturale piuttosto che alla realizzazione di gestioni coordinate e sistemiche, nonostante fossero ormai presenti nella legge regionale.
Inoltre, rientrando nella programmazione del Quadro Comunitario di Sostegno (QCS) 2000-2006 per le Regioni italiane dell’Obiettivo 1 , la Calabria elaborava il proprio Programma Operativo Regionale (POR) dedicando l’Asse 2°, coerentemente con le indicazioni comunitarie, al tema delle Risorse culturali . Questo Asse si articola a sua volta in tre Misure: la prima dedicata genericamente ad interventi di conservazione e valorizzazione (Mis. 2.1, Interventi di conservazione e valorizzazione del patrimonio culturale), la seconda rivolta a far progredire i servizi pubblici (Mis. 2.2. Servizi pubblici per la valorizzazione del patrimonio culturale) e la terza rivolta a favorire l’integrazione tra imprenditori privati e patrimonio (Mis. 2.3, Sviluppo delle iniziative imprenditoriali nel settore dei beni culturali) .
Il tema del ‘sistema museale’, comparso nella legge regionale del 1995 ma poi non sviluppato nell’attuazione regionale, si ritrova in questi atti della programmazione concordata: proprio per questo merita quindi di essere analizzato nel dettaglio, sia per evidenziarne fattori comuni e di discordanza rispetto alla normativa regionale, sia per comprenderne l’effettiva messa in atto negli interventi stanziati. La prima comparsa del concetto nella normativa regionale, a cui ha fatto seguito una mancata attuazione regionale, e la sua ripresa negli atti della programmazione concordata è un tratto peculiare della fisionomia della politica della Regione Calabria e può essere interessante approfondire questa linea per evidenziare eventuali difformità e distorsioni originate da questo uso alternato dell’espressione.
Occorre quindi a questo punto indagare il modo in cui il concetto di ‘sistema museale’ è introdotto nel Programma Operativo Regionale (POR), per comprenderne l’accezione, l’eventuale coincidenza o difformità di significato con la medesima espressione utilizzata nella norma regionale, nonché le applicazioni e i risvolti nella misura in cui possano aver influenzato le iniziative politiche e l’elaborazione di una ‘pubblica retorica’ sul tema del ‘sistema museale’. Una lettura attenta dei testi e una loro diretta analisi, anche in considerazione della terminologia adottata, sono lo strumento per impostare questo tipo di ragionamento.
L’obiettivo generale indicato dal POR è la creazione di «distretti culturali» in cui la programmazione e l’integrazione dei servizi favorisca la «fruibilità» del patrimonio . Ciò è possibile attraverso l’individuazione di aree in cui favorire l’interazione tra vari soggetti – pubblici e privati, culturali ed economici – attivi nel settore delle risorse culturali . Questo inquadramento generale d’intenti viene ulteriormente descritto indicando poi il primo passo operativo, che coincide con l’identificazione di «beni maggiormente significativi a livello regionale» attorno ai quali si dovrebbero costruire i cosiddetti «distretti» . L’ambito della gestione e della formazione sono le linee lungo le quali intervenire per favorire la politica di distretto. Nel primo caso si indica la necessità di individuare «modelli di gestione» dei beni considerando il patrimonio come un «assetto in grado di generare servizi». In questa prospettiva si intende dunque ricercare e realizzare la possibilità di evolvere la gestione da una forma di museo-ufficio, legata alla origine civica e di antica tradizione dei musei, a forme più elaborate con cui, attraverso la gara pubblica o l’affidamento diretto, si individui un concessionario che divenga l’esecutore di una serie di servizi indicati da una convenzione . Nel secondo caso con il concetto di formazione si intendeva più che altro sottolineare la necessità di sviluppare una cultura ‘ manageriale’ negli operatori pubblici . L’impostazione teorica prevede dunque che si individuino aree d’interazione e che in esse si proceda a favorire, da un lato, forme di gestione coordinata e, dall’altro, percorsi di formazione degli operatori in chiave manageriale.
Oltre a queste indicazioni, è ribadita la necessità di migliorare la qualità dell’offerta culturale, di tutelare il paesaggio attraverso la concertazione e l’approvazione di un piano paesistico territoriale e di favorire la formazione di figure professionali legate al patrimonio e al turismo culturale. Come abbiamo visto è espressa con forte incisività la priorità di realizzare ‘azioni di sistema’ . Ne consegue che una delle strategie del POR Calabria è quella di «creare sistemi territoriali funzionali al rafforzamento dell’offerta culturale complessiva (il sistema delle aree archeologiche calabresi, il sistema dei castelli costieri, il sistema delle biblioteche territoriali, etc.)» . Ciò significa che la Regione Calabria anziché puntare su un ‘sistema museale regionale’ o su ‘sistemi di musei di enti locali’ ha piuttosto proposto, seppur con grande ritardo rispetto alle altre regioni italiane, un diverso e più allargato concetto di ‘sistema’. Tale concetto, più ampio, è sovrapponibile all’idea di ‘distretto’ in quanto è rivolto a tutto il territorio ed è articolato in percorsi e itinerari comprendenti luoghi e istituzioni della cultura, ma non solo istituzioni museali. Il concetto di ‘sistema museale’ è stato declinato dunque in base al parametro tematico – castelli, biblioteche ed aree archeologiche – e pensato come creazione di una zona protetta e organizzata in cui alla presenza culturale si agganciassero di volta in volta altri aspetti del territorio. Questa elaborazione teorica veniva articolata concretamente in Progetti Integrati (PI) e in Progetti Strategici, che sarebbero stati realizzati nelle aree tematico-territoriali individuate .
In tal modo le aree territoriali assumevano il rango di «“distretti culturali e ambientali”, nel rispetto del principio di concentrazione degli interventi, sui quali promuovere un approccio di sviluppo integrato» . Secondo le previsioni del POR, in seguito all’attuazione dei distretti, il passaggio successivo, da realizzarsi nell’arco di tempo 2004-2006, sarebbe stata la creazione, all’interno dei medesimi, di un «“sistema dei beni culturali” in una logica di integrazione a livello di distretto culturale o area tematica» . La realizzazione di tale ‘sistema’ veniva considerato dal documento come un «elemento di rottura» rispetto al primo ciclo di interventi per distretti e ovviamente percepito come «significativo rispetto alla gestione tradizionale del patrimonio culturale» .
Infine, a completare questa già complessa e strutturata impostazione teorica, si aggiungeva la realizzazione di un ‘sistema’ di valorizzazione turistica generalizzato basato sulla «attivazione di un processo per la valorizzazione delle risorse culturali finalizzato alla creazione di reti al livello di distretti culturali e di aree tematiche che adottando un approccio di valorizzazione a matrice, per territorio e per tipologia di iniziativa, è vincolato a strategie di promozione turistica diverse ma complementari» .
Questa articolata programmazione introduceva per la prima volta in maniera massiccia nella Regione un linguaggio e un bagaglio di nozioni che necessitavano, per la loro realizzazione, di una serie di pre-condizioni, quali una catalogazione di base nonché un’alta capacità di organizzazione del territorio e di pianificazione serrata degli interventi finanziati, a cui la Calabria non sembrava esser pronta. L’intera descrizione dell’intervento, infatti, sembra confermare l’impressione che quanto pianificato fosse in realtà non adeguato e conforme alla situazione della Regione: la Calabria si ritrovava, nuovamente dopo la L.R. 31/1995, ad adottare un provvedimento non rispondente alle esigenze regionali, ma strutturato in modo sostanzialmente uniforme per tutte le regioni e che pianificava complesse gestioni sistemiche dei beni culturali non rispondenti alla situazione normativa e infrastrutturale regionale.
Un primo passo per l’attuazione del POR è stato definito dapprima con due deliberazioni della Giunta Regionale che indicavano gli orientamenti e le caratteristiche dei progetti integrati settoriali (PIS) . In seguito, un altro passo si realizzava attraverso un’altra deliberazione (DGR n. 857 del 24 settembre 2002) con cui la Regione ha approvato i Progetti Specifici della Mis. 2.1 e 2.2, quale «momento propedeutico nella definizione e attuazione sia del PIS settoriale Beni Culturali sia quale proposta della Regione Calabria nella definizione dell’APQ da estendere anche in relazione ai Progetti Integrati Territoriali» . In altri termini il POR Calabria veniva tradotto in PIS di settore, che a sua volta si concretizzava in singoli PS. Questi Progetti Specifici riguardavano determinate aree territoriali o tematiche (regionale o sub-regionale), denominate anche «distretti culturali e ambientali» , che erano state individuate dalla regione Calabria di concerto con il Ministero per i Beni e le Attività Culturali ed in partenariato con gli enti locali .
I Progetti venivano distinti in due sottoinsiemi: quelli tematici e quelli di rete. Quelli tematici erano divisi in otto linee di intervento ed individuavano tipologie architettoniche e realtà culturali simili, da coinvolgere in itinerari, parchi tematici e sistemi. (a) Parchi archeologici: PS Itinerario Magno-Greco; b) Parchi tematici: PS Itinerario della minoranza etnica-linguistica dei Greci di Calabria; PS Sistema dei municipi e delle tradizioni albanesi; PS Itinerario storico; c) Centri storici: PS Tirreno cosentino; PS Vibo Valentia/Lamezia; PS Ionico reggino; PS aree interne; d) Archeologia industriale: PS Archeologia industriale aree interne; e) Castelli e Fortezze: PS Itinerario Calabrese dei castelli; f) Sistema museale: PS Itinerario dei musei in realtà minori; g) Itinerari religiosi: PS Itinerario delle Diocesi; PS Itinerario Bizantino; h) Infrastrutture culturali: PS Infrastrutture culturali)
I Progetti Specifici di rete invece consistevano in due linee di intervento, denominate la prima «rete museale» e la seconda «sistema bibliotecario regionale e archivi», finalizzate alla realizzazione di «circuiti regionali virtuali» come presupposto per la creazione di «vari sistemi: museale, bibliotecario e archivistico» .
Per comprendere in maniera più diretta e meno astratta il modo in cui i concetti di ‘sistema’ o ‘distretto’ vengono realizzati in base alle formulazioni degli atti di programmazione, occorre allora scendere nel dettaglio dei singoli progetti e descriverne l’articolazione.
Nell’ambito della prima area, quella dei parchi archeologici, la Regione elaborava l’ “itinerario Magno-Greco”, che puntava a riqualificare dal punto di vista strutturale il patrimonio archeologico di alcune realtà meno conosciute della fascia ionica – ma non solo- con la realizzazione di circa undici interventi. Dovevano parteciparvi nove Comuni (Monasterace, Spezzano Albanese, Cassano Ionio, Cariati/Torrevecchia, Oppido Mamertina, Mileto, Casignana, Paludi) e la Soprintendenza archeologica di Reggio Calabria. Si enunciava la necessità di individuare per ciascun sito una «sorta di specializzazione simbolica» e di trasformare poi questa specificità in un «presidio deputato delle peculiarità per la ricostruzione dell’identità». Questo meccanismo di indicazione, selezione e riproposizione in base ad un valore simbolico qualificante e uniformante doveva essere alla base della creazione di un «sistema dei beni archeologici e storici calabresi». Ciò significa che in questa prospettiva, alla fine, lo scopo della progettazione era «valorizzare, per ciascun sito, un tema particolare, un percorso, un nucleo problematico». Due ordini di critiche si possono fare a questa modalità di progettazione: in linea teorica e in linea pratica. In linea teorica si può argomentare che con questo meccanismo di evidenziazione e predominio di un aspetto rispetto agli altri – peraltro non ulteriormente specificato – si rischia di offrire un’immagine preconfezionata, standardizzata e semplificata, in definitiva falsante, di una realtà culturale, di cui invece sarebbe più opportuno restituire lo spessore della complessità. A livello pratico non si possono dare ancora valutazioni della messa in atto di queste previsioni. Allo stato attuale delle ricerche si può però fare riferimento alla Valutazione intermedia del DPS che attesta la difficoltà della verifica : «in linea pratica non si recuperano notizie successive sullo stato di attuazione del progetto, per cui erano stati messi a disposizione circa 60 mln di euro in risorse pubbliche previste sull’Apq».
Nell’ambito della seconda area, quella dei «Parchi Tematici», la Regione individuava tre percorsi: l’Itinerario della minoranza etnica-linguistica dei Greci di Calabria, il Sistema dei municipi e delle tradizioni albanesi e un non meglio precisato Itinerario Storico. I primi due itinerari venivano progettati in risposta alle indicazioni comunitarie, che richiedevano di individuare tratti di rilievo relativi alla partecipazione all’identità europea. In questa prospettiva si riteneva utile tutelare e valorizzare rispettivamente la presenza greco-albanese, la tradizione tecnologica e la storia della resistenza, qualificando questa linea soprattutto come tutela delle tradizioni immateriali e delle minoranze linguistiche. Anche in questo caso si puntava comunque sul valore simbolico e si evocava la prospettiva del ‘fare sistema’ .
Nell’ambito della terza area tematica, quella dei «Centri storici», si individuavano alcuni nuclei urbani di antica data e li si collegava attraverso percorsi geografici (Tirreno Casentino, Vibo Valentia/Lamezia, Ionico Reggino, Aree Interne). Il centro storico era visto come risultanza particolare dell’incrocio storia e paesaggio, in cui contemperare le esigenze di fruibilità e di conservazione delle testimonianze storiche. Questo progetto doveva integrarsi con un’altra impostazione analoga e di iniziativa regionale, denominata O.res.te., che puntava al rilancio di dodici piccoli centri di eccellenza, con la distribuzione delle risorse anche sugli aspetti economici del turismo locale e delle attività produttive artigianali.
Si individuavano poi altri nuclei tematici: l’«Archeologia industriale», l’«Itinerario Calabrese dei Castelli» e alcuni «Itinerari religiosi» (Itinerario delle Diocesi, Itinerario Bizantino). L’itinerario dei castelli verte sulla individuazione di una serie di tipologie architettoniche simili, che possono essere facilmente collegate tra loro – ma non è specificato in che modo - lungo un itinerario lineare. In linea teorica si intende «rilanciare, in una visione complessiva del patrimonio culturale calabrese, il sistema dei castelli e delle fortificazioni, approfondirne la conoscenza scientifica, proporne un itinerario unitario attraverso destinazioni d’uso adeguate in un’ottica di rete».
Sembrano invece comprendere interventi anche di carattere strutturale i Progetti Specifici degli itinerari religiosi . La finalità indicata è la fruibilità del patrimonio ecclesiastico creando «direttrici capaci di legare, per il tramite di tale patrimonio, le esperienze artistiche e spirituali» e rendendolo «ambito di eccellenza sul quale appoggiare il processo di sviluppo delle aree interessate». Si tratta insomma di indicare alcuni «sub-itinerari religioso-culturali» e di intervenire su questi con interventi di vario tipo, dal recupero strutturale alla dotazione di servizi di accoglienza.
Per quanto riguarda la nostra indagine, i Progetti specifici che si concentravano sul patrimonio museale locale, in senso sistemico, erano solo due: il primo, tematico ed afferente al «Sistema museale», era l’Itinerario dei musei in realtà minori. In questo progetto i musei coinvolti, per lo più di piccole dimensioni venivano intesi come «motori di sviluppo dei centri minori» ed interpretati come centri di elaborazione culturale del contesto urbano e sociale di appartenenza . L’aspetto comunicativo – la didattica e la multimedialità – erano i due tratti caratterizzanti questa linea progettuale. Gli intereventi riguardavano piccoli musei di natura molto eterogenea e collocati in aree differenziate:venivano proposti interventi nelle aree interne, a completamento del ‘sistema dell’area urbana di Cosenza’, oppure in connessione con realtà religiose (Bisignano, Paola, S. Giovanni in Fiore) ed, infine, in relazione ad alcuni aspetti della «tradizione demo-etnoantropologica della regione» (museo del vino o delle carrozze), a cui veniva aggiunta la proposta di realizzare una «gipsoteca e pinacoteca nella città di Catanzaro». L’impressione che si ricava è che in realtà si volesse cercare di inserire nella progettazione dell’Itinerario dei musei in realtà minori anche istituzioni che erano rimaste fuori dalle linee tematiche più macroscopiche, dato che i criteri in base ai quali venivano scelte non erano precisi ed uniformi, ma talvolta territoriali, altre volte tematici.
L’altro Progetto era il Sistema museale e rete museale virtuale, appartenente ai Progetti Specifici di rete ed afferente alla “Rete museale”. Tale intervento, finanziato con 400.000 euro ed affidato al Dipartimento di Linguistica dell’Università della Calabria, ha portato alla creazione del portale “Sistema Museale Virtuale della Magna Graecia”, che permette tutt’oggi la conoscenza approfondita e specifica sia del patrimonio archeologico calabrese, sia di quelli che definiva ‘distretti archeologici museali’ e ‘distretti culturali’, nei quali tale patrimonio veniva rilevato .
Quindi questi due interventi, di carattere estremamente circoscritto il primo e virtuale il secondo, erano gli unici finanziati dal Programma Operativo Regionale (POR) a basarsi su una gestione sistemica dei musei.
Per quanto riguarda la concezione di ‘sistema’ presente nel POR, in generale si rileva che ben poco ha in comune con la concettualizzazione chiara espressa nella norma umbro-calabrese. Qui, nel POR, la visione è più ampia per due motivi: si intende aggregare tipi diversi di ente culturale; si intende operare su territori anche di estensione regionale, in cui si vogliono individuare aree omogenee di intervento o itinerari sulla base di affinità tematiche di alcune emergenze particolarmente significative. I musei sono una delle varie tipologie di realtà presenti nei territori e possono essere legati all’una o all’altra linea o itinerario, a seconda della caratteristica culturale che si cerchi di evidenziare nel corso della progettazione. Nell’applicazione concreta poi il ‘sistema museale’ è tale soprattutto a livello virtuale.
Questa impostazione teorica degli interventi per sistemi e per itinerari si ritrova anche nelle successive programmazioni: nel 2003, l’anno dopo l’approvazione della legge 33/2002 che recepiva il D.lgs. 112/98, la Regione stipulava con il Ministero dell’Economia e il Ministero per i Beni e le Attività Culturali l’Accordo di Programma Quadro (APQ) ed organizzava le linee di intervento per sistemi e per itinerari, ripercorrendo le aree tematiche individuate nel POR Calabria per l’Asse II, “Risorse culturali” , integrando i finanziamenti . Venivano così proposte quasi le medesime linee di intervento:
a)Sistema dei Parchi archeologici della Magna Graecia e delle antiche popolazioni;
b) Sistema dei Castelli;
c) Sistema Museale regionale;
d) Parchi tematici: Itinerario Garibaldino; Minoranze etnico-linguistiche;
e) Sistema degli archivi e delle biblioteche;
f) Studi di fattibilità e progetti pilota.
La linea d’intervento Sistema Museale regionale coinvolgeva undici musei della regione in una serie di progetti di manutenzione, adeguamento funzionale e infrastrutturale . Anche in questo caso quindi la definizione di ‘sistema’ veniva usata non per indicare attività di valorizzazione coordinata e di gestione sistemica, ma più semplicemente l’insieme degli istituti museali presenti sul territorio, da coinvolgere in progetti specifici (restauro ed adeguamenti strutturali) e disarticolati fra di loro.
In sostanza questo ampio quadro delineato dal POR Calabria, che doveva essere messo in atto dalle due successive delibere testé citate, tardò a trovare attuazione cosicché furono approvati in una prima fase – entro il 2003 – molti progetti di dimensioni modeste, scelti soprattutto sulla base della necessità di abbreviare i tempi per l’impegno dei fondi, anziché sulla effettiva rispondenza nel merito ai principi della progettazione . I motivi del ritardo andavano ricercati anche nel quadro normativo e istituzionale regionale non ancora pronto per attuare con prontezza tali disposizioni . Sempre nel 2003 però veniva pubblicata la prima Valutazione Intermedia del POR Calabria 2000-2006 : la situazione descritta era assolutamente critica per l’intera Misura “Risorse Culturali”:«L’obiettivo generale dell’asse e i suoi tre obiettivi specifici sono a rischio, soprattutto per attuazione non coerente con gli obiettivi del POR» . Le azioni concrete di recupero vengono inserite nell’APQ, mentre con il POR si intende soprattutto occuparsi della «promozione in termini di immagine e di servizi» e realizzare «servizi di supporto» relativi a «strutture non fruibili» per farne «attrattori di flussi turistici». Anche in questo caso dunque il tentativo era quello di collegare diverse emergenze significative sul territorio, concentrando però l’attenzione soprattutto sulla costruzione di una immagine e sulla dotazione di servizi, piuttosto che sui beni in sé.
In pratica sembra che si sia riproposta la situazione sperimentata a seguito dell’approvazione della legge regionale 31/95 sui musei locali e degli enti locali: una normativa eccellente e lo stanziamento di fondi non sono sufficienti se mancano una solida funzione di programmazione generale, un efficace coordinamento tra gli enti, e soprattutto la volontà e l’impegno di costruire e diffondere (prima di tutto tra gli stessi amministratori) una ‘cultura’ della tutela e della valorizzazione dei beni culturali . Nella realtà attuativa infatti è subito emerso una sorta di scollamento fra gli obiettivi della programmazione e le finalità pratiche dei singoli progetti finanziati che hanno per esempio riguardato per la maggior parte interventi di risanamento e recupero di immobili, per di più di proprietà privata, piuttosto che iniziative di valorizzazione della produzione culturale . Tanto più che dal documento Analisi del POR Calabria per l’esercizio finanziario 2004 prodotto dalla Corte dei Conti è emersa una «incapacità reiterata di gestire le risorse», una sorta di lassismo nell’attuazione finanziaria delle misure 2.2 e 2.3 .
Si affermava chiaramente che l’approvazione di progetti dal modesto impegno finanziario aveva causato una polverizzazione degli interventi, che erano rimasti isolati rispetto alle altre Misure di altri Assi; inoltre si constatava che questi progetti esaurivano la loro azione negli interventi di restauro e conservazione, senza completarsi nella successiva e legittima fruizione da parte dei residenti e dei turisti . Questa considerazione veniva confermata nel 2004 anche dall’Indagine ricognitiva eseguita dalla Corte dei Conti che evidenziava una serie di difficoltà e di ritardi nella fase di predisposizione e realizzazione di questi progetti e rilevava la scarsa capacità di mettere in pratica azioni di valorizzazione e di gestione integrata .
La ricognizione della Corte analizzava inoltre nello specifico la situazione dei musei calabresi: diffusi capillarmente su tutto il territorio e aumentati molto di numero in pochi anni, dal punto di visto della gestione e dell’organizzazione erano ancora organizzati come musei-ufficio , completamente e totalmente dipendenti dalla gestione dei singoli Comuni e privi di qualsiasi autonomia statutaria, amministrativa e finanziaria (personale insufficiente e non adeguatamente qualificato, bilanci preventivi e consultivi mai realizzati) . Sottolineava come la L.R. 31/95, pur essendo stata emanata quando il D.P.R. 616/77 era già vigente, non fosse stata ancora adeguata al mutato assetto di competenze ed inoltre, dopo nove anni dall’emanazione della L.R. 31/95, constatava che non aveva avuto alcuna applicazione e che era rimasta «mera enunciazione di intenti» . Inoltre il “sistema museale regionale”, citato nella Programmazione comunitaria dei POR e nell’Accordo di Programma, non era stato assolutamente realizzato e questo aveva impedito sia «la formazione di un circuito museale regionale, comprensivo dei musei aventi determinate caratteristiche, dotati di requisiti minimi, nel quale includere i nuovi musei», sia «la creazione di centri di eccellenza, in grado di sviluppare ed accrescere le potenzialità dell’intero settore dei beni culturali e non solo di quello museale» .
Quindi nonostante si ricorresse nei testi di progettazione del POR e dell’APQ al termine ‘sistema museale’ si confermava una tendenza, riscontrabile anche in altre regioni, ad assorbire tutti i cospicui finanziamenti in interventi conservativi, ma spesso parcellizzati e di ridotte dimensioni; rimanevano invece ancora da attuare gli obiettivi dell’integrazione’ e della messa a sistema. In conclusione la Corte rilevava «poche luci e molte ombre nella gestione complessiva di essi da parte delle Istituzioni pubbliche, identificate con la Regione, le Province e i Comuni» ; ma soprattutto sottolineava un atteggiamento della Regione, nelle programmazioni e nei finanziamenti, completamente fallimentare e noncurante di un patrimonio che per anni aveva considerato «più un peso che una risorsa» .
In relazione a questa drammatica situazione descritta dalla Corte dei Conti, la Regione però iniziava a reagire confermando alcuni mesi dopo il sostegno economico ad un censimento delle realtà museali presenti nella regione iniziato tre anni prima . La Giunta infatti considerava questo censimento come «la base per una seria programmazione e quindi i dati in esso contenuti devono consentire una riflessione completa e attenta anche in relazione alle considerazioni espresse dalla Corte dei Conti, trasmessa con nota del 7 maggio 2004, per l’avvio di interventi organici e per la definizione di una rete museale che tenda a costruire un patrimonio sulla base di requisiti anche minimi di livello qualitativo» . Da quest’azione del 2004 sembra quindi ripartire la politica della Regione Calabria per il patrimonio, con la prima mossa giusta e veramente fondamentale prima di qualsiasi altro intervento.

3.1 Sviluppi e orientamenti più recenti

Nel 2005, forse come reazione all’Indagine ricognitiva eseguita dalla Corte dei Conti sui musei calabresi, la Regione ha avviato il progetto IRESUD – Sistema per l’interconnessione, promozione e catalogazione nei musei calabresi . Il progetto, che è stato finanziato con 2.219.400 euro e sarà concluso a fine 2008, è stato presentato come naturale estensione e completamento del Portale della Cultura Italiana patrocinato dal Ministero per i Beni culturali, perché, in modo simile al Portale, intende valorizzare tutti i musei statali calabresi attraverso una catalogazione del patrimonio museale calabrese e la creazione di un Portale Unico Regionale per permettere sia la conoscenza di tale patrimonio e sia lo scambio di informazioni fra gli stessi musei . Oltre a privilegiare gli aspetti della visibilità e fruizione virtuale dei musei e della catalogazione delle loro collezioni, intende relazionarsi con il territorio ed offrire servizi all’utenza, ponendosi come strumento di raccordo fra gli utenti e il patrimonio . Questo tipo di valorizzazione e gestione virtuale sembra compensare non solo la disarticolazione delle precedenti iniziative, ma anche riscattare i musei dalla loro condizione; è importante però rilevare che se da un lato questi interventi virtuali contribuiscono ad aumentare la conoscenza dei musei, dall’altro non modificano concretamente la loro situazione reale di isolamento.
La Regione intanto nel dicembre 2005 sottoscriveva il I° Atto integrativo dell’Accordo di Programma Quadro per i Beni Culturali, che sostanzialmente confermava l’impostazione dell’Accordo del 2003 nella valorizzazione per sistemi ed itinerari di aree territoriali o tipologie architettoniche . Nel luglio 2006 seguiva il II° Atto integrativo e l’idea di una valorizzazione concertata del patrimonio culturale, espressa fin dal primo Accordo nel 2003 ma non realizzata, è stata nuovamente confermata come ispiratrice dell’attività programmatoria . Le dichiarazioni ufficiali del dirigente del Dipartimento Beni Culturali, Domenico Schiava, in occasione della presentazione della nuova fase progettuale, hanno sostanzialmente sottolineato questa volontà:
«Abbiamo scelto una linea di concentrazione di interventi, non di finanziamenti diffusi e a pioggia, bensì fondati sull'individuazione di una serie di siti legati tra loro in un circuito identificativo; inoltre abbiamo puntato sul fattore attrattore degli interventi, in primis le aree archeologiche con un obiettivo importante: la messa in rete, cioè la creazione di una vasta gamma di offerte legata al territorio, differenziata rispetto al passato, in sinergia, per un turismo più variegato e maggiormente fruibile» .
Le linee progettuali delineate da questa II° Integrazione confermano quelle per la valorizzazione sistemica dei castelli, aree archeologiche e centri storici, già presenti nell’Accordo del 2003 , ma non quella per il “Sistema museale regionale”.
La linea d’azione riferita al “Sistema museale regionale” era presente nel primo Accordo del 2003 ed anche nella I° Integrazione, ma ora con quest’ultima Integrazione viene completamene eliminata e per di più, analizzando i singoli interventi, gli stessi musei vengono coinvolti solo in minima parte in queste azioni di valorizzazione tematico-territoriali; a ciò si deve aggiungere inoltre che dall’analisi degli interventi afferenti alle linee progettuali dei castelli, delle aree archeologiche e dei centri storici, emerge chiaramente che la maggior parte di questi sono di carattere conservativo e strutturale, lontani quindi da interventi di valorizzazione e gestione coordinata.
Questa propensione della Regione a preferire interventi di valorizzazione tematico-territoriali (castelli, aree archeologiche e naturalistiche), riducendo l’interesse per quelli più specificatamente incentrati sul patrimonio museale, è stata confermata anche dal recentissimo Documento Strategico Regionale 2007-2013 . Nel Documento, che mostra un grande interesse a legare tutti gli interventi pianificati per il patrimonio culturale all’incentivazione dell’offerta turistica , si afferma solo che «l’obiettivo che si sta perseguendo è quello della definizione degli standard di funzionamento al fine di avviare una procedura di accreditamento al Sistema Museale Regionale delle strutture esistenti» , ma questo “obiettivo”, sicuramente coerente con la situazione del patrimonio museale della regione, non sembra coincidere in linea teorica con l’unico intervento specifico previsto per i musei, Aumento del livello di integrazione della rete museale regionale , che presupporrebbe l’esistenza almeno consolidata di tale rete.

All’apparente noncuranza di questi atti programmatori nei confronti del patrimonio museale, ha parzialmente provveduto molto di recente l’elaborazione da parte della Regione e più precisamene della Giunta, dell’Atto preliminare di definizione del Sistema Museale Regionale .
Con questo Atto si cerca di superare quindi tale fase di stallo –normativa e programmatoria- partendo prima di tutto dall’elaborazione teorica del sistema museale regionale e delle sue «articolazioni territoriali ed istituzionali» . Pur ammettendo una situazione economica regionale che impedisce di «perseguire obiettivi eccessivamente ambiziosi», vengono individuate cinque “linee prioritarie d’intervento” per la realizzazione del Sistema. Il primo obiettivo è «perseguire un livello qualitativo minimo per tutti i musei che saranno riconosciuti dalla Regione e che entreranno a far parte del SMR (Sistema Museale Regionale n.d.a.)» . Prima operazione è suddividere in tre categorie (Fascia A, B e C) a seconda che posseggano o meno una serie di standard minimi (lo status giuridico, l’assetto finanziario, le strutture del museo, il personale, la sicurezza del museo, gestione e cura delle collezioni, rapporti con il pubblico e relativi servizi e rapporti con il territorio). Solo i musei appartenenti alla Fascia A saranno di diritto riconosciuti appartenenti al Sistema Museale Regionale, quelli di Fascia B in quanto possessori di una parte degli standard, avranno un riconoscimento provvisorio di tre anni; quelli di Fascia C invece non saranno inclusi nel Sistema fin quando non si saranno dotati di almeno una parte di questi standard. Quindi solo dopo l’accreditamento l’insieme dei musei potrà «perseguire una logica di sistema integrato sul territorio, non solo in termini di integrazione territoriale a dimensione provinciale o sovracomunale, ma anche come forme di collaborazione tra istituti, soprattutto nella prospettiva della promozione e valorizzazione dei beni culturali»
Fra le ultime “linee prioritarie d’intervento” enunciate dall’Atto, vi è quella di «favorire la nascita e la crescita di servizi e prestazioni culturali, educativi, informativi di qualità» e di realizzare un «sistema informativo-informatico come risorsa al servizio di tutti i cittadini» e come strumento di collegamento fra le istituzioni museali .
Questo atto, che ora dovrà affrontare l’intero iter di approvazione, rappresenta una vera e propria svolta: la regione finalmente sembra aver iniziato a recepire concretamente la L.R. 31/1995, che all’art. 7 già stabiliva l’elaborazione di tale Atto preliminare , ed anche se con molti anni di ritardo mostra la volontà -autonoma da altri esempi regionali e indipendente da uniformi programmazioni regionali finanziarie- di conoscere in maniera approfondita il proprio patrimonio museale, censendolo e stabilendo degli standard minimi necessari da esigere per la partecipazione al Sistema Museale Regionale.

In conclusione la politica della Regione Calabria si concentra sul tema del sistema museale e sui musei in modo alterno: al 1982 risale il primo disegno di legge sui musei, che non venne trasformato in legge causando enormi ritardi nella massa in atto di politiche miratamene dedicate ai musei. Nel 1995 viene adottata la prima norma sui musei che teorizza anche il concetto di sistema museale: la norma però è direttamente copiata da un’altra Regione italiana, senza essere minimamente adattata alla realtà regionale calabrese; inoltre nell’immediato non vengono disposti gli atti ufficiali utili a renderla veramente effettiva. In tal modo gli atti della programmazione concordata – POM, POP, POR, APQ – utilizzano i concetti d ‘distretto’, ‘rete’ e ‘sistema’, ma in maniera non conforme alla realtà territoriale. Quest’ultima infatti all’epoca si presentava come ancora attardata sulla situazione della fine degli anni Ottanta: musei a gestione comunale, spesso chiusi o difficilmente fruibili; scarsa capacità di spesa, mancanza di un ruolo centrale della Regione, mancata attenzione alla formazione degli operatori e al tema dei servizi. In questo quadro si andavano ad innestare i programmi negoziati, portatori di ingenti finanziamenti, che trovarono soprattutto nella prima fase grando difficoltà di applicazione a causa della situazione attardata. Di conseguenza anche queste linee di programmazione non hanno potuto determinare l’integrazione territoriale dichiarata, poiché molti degli interventi furono approvati sulla base della velocità di realizzazione nella contingenza dei tempi dell’impegno dei finanziamenti. Questo quadro delineato in maniera molto critica sia dalla Corte dei Conti sia dal Dipartimento delle Politiche per lo Sviluppo ha determinato negli ultimi anni un risveglio nella Regione.

3.2 Un sistema per l’arte contemporanea

Nel 2004 la Calabria, come le altre sei regioni del Sud Italia , sottoscriveva l’Accordo di Programma Quadro, Sensi Contemporanei-Promozione e diffusione dell’arte contemporanea e la valorizzazione di contesti architettonici e Urbanistici nelle Regioni del Sud d’Italia, nato dall’intesa tra la Regione, il Ministero dell’Economia e delle Finanze, il Ministero per i Beni e le Attività culturali e la Fondazione ‘La Biennale di Venezia’ . Nell’Accordo si affermava la volontà di avviare nelle regioni del Sud Italia, «coinvolgendone il tessuto culturale, organizzativo, artistico e produttivo […]» , un processo di diffusione, quasi sistemico, dell’arte contemporanea “patrocinato” dalla Biennale: «una mappa di Città e Regioni del Sud d’Italia ricostruirà nel 2004 il percorso unitario della 50° Esposizione d’arte, in un progetto di arte contemporanea diffuso su più territori.»
Fra i principali interventi previsti a livello nazionale, vi era l’allestimento di mostre, il recupero e il restauro di siti da destinare alla promozione e diffusione della cultura e dell’arte contemporanea ed infine lo studio e la realizzazione di itinerari turistici, regionali e interregionali, finalizzati alla conoscenza dell’arte contemporanea attraverso i territori delle regioni coinvolte. In Calabria questo Accordo si concretizzava con una sola mostra, “Zona d’Urgenza”, che esponeva opere provenienti dalla Biennale e veniva allestita a Reggio Calabria presso Villa Zerbi, edificio storico oggetto di uno dei quattro interventi di valorizzazione e recupero architettonico effettivamente realizzati a livello nazionale da Sensi Contemporanei . Lo studio degli itinerari invece portava alla realizzazione di una Guida, che però sembra essere rimasta un’iniziativa isolata.
Nonostante il cospicuo finanziamento (1.357.750 euro) e le premesse, che potevano far supporre la realizzazione di un sistema interregionale per l’arte contemporanea, l’iniziativa si risolveva semplicemente in un intervento sistemico, puramente promozionale e sterile, di importazione delle opere e del marchio della Biennale nel Sud Italia e in Calabria, senza alcun reale coinvolgimento del tessuto locale.
A questo Accordo, seguivano ben tre atti integrativi a due anni di distanza : i primi due confermavano sostanzialmente il tipo di programmazione, per imposizione, di mostre ed eventi importati dalla Biennale . Il III° atto integrativo invece, sia nelle esplicite dichiarazioni dell’Assessore alla cultura , sia nell’articolazione dei tre progetti , sembra essere improntato ad una partecipazione finalmente attiva e consapevole della Regione e soprattutto ad una reale valorizzazione del patrimonio culturale calabrese. Dalla descrizione di due di questi progetti, “Verso il progetto urbano” e “I luoghi del Mito. Magna Graecia e Arte Contemporanea”, che si realizzeranno nel corso del triennio 2007-2009, si ravvisa la volontà di coinvolgere e valorizzare in modo coordinato il tessuto culturale, le zone archeologiche ed anche le strutture museali della regione.

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- Documento strategico Regionale per la politica di coesione 2007-2013 –Proposta condivisa dei Tavoli Tematici- Luglio 2006.

Dossier a cura di DENISE LA MONICA, TIZIANA MAGGIO

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